I Mondiali hanno offerto a Zohran Mamdani una rappresentazione quasi perfetta della città che governa. A New York, le comunità arrivate da ogni parte del mondo hanno trasformato ogni partita in un incontro casalingo, riempiendo quartieri, locali e strade con colori e appartenenze differenti. È lo stesso mosaico sociale sul quale il sindaco ha costruito la propria identità politica.

Nella lettura di Mamdani, la geografia delle diaspore newyorkesi permette di attraversare continenti senza uscire dai cinque distretti. Astoria custodisce una delle comunità egiziane più riconoscibili, mentre Jackson Heights restituisce l’energia della presenza colombiana e latinoamericana. Il torneo è diventato così una celebrazione della pluralità, ma anche uno specchio delle passioni personali del sindaco.

Tifoso dell’Arsenal, Mamdani ha seguito con particolare simpatia il cammino della Norvegia. La mobilitazione dei sostenitori scandinavi e la popolarità raggiunta dalla squadra hanno finito per modificare perfino il suo rapporto con Erling Haaland, avversario temuto per anni in Premier League e divenuto uno dei protagonisti più coinvolgenti del torneo. La Norvegia ha raggiunto i quarti di finale prima dell’eliminazione contro l’Inghilterra.

La telefonata di Trump alla Fifa

Nel corso della competizione, calcio e potere politico si sono incrociati anche intorno al caso di Folarin Balogun. Il presidente Donald Trump ha ammesso di avere contattato i vertici della Fifa dopo l’espulsione dell’attaccante statunitense, chiedendo che la decisione venisse riesaminata prima della sfida contro il Belgio.

Il cartellino rosso era stato successivamente revocato, consentendo al giocatore di scendere in campo. La vicenda aveva alimentato dubbi sull’opportunità dell’intervento presidenziale e provocato reazioni critiche nel mondo del calcio europeo, nonostante la Fifa avesse sostenuto di avere seguito le procedure previste dai regolamenti.

Mamdani non ha trasformato l’episodio in un attacco frontale alla Casa Bianca. Ha ricordato che la decisione arbitrale gli era apparsa discutibile già al momento dell’espulsione, ma ha anche osservato come la telefonata di Trump avesse finito per assorbire quasi interamente l’attenzione mediatica precedente alla partita. Il sindaco ha preferito riportare il discorso sul terreno sportivo e sulla delusione provocata dall’eliminazione degli Stati Uniti.

Una sinistra misurata sulla vita quotidiana

La parte più politica dell’intervista riguarda la crisi del centrosinistra occidentale. Mamdani rifiuta l’idea che le difficoltà incontrate dai newyorkesi siano un’eccezione locale. Il costo degli affitti, degli asili, dei trasporti e dei generi alimentari appartiene alla stessa crisi che investe lavoratori e famiglie in molte città americane ed europee.

La sua analisi parte dalla distanza crescente tra i partiti progressisti e la vita materiale degli elettori. Per il sindaco, una parte del centrosinistra si è abituata a spiegare le cause delle disuguaglianze senza dimostrare di saperle ridurre. Da qui nasce lo spazio politico occupato dalla destra, ma anche quello conquistato da forze più radicali, capaci di presentare interventi immediatamente riconoscibili.

Mamdani considera i primi mesi della propria amministrazione una verifica concreta del socialismo democratico. L’obiettivo non è limitarsi a denunciare il costo della vita, ma intervenire sui servizi che determinano la quotidianità delle famiglie, dall’assistenza universale all’infanzia alla velocizzazione degli autobus cittadini. La politica progressista, nella sua impostazione, torna credibile quando produce risultati percepibili fuori dai palazzi istituzionali.

Il giudizio su Andy Burnham

Dentro questo quadro si inserisce l’attenzione riservata ad Andy Burnham, protagonista della nuova fase politica britannica. Mamdani guarda con interesse a un amministratore locale capace di trasformare il consenso costruito in una grande area urbana in una proposta nazionale.

Le differenze personali non mancano, a partire dalla rivalità calcistica tra l’Arsenal del sindaco di New York e l’Everton sostenuto da Burnham. Sul piano politico, però, Mamdani intravede un terreno comune nella ricerca di una sinistra meno astratta, radicata nei servizi pubblici e concentrata sulle condizioni economiche delle classi popolari.

Il sindaco evita di stabilire una completa sovrapposizione tra le rispettive esperienze. Preferisce attendere gli effetti della leadership britannica e valutarne la capacità di tradurre il consenso personale in politiche nazionali. L’interesse nasce soprattutto dal percorso di un sindaco che prova a portare oltre i confini cittadini un modello sviluppato nell’amministrazione locale.

La tassa sulle seconde case di lusso

Uno dei punti centrali dell’agenda economica di Mamdani è la tassazione delle abitazioni di pregio utilizzate come seconde case da proprietari che non risiedono stabilmente a New York. La proposta riguarda gli immobili di valore superiore ai cinque milioni di dollari e punta a reperire nuove entrate senza scaricare il peso del bilancio sulle famiglie lavoratrici.

L’amministrazione comunale e la governatrice Kathy Hochul hanno presentato nell’aprile 2026 il primo progetto statale di imposta sui pied-à-terre, destinato alle proprietà di lusso possedute da non residenti. La misura è stata inserita nella strategia per ridurre il disavanzo della città e difendere i servizi pubblici.

Mamdani ridimensiona il rischio di una fuga generalizzata dei capitali. A suo giudizio, l’argomento viene riproposto ogni volta che si tenta di aumentare il contributo richiesto ai patrimoni più elevati, ma spesso si fonda su previsioni più allarmistiche che reali. La difficoltà maggiore, sostiene, non è convincere i cittadini comuni dell’equità della misura, quanto superare le resistenze degli interessi economici coinvolti.

La linea è coerente con il bilancio municipale, costruito sulla scelta di evitare nuovi aumenti delle imposte immobiliari per i newyorkesi a reddito medio e di reperire invece risorse aggiuntive attraverso una maggiore pressione sulla ricchezza.

Netanyahu e il primato del diritto internazionale

Il passaggio più delicato riguarda Israele, la guerra a Gaza e la possibile presenza di Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre. Mamdani non arretra rispetto alle posizioni sostenute durante la campagna elettorale e continua a considerare necessario applicare gli stessi principi giuridici a ogni governo, senza eccezioni determinate dalle alleanze politiche.

Il sindaco sta valutando con gli uffici legali della città e con il Dipartimento di polizia di New York quali margini d’azione esistano nel caso di un viaggio del primo ministro israeliano. La questione è complessa perché gli Stati Uniti non aderiscono alla Corte penale internazionale e non riconoscono automaticamente l’efficacia dei suoi mandati. Mamdani ha comunque ribadito che qualsiasi iniziativa dovrà restare nei limiti delle leggi federali e cittadine.

La posizione politica rimane netta. Netanyahu, secondo Mamdani, dovrebbe rispondere davanti ai giudici dell’Aia delle accuse formulate in relazione alla condotta della guerra. Il sindaco inserisce questa tesi in una critica più ampia alla tradizionale politica delle eccezioni, con la quale i diritti dichiarati universali smetterebbero di esserlo quando riguardano la popolazione palestinese.

I diritti dei palestinesi come prova di coerenza

Mamdani contesta l’idea che la tutela dei palestinesi possa essere considerata un tema separato dai principi generali sui diritti umani. La sua impostazione non attribuisce a quella popolazione uno status speciale, ma chiede che vengano applicate le stesse garanzie riconosciute a chiunque altro.

Il richiamo alla situazione di Gaza durante i Mondiali serve a evidenziare il contrasto tra la celebrazione globale dello sport e la prosecuzione della guerra. Nell’intervista viene ricordata anche l’uccisione di un operatore palestinese legato a un’organizzazione umanitaria egiziana, inizialmente indicato in modo inesatto come cittadino egiziano. Israele respinge l’accusa di genocidio e contesta la lettura sostenuta dal sindaco.

Per Mamdani, tuttavia, il punto politico resta l’impossibilità di difendere un ordine internazionale fondato sulle regole e accettare contemporaneamente che la loro applicazione dipenda dall’identità delle vittime o degli alleati coinvolti. La crescente attenzione dell’opinione pubblica statunitense verso i diritti dei palestinesi viene interpretata come il segnale di un cambiamento ormai entrato anche nel confronto interno al Partito democratico.

Il filo che collega calcio, tasse, Burnham e Netanyahu è quindi la ricerca di una politica priva di eccezioni. Nella città delle diaspore, Mamdani prova a presentare la propria amministrazione come un laboratorio internazionale: servizi accessibili per chi lavora, maggiore contribuzione per chi possiede grandi patrimoni e un’unica misura dei diritti, da applicare anche quando comporta uno scontro con il potere federale o con un alleato degli Stati Uniti.