C’era una volta la politica, quella noiosa attività nella quale bisognava studiare i problemi, elaborare proposte e persino rispondere alle domande. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e qualcuno ha trovato la scorciatoia: niente programmi, niente complessità. Bastano un Colosseo, qualche leone e un mantello da imperatore. Il risultato si chiama Roberto Vannaccius. L’ex generale siede nell’arena, la corte applaude e gli oppositori vengono consegnati alle belve. È l’Impero romano secondo Instagram: nessuna amministrazione, nessun diritto, nessun acquedotto. Solo il pollice.

Massimo Decimo Minimo

L’intenzione vorrebbe essere epica. L’effetto ricorda una festa in costume organizzata da chi ha visto Il Gladiatore troppe volte e i libri di storia troppo poche. Nel film di Ridley Scott, Massimo combatteva contro un potere corrotto. Qui l’eroismo consiste nel farsi disegnare più muscolosi da un algoritmo e nel sconfiggere avversari che, essendo sintetici, non possono neppure replicare. Non è Russell Crowe. È un avatar con ambizioni plebiscitarie.

L’IA consente ormai a chiunque di apparire vittorioso senza avere combattuto, autorevole senza avere governato e possente senza essersi alzato dalla scrivania. Regala addominali, eserciti e folle adoranti. L’unica cosa che non riesce ad aggiungere è un’idea. Il software può ricostruire Roma, ma non spiegare come governare quella vera.

La scuola di Trump

Il modello arriva dagli Stati Uniti, dove Donald Trump ha trasformato la comunicazione politica in un interminabile trailer su se stesso. Papa, sovrano, supereroe, guerriero: il leader non amministra, domina.

Il metodo ha fatto scuola perché non richiede risultati. Un ospedale può non funzionare e gli stipendi possono perdere valore. Nell’universo sintetico, però, il capo cavalca sempre verso l’orizzonte con le bandiere illuminate nel modo giusto.

Vannacci ha imparato rapidamente. Nell’attesa di governare qualcosa, governa i pixel.

La propaganda generativa permette di realizzare in pochi minuti scene che un tempo avrebbero richiesto attori, scenografi e un certo senso del ridicolo. Quest’ultimo, purtroppo, non è compreso nell’abbonamento.

Il pollice al posto del pensiero

Vannacci sostiene che nel video non vi sia violenza perché non compare sangue. Seguendo lo stesso criterio, legare gli oppositori e offrirli ai leoni sarebbe una forma di moderazione, purché la scena si interrompa un secondo prima del morso. È la diplomazia del fotogramma.

La violenza politica comincia quando l’avversario non è più un cittadino da convincere, ma un nemico da eliminare, anche soltanto per immagini. Che tutto sia artificiale non rende il messaggio più innocuo. L’algoritmo non inventa l’impulso autoritario: gli offre scenografie migliori.

Il vuoto con l’armatura

Il problema non è l’intelligenza artificiale, ma la speranza che possa sostituire quella naturale.

La tecnologia amplifica ciò che riceve. Quando incontra un’idea complessa, può aiutarla a circolare. Quando incontra il vuoto, gli mette l’armatura.

Roma, intanto, viene ridotta a un negozio di souvenir: leoni, gladiatori, eserciti e condanne. Dell’Impero non interessano il diritto, le istituzioni o le infrastrutture. Solo il repertorio più infantile.

L’affitto costa troppo? Portate i leoni. La sanità perde personale? Scatenate l’inferno. I salari ristagnano? Pollice verso.  È una comunicazione perfetta per evitare il fastidio delle soluzioni. Alla fine il video termina, lo schermo diventa nero e resta una domanda: oltre al mantello, che cosa c’è?

Per ora, un uomo seduto su un trono che non esiste, circondato da una folla che non esiste, mentre sconfigge avversari che non esistono.

La politica vera è altrove.