La campagna elettorale israeliana si apre con un’accusa destinata a pesare sul confronto politico. Secondo quanto riferito da Haaretz, funzionari del ministero dei Trasporti starebbero valutando come limitare i voli aggiuntivi diretti all’aeroporto Ben Gurion nei giorni precedenti le elezioni del 27 ottobre. Una misura ufficialmente legata alla ridotta capacità dello scalo, ma interpretata dagli oppositori come un tentativo di ostacolare il rientro degli israeliani residenti all’estero.

La ministra dei Trasporti Miri Regev, esponente del Likud, avrebbe discusso il problema con i vertici del suo dicastero. Tra le ragioni tecniche indicate figurerebbe la presenza a Ben Gurion di velivoli statunitensi utilizzati per le operazioni e i rifornimenti connessi al conflitto con l’Iran.

Il sospetto politico è che una parte consistente degli elettori di ritorno dall’estero possa votare per le forze contrarie al primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è stata tuttavia annunciata alcuna decisione definitiva e le indiscrezioni pubblicate dalla stampa israeliana non dimostrano, da sole, l’esistenza di un provvedimento già approvato.

Il vantaggio inatteso di Eisenkot

A preoccupare il premier sono soprattutto i sondaggi. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle forze armate e leader del partito centrista Yashar, ha raggiunto e in alcune rilevazioni superato il Likud. Un sondaggio diffuso da Channel 13 assegna alla formazione dell’ex generale un lieve vantaggio sul partito di Netanyahu, dopo settimane di sostanziale parità.

La partita decisiva riguarda però i rapporti tra i blocchi. Con Eisenkot alla guida dell’area alternativa al governo, i partiti sionisti di opposizione potrebbero arrivare vicino o raggiungere la soglia dei 61 seggi necessaria per controllare la Knesset. La coalizione uscente, composta dal Likud, dai partiti ultraortodossi e dalle forze della destra nazionalista, appare invece in difficoltà. Le proiezioni restano variabili e la formazione di un governo potrebbe dipendere anche dal comportamento dei partiti arabi.

Eisenkot ha finora evitato di confluire nel nuovo soggetto politico costituito da Yair Lapid e Naftali Bennett, scegliendo di preservare un profilo autonomo. Ha però proposto un coordinamento tra le opposizioni per ottenere una maggioranza in grado di sostituire Netanyahu.

L’ex generale che parla agli elettori moderati

Il principale avversario di Netanyahu combina posizioni moderate sul piano istituzionale con una linea severa sulla sicurezza. Eisenkot ha fatto parte del gabinetto di guerra costituito dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, ma ha successivamente lasciato il governo criticando l’assenza di una strategia politica e la prosecuzione del conflitto nella Striscia di Gaza.

La sua storia personale ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica israeliana. Il figlio Gal è morto durante i combattimenti a Gaza nel dicembre 2023. Nei mesi successivi sono caduti anche due suoi nipoti. Il lutto familiare ha rafforzato la credibilità dell’ex generale presso una parte dell’elettorato che chiede sicurezza, ma anche responsabilità politica per quanto accaduto il 7 ottobre.

Attorno alla sua candidatura potrebbero convergere settori diversi, dalla sinistra di Yair Golan alla destra laica di Avigdor Lieberman, insieme agli israeliani che chiedono una commissione d’inchiesta indipendente sugli attacchi di Hamas. A pesare sono anche il processo per corruzione a carico di Netanyahu, il potere dei partiti ultraortodossi e il ruolo crescente dei coloni nelle scelte del governo.

La distanza crescente da Washington

Il premier non può più considerare scontato neppure il sostegno politico dell’amministrazione statunitense. Il vicepresidente JD Vance ha accusato alcuni esponenti del governo israeliano di aver cercato di influenzare il dibattito americano contro l’intesa con l’Iran, sostenendo che una parte della leadership di Israele preferirebbe proseguire la campagna militare.

Le dichiarazioni mostrano una distanza tra Washington e il governo israeliano sulla gestione del dossier iraniano. Non significano una rottura dell’alleanza strategica, ma segnalano che l’appoggio del presidente Donald Trump a Netanyahu non è privo di condizioni, soprattutto quando le iniziative israeliane rischiano di interferire con le priorità diplomatiche della Casa Bianca.

L’ultima corsa legislativa della maggioranza

Prima dello scioglimento della Knesset, la coalizione ha accelerato l’approvazione di misure particolarmente controverse. Il Parlamento ha ridotto alcuni poteri della consulente legale del governo e aumentato il controllo dell’esecutivo sul sistema radiotelevisivo. Ha inoltre approvato una norma per bloccare temporaneamente gli arresti degli ultraortodossi che non rispondono alla chiamata militare, successivamente sospesa dalla magistratura.

Sono provvedimenti rivolti soprattutto alle componenti più fedeli dell’attuale maggioranza. Gli ultraortodossi chiedono di preservare l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose, mentre i partiti dei coloni puntano ad ampliare infrastrutture e presenza israeliana nella Cisgiordania occupata.

La Knesset è stata formalmente sciolta e il voto è stato fissato per il 27 ottobre. Per Netanyahu comincia così una delle campagne più difficili della sua lunga carriera. Il premier conserva una solida base elettorale, una macchina politica collaudata e la capacità di recuperare consenso nelle fasi di crisi. Questa volta, però, dovrà affrontare un avversario capace di competere sul suo stesso terreno, quello della sicurezza nazionale.

Un Paese da ricostruire

Chiunque vinca le elezioni erediterà un Israele profondamente diviso. Anni di conflitto istituzionale sulla riforma della giustizia sono stati seguiti dagli attacchi del 7 ottobre, dalla guerra a Gaza, dagli scontri in Libano e dalla contrapposizione militare con l’Iran.

La campagna si concentrerà sulla responsabilità politica di Netanyahu, sul futuro degli ostaggi, sulla leva obbligatoria e sui rapporti con gli Stati Uniti. Resterà invece più lontana la prospettiva di una soluzione politica del conflitto con i palestinesi. Anche un eventuale governo guidato dalle attuali opposizioni sarebbe chiamato prima di tutto a ricostruire le istituzioni, l’economia e la fiducia tra le diverse anime del Paese.