«Non potrebbe interessarmi di meno». Donald Trump risponde così alla decisione dell’Iran di sospendere la propria adesione al memorandum d’intesa sullo Stretto di Hormuz. Poche parole che fotografano il punto raggiunto dallo scontro: la cornice diplomatica costruita a giugno è ormai marginale, mentre sono tornati a parlare i missili, i droni e i bombardieri.

Il presidente americano ha espresso dolore per la morte dei due militari statunitensi colpiti durante l’attacco iraniano contro una base in Giordania. Un terzo soldato risulta disperso. «È terribile quanto accaduto, erano al lavoro per il nostro Paese», ha dichiarato Trump, ribadendo subito dopo l’obiettivo strategico della sua amministrazione: impedire che Teheran possa dotarsi di un’arma nucleare.

Alla dichiarazione è seguita una nuova ondata di attacchi americani contro il territorio iraniano, ordinata direttamente dal comandante in capo. La rappresaglia mostra come la morte dei soldati abbia prodotto un’accelerazione immediata della campagna militare, riducendo ulteriormente lo spazio per una tregua.

La rappresaglia americana

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato l’avvio dei bombardamenti alla mezzanotte italiana. Gli obiettivi indicati sono le strutture impiegate dai Guardiani della rivoluzione per le operazioni nello Stretto di Hormuz e le capacità militari che potrebbero minacciare le navi commerciali.

Washington ha presentato l’azione anche come una punizione diretta per il raid in Giordania. Gli attacchi avrebbero interessato installazioni di sorveglianza, infrastrutture logistiche e postazioni nella provincia iraniana di Hormozgan, lungo una delle aree più sensibili per il controllo degli accessi al Golfo Persico.

L’operazione arriva dopo una serie di offensive iraniane con missili e droni contro obiettivi americani e alleati in Giordania, Kuwait e Bahrein. Il conflitto, combattuto soprattutto attraverso attacchi aerei e a distanza, ha provocato finora la morte di sedici militari statunitensi e il ferimento di oltre quattrocento.

Il memorandum ormai svuotato

Il primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref ha accusato gli Stati Uniti di avere ripreso gli attacchi prima ancora che «l’inchiostro sull’accordo si asciugasse». Secondo Teheran, il memorandum firmato a giugno affidava all’Iran la gestione del traffico nello Stretto di Hormuz per i primi sessanta giorni e impegnava entrambe le parti a garantire il passaggio delle navi commerciali.

Washington e Teheran si attribuiscono reciprocamente la responsabilità del fallimento dell’intesa. Il nodo centrale riguarda l’articolo che avrebbe dovuto assicurare la libera navigazione attraverso lo stretto, da cui transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo.

La risposta di Trump segnala tuttavia che la sospensione iraniana non viene più considerata una leva negoziale dalla Casa Bianca. Per l’amministrazione americana, il memorandum appare ormai superato dagli attacchi contro le proprie forze e dalla ripresa delle operazioni iraniane nel Golfo. La conseguenza è che anche il fragile canale diplomatico rimasto aperto dopo il cessate il fuoco rischia di chiudersi definitivamente.

Caccia e sistemi di rifornimento verso il Golfo

Il Pentagono sta contemporaneamente rafforzando il dispositivo militare nella regione. Caccia F-16 provenienti dalla base tedesca di Spangdahlem e velivoli stealth F-35 partiti da Lakenheath, nel Regno Unito, sono stati inviati verso il Medio Oriente. In movimento anche aerei cisterna indispensabili per sostenere missioni di lunga durata.

Gli F-16 possono essere impiegati contro radar e batterie terra-aria, mentre gli F-35 permettono di penetrare più facilmente nelle difese iraniane e colpire obiettivi ad alto valore strategico. Il dispiegamento suggerisce che Washington non si stia preparando soltanto a una rappresaglia circoscritta, ma a una campagna potenzialmente prolungata.

Negli ambienti della sicurezza americana cresce anche il timore che l’Iran possa ricevere assistenza tecnica da Russia o Cina per individuare con maggiore precisione le installazioni statunitensi nel Golfo. Si tratta al momento di un sospetto esaminato dall’intelligence, non di un coinvolgimento accertato. La capacità dei missili iraniani di cambiare traiettoria e adattarsi alle difese ha tuttavia aumentato la vulnerabilità delle basi regionali.

L’allerta globale degli Stati Uniti

Il Dipartimento di Stato ha invitato i cittadini americani in viaggio all’estero a esercitare maggiore cautela. L’allerta riguarda anche Paesi lontani dal Medio Oriente, dopo gli attacchi e le minacce contro sedi diplomatiche e altri interessi statunitensi.

Washington teme che gruppi vicini all’Iran possano reagire contro ambasciate, consolati, imprese o cittadini americani. L’avviso segnala inoltre possibili chiusure dello spazio aereo, cancellazioni di voli e difficoltà negli spostamenti internazionali.

Il rischio più immediato resta quello di una spirale senza un meccanismo credibile di contenimento. Gli Stati Uniti promettono di punire ogni attacco, mentre l’Iran rivendica il diritto di reagire ai bombardamenti e alla pressione militare nello Stretto di Hormuz. Tra i due fronti, il memorandum che avrebbe dovuto proteggere la navigazione commerciale sembra già appartenere a una fase superata della crisi.