La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una nuova fase di escalation, mentre i mediatori regionali tentano di riaprire uno spazio diplomatico. Le forze americane hanno condotto la decima notte consecutiva di bombardamenti sul territorio iraniano e Teheran ha risposto rivendicando attacchi contro installazioni statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania.

Il bilancio comunicato dal Pentagono indica quasi cento militari americani feriti dalla ripresa delle ostilità del 7 luglio. La grande maggioranza avrebbe riportato commozioni cerebrali o conseguenze considerate lievi ed è già tornata in servizio. Dall’inizio più ampio del conflitto, i feriti statunitensi registrati sarebbero circa 430, mentre negli ultimi giorni sono stati confermati anche nuovi decessi tra i soldati schierati nella regione.

La rivendicazione sul centro dati Amazon

I Guardiani della rivoluzione hanno sostenuto di avere distrutto in Bahrein un’infrastruttura informatica riconducibile ad Amazon, utilizzata secondo la versione iraniana a supporto delle attività statunitensi. La rivendicazione è stata diffusa dalle agenzie vicine all’apparato militare di Teheran.

Al momento non sono disponibili conferme indipendenti sulla distruzione del centro dati né una valutazione pubblica dei danni da parte di Amazon Web Services o delle autorità del Bahrein. La notizia deve quindi essere considerata una dichiarazione di parte, inserita nella guerra di comunicazione che accompagna gli attacchi sul terreno.

L’Iran ha affermato di avere agito in risposta ai bombardamenti americani contro le infrastrutture di Darkhovin. La scelta di colpire un impianto tecnologico, qualora fosse confermata, indicherebbe un ulteriore allargamento degli obiettivi: non soltanto basi, radar e sistemi di difesa, ma anche nodi digitali e logistici considerati strategici.

Gli attacchi in Bahrein e Kuwait

Le forze iraniane hanno annunciato un’operazione con droni contro la base aerea di Sheikh Isa, in Bahrein, struttura collegata alle attività della Quinta Flotta della Marina statunitense. Altre rivendicazioni riguardano sistemi radar, batterie antiaeree e infrastrutture di comunicazione nell’area di Muharraq.

In Kuwait, i Pasdaran sostengono di avere colpito la base di Ahmed Al-Jaber, danneggiando radar di sorveglianza, una batteria Patriot e collegamenti satellitari. Le autorità iraniane presentano l’operazione come un tentativo di indebolire la rete regionale di difesa aerea degli Stati Uniti prima di nuove ondate di missili e droni.

Anche in questo caso, l’entità dei danni descritta da Teheran non risulta verificata in modo indipendente. Nei giorni precedenti, tuttavia, le autorità kuwaitiane avevano confermato attacchi iraniani contro il Paese, compreso quello che aveva provocato un incendio e interruzioni operative in una centrale elettrica e di desalinizzazione.

La Giordania intercetta i droni

L’esercito della Giordania ha riferito di avere intercettato cinque droni iraniani diretti verso il regno. I Guardiani della rivoluzione hanno indicato come obiettivo un complesso nella zona di Rukban, ritenuto da Teheran collegato alle forze americane.

La Giordania è diventata uno dei punti più delicati del confronto dopo l’attacco che ha causato la morte di militari statunitensi e ha spinto il presidente Donald Trump ad annunciare una risposta più dura. I bombardamenti successivi hanno preso di mira centri di comando, depositi e postazioni per il lancio di missili sul territorio iraniano.

Quasi cento feriti in due settimane

Il nuovo bilancio del Pentagono fotografa il costo crescente della guerra per le forze americane. Dal 7 luglio sono stati registrati circa cento feriti, il 96 per cento dei quali sarebbe già rientrato in servizio. Una parte consistente dei casi è legata agli effetti delle esplosioni e alle lesioni cerebrali traumatiche lievi, conseguenze frequenti negli attacchi con missili e droni contro installazioni protette.

Washington continua a presentare la campagna aerea come necessaria per difendere le proprie truppe e garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz. L’Iran considera invece le basi americane nel Golfo obiettivi legittimi finché proseguiranno i raid sul proprio territorio.

Hormuz resta il centro dello scontro

Una fonte militare iraniana ha sostenuto che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché continueranno gli attacchi statunitensi. Il passaggio è essenziale per il commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto e la sua parziale paralisi ha ridotto il transito delle navi, aumentato i costi assicurativi e alimentato la volatilità dei mercati energetici.

Le autorità statunitensi non sono finora riuscite a ristabilire completamente la libertà di navigazione. I bombardamenti hanno colpito postazioni costiere e sistemi missilistici iraniani, senza però eliminare la capacità di Teheran di minacciare petroliere e unità militari.

La proposta di una tregua

In questo scenario, Qatar, Oman, Egitto e Pakistan stanno lavorando a una sospensione delle ostilità della durata di dieci giorni. L’obiettivo è creare le condizioni per riprendere il negoziato sull’accordo provvisorio raggiunto a giugno e affrontare il nodo della navigazione nello Stretto di Hormuz.

La proposta sarebbe stata trasmessa alla leadership iraniana, ma non risulta ancora formalmente accettata dalle parti. La tregua dovrebbe interrompere gli attacchi e consentire ai mediatori di discutere un meccanismo più stabile per la sicurezza marittima e per la riduzione delle operazioni contro le basi americane nella regione.

I mercati hanno reagito alle indiscrezioni con un calo del prezzo del petrolio superiore all’uno per cento, segnale della speranza che la mediazione possa ridurre il rischio di un conflitto ancora più esteso. La prosecuzione simultanea dei raid dimostra però che la distanza tra Washington e Teheran resta profonda e che entrambe le parti cercano di rafforzare la propria posizione prima di un eventuale ritorno al tavolo.