Non è il sondaggio a spiegare la bomba. Almeno non ancora. Ma quel questionario costruito intorno alla popolarità di Sigfrido Ranucci aggiunge un elemento inatteso all’indagine sull’attentato compiuto davanti alla sua abitazione: qualcuno aveva cominciato a ragionare sul conduttore di Report non soltanto come giornalista, ma come possibile protagonista politico.
A coltivare il progetto sarebbe stato Valter Lavitola, l’imprenditore oggi indagato dalla Procura di Roma con l’ipotesi di essere il mandante dell’azione esplosiva dell’ottobre 2025. Un’accusa che respinge integralmente, rivendicando un rapporto di autentica amicizia con la vittima. Proprio questa vicinanza rende il caso difficile da decifrare: gli investigatori devono capire come possano convivere una frequentazione assidua, il tentativo di promuovere pubblicamente Ranucci e il sospetto di averne ordinato l’attacco.
L’idea di trasformare il consenso in una candidatura
Il rilevamento avrebbe dovuto misurare quanto il volto di Report fosse conosciuto e apprezzato fuori dal pubblico abituale della trasmissione. Non un semplice controllo degli ascolti, ma una ricognizione sulla fiducia personale, sull’autorevolezza e sulla capacità del giornalista di essere percepito come indipendente.
Le domande puntavano a stabilire quali conduttori televisivi venissero ricordati spontaneamente e quale giudizio suscitassero. Nel lavoro preparatorio sarebbero entrati anche confronti con figure politiche come Elly Schlein e Giuseppe Conte, segno che l’orizzonte immaginato da Lavitola andava oltre una generica misurazione della notorietà.
Ranucci, però, non avrebbe mai considerato seriamente l’ipotesi. Di fronte alle insistenze dell’amico avrebbe opposto il proprio ruolo in Rai e la forza già raggiunta dalla trasmissione, escludendo di voler convertire la visibilità giornalistica in un’investitura elettorale. Il materiale acquisito descrive dunque un progetto coltivato soprattutto da Lavitola, non una candidatura già discussa o concordata.
Un tassello utile, non la soluzione del caso
Per i magistrati il sondaggio può servire a ricostruire ambizioni, interessi e relazioni dell’indagato. Non costituisce, però, una prova del movente. La stessa successione temporale solleva dubbi: secondo la versione di Lavitola, il rilevamento sarebbe stato avviato diversi mesi dopo l’esplosione e interrotto quando l’inchiesta ha portato agli arresti dei presunti esecutori.
Resta quindi da comprendere quale vantaggio avrebbe potuto ricavare l’imprenditore da un gesto capace di mettere in pericolo Ranucci e la sua famiglia. Lavitola sostiene che una simile condotta sarebbe incompatibile con anni di rapporti personali e contatti quasi quotidiani. Il conduttore, a sua volta, ha manifestato incredulità davanti all’ipotesi investigativa, dicendosi convinto che l’amico non volesse colpirlo.
L’inchiesta deve però misurarsi con gli elementi raccolti dai carabinieri. Cellulari, computer, memorie digitali, appunti e conversazioni sequestrati nelle abitazioni dell’imprenditore vengono analizzati per ricostruire la rete di rapporti che precedette e seguì l’attentato.
L’intermediario e il gruppo campano
Nell’ipotesi accusatoria assume un ruolo centrale Gomes Clesio Tavares, indicato come collaboratore e uomo di fiducia di Lavitola. Sarebbe stato lui, secondo gli investigatori, a mettere in contatto l’imprenditore con il gruppo campano accusato di avere organizzato materialmente l’azione.
Tavares aveva lavorato nell’ambito della sicurezza privata e avrebbe costruito negli anni una rete di conoscenze in Campania. A lui viene attribuita anche la disponibilità dell’automobile che sarebbe stata impiegata per controllare la zona dell’abitazione di Ranucci prima dell’esplosione.
Dopo l’attentato si sarebbe trasferito in Camerun, dove avrebbe continuato a occuparsi di affari per conto di Lavitola. Gli inquirenti considerano tempi e modalità della partenza un possibile elemento indiziario, mentre l’indagato sostiene che si sia trattato di un normale ritorno nel Paese d’origine.
Quattro persone sono state arrestate come presunti esecutori. L’ordigno, collocato all’esterno dell’abitazione del giornalista, danneggiò gravemente la sua automobile e quella della figlia. L’esplosione non provocò vittime, ma avvenne poco dopo il rientro a casa del conduttore, circostanza che ha portato la Procura a contestare un’ipotesi di particolare gravità. Le responsabilità restano da accertare nelle successive fasi del procedimento.
Il rapporto personale sotto la lente
Lavitola e Ranucci si erano conosciuti anni prima e avevano mantenuto una frequentazione che il giornalista non ha mai nascosto. Si incontravano anche in un ristorante romano legato all’imprenditore, luogo divenuto in seguito oggetto di polemiche per la pubblicazione di immagini che mostravano le abitudini di una persona già sottoposta a protezione.
È in questa relazione, fatta di confidenze, convivialità e divergenze, che gli investigatori cercano una possibile frattura. L’interesse di Lavitola per una candidatura potrebbe rivelare soltanto la sua aspirazione a muoversi da mediatore nel mondo politico. Oppure potrebbe indicare l’esistenza di progetti e aspettative non condivisi da Ranucci. Al momento nessuna delle due letture consente di spiegare l’attentato.
Il vero nodo non è sapere se l’imprenditore volesse trasformarsi nel regista di una discesa in campo. È capire se, dietro la rappresentazione dell’amicizia, esistessero interessi economici, informazioni riservate o conflitti capaci di produrre una rottura.
La Rai entra nella contesa
Le rivelazioni hanno aperto un confronto anche dentro la Rai. I consiglieri di amministrazione indicati dalla maggioranza hanno chiesto chiarimenti sui rapporti tra il conduttore e Lavitola, sostenendo che l’azienda debba tutelare la propria credibilità. I componenti espressi dalle opposizioni hanno condiviso la necessità di fare luce, ma hanno ricordato che Ranucci resta la vittima di un attentato e che ogni valutazione deve evitare processi sommari.
La vicenda rischia così di spostarsi dal terreno giudiziario a quello politico e aziendale. Da una parte c’è chi considera le frequentazioni del giornalista una questione sulla quale la Rai deve intervenire. Dall’altra c’è il timore che un’inchiesta ancora priva di un movente venga utilizzata per ridimensionare uno dei programmi più discussi del servizio pubblico.
Il movente resta fuori campo
Il sondaggio modifica il ritratto dei protagonisti, ma non scioglie il mistero. Mostra un Lavitola interessato alla forza pubblica del conduttore, desideroso di orientarla e forse di partecipare alla costruzione di un nuovo spazio politico. Mostra anche un Ranucci deciso a restare nel proprio mestiere, impermeabile alle suggestioni di una candidatura.
Tra questa divergenza e una bomba esiste però una distanza enorme, che gli investigatori non hanno ancora colmato. La risposta potrebbe trovarsi nei dispositivi sequestrati, nei passaggi di denaro, nelle conversazioni con Tavares o nei contatti con gli uomini accusati di aver preparato l’esplosivo.
Fino a quel momento, il sondaggio resta il frammento più sorprendente di un rapporto già difficile da interpretare. Un progetto politico rimasto sulla carta, entrato improvvisamente in un’indagine nella quale la domanda fondamentale continua a essere la stessa: perché colpire un uomo presentato come un amico?