Si allarga nuovamente il fronte della guerra tra Stati Uniti e Iran. Dopo una raffica di bombardamenti americani contro obiettivi militari e infrastrutture iraniane, Teheran ha rivendicato attacchi con missili e droni contro installazioni statunitensi in Giordania, Bahrein e Kuwait. Operazioni iraniane sono state segnalate anche in altri Paesi del Golfo che ospitano forze americane.

Il Comando centrale degli Stati Uniti, il Centcom, ha annunciato la conclusione della terza ondata di raid contro l’Iran. Secondo Washington, gli attacchi avrebbero colpito sistemi missilistici, postazioni per il lancio di droni, radar e strutture militari situate soprattutto lungo la costa meridionale del Paese. Esplosioni sono state riferite nelle zone di Bandar Abbas, Jask, Sirik e sull’isola di Qeshm.

La rappresaglia iraniana

Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di aver preso di mira basi e installazioni americane in risposta ai bombardamenti ordinati da Donald Trump. In Bahrein sono risuonate le sirene antiaeree nelle prime ore della giornata, mentre il Kuwait ha attivato le proprie difese contro missili e velivoli senza pilota.

Al momento non esiste un bilancio indipendente e completo dei danni provocati dalle operazioni iraniane. Le rivendicazioni di Teheran, così come le valutazioni militari diffuse da Washington, restano soggette a verifica. Nelle precedenti incursioni, le autorità dei Paesi coinvolti avevano riferito di numerose intercettazioni e di danni limitati causati dalla caduta di frammenti.

In Iran, l’agenzia ufficiale Irna ha riferito della morte di una guardia e del ferimento di quattro persone in un attacco statunitense contro una stazione di pompaggio dell’acqua nella provincia del Khuzestan. Le autorità iraniane accusano gli Stati Uniti di aver colpito strutture civili, mentre il Pentagono sostiene che le operazioni siano rivolte contro obiettivi con funzione militare.

Lo scontro sullo Stretto di Hormuz

Il punto più delicato dell’escalation resta lo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per le esportazioni energetiche del Golfo Persico. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato che la rotta sarebbe stata nuovamente chiusa e hanno affermato di aver fermato due imbarcazioni che navigavano senza l’autorizzazione iraniana.

Il presidente americano Donald Trump ha contestato la versione di Teheran: «Non è vero, è aperto», ha dichiarato, sostenendo che le forze statunitensi continuano a garantire il transito lungo il settore meridionale dello Stretto. La situazione sul mare appare però molto diversa da una normale riapertura: domenica soltanto sei navi avrebbero attraversato il passaggio, il livello più basso delle ultime cinque settimane.

Diverse petroliere navigano con i transponder spenti, mentre altre attendono fuori dall’area o modificano la propria rotta. Nel fine settimana non sarebbe stato registrato il passaggio di navi per il trasporto di gas naturale liquefatto. Lo Stretto, dunque, potrebbe non essere formalmente bloccato, ma il traffico commerciale risulta fortemente ridotto a causa del rischio di nuovi attacchi.

La diplomazia torna in salita

Il governo iraniano sostiene che la nuova offensiva statunitense abbia vanificato gli sforzi diplomatici intrapresi nelle ultime settimane. I contatti mediati da Oman, Qatar, Pakistan ed Egitto puntavano a stabilizzare una tregua temporanea e a preparare un’intesa più ampia, comprendente il programma nucleare iraniano e la sicurezza della navigazione nel Golfo.

Lo scambio di attacchi rende ora più difficile qualsiasi ripresa immediata dei colloqui. Teheran considera il controllo di Hormuz uno strumento di pressione strategica; Washington ritiene invece inaccettabile che l’Iran possa decidere unilateralmente il passaggio delle navi in una delle principali arterie commerciali mondiali.

Il rischio di una guerra regionale

L’estensione degli attacchi ai Paesi che ospitano contingenti americani aumenta il pericolo di un coinvolgimento diretto degli Stati del Golfo. Bahrein, Kuwait, Giordania, Qatar e Oman cercano di evitare un ingresso formale nel conflitto, ma la presenza di basi statunitensi sul loro territorio li espone alle rappresaglie iraniane.

Nelle prossime ore l’attenzione sarà concentrata sulla risposta americana, sulle condizioni delle basi colpite e sul traffico navale nello Stretto. Un nuovo incidente contro una petroliera o un’installazione militare potrebbe innescare un’ulteriore offensiva, allontanando ancora la possibilità di una tregua.