La risposta di Mosca è arrivata secondo il copione delle ritorsioni diplomatiche. La Russia ha espulso l’addetto militare dell’ambasciata italiana Vittorio Parrella e un suo collaboratore, imponendo loro di lasciare il Paese. La decisione segue il provvedimento adottato il 9 luglio da Roma contro due componenti dell’ufficio militare dell’ambasciata russa, indicati dagli investigatori italiani come coinvolti in una presunta attività di spionaggio.

La misura è stata comunicata dopo la convocazione al ministero degli Esteri russo dell’incaricato d’affari italiano Giovanni Scopa. La portavoce della diplomazia di Mosca, Maria Zakharova, ha confermato il carattere di reciprocità dell’iniziativa. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invece definito l’espulsione priva di motivazioni sostanziali e riconducibile esclusivamente alla volontà di replicare alla decisione italiana.

La risposta simmetrica di Mosca

La scelta russa appare simmetrica nel numero e nella funzione delle persone coinvolte. A due addetti militari russi espulsi dall’Italia corrispondono due funzionari della missione italiana costretti a lasciare Mosca.

Le posizioni dei due governi restano però opposte sulla natura dei provvedimenti. La Farnesina collega la decisione del 9 luglio a un’indagine della Procura di Roma e ad attività ritenute incompatibili con la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. La Russia considera invece infondate le accuse e presenta la propria risposta come una conseguenza diretta dell’iniziativa italiana.

Da fonti governative italiane emerge che la reazione fosse prevista. Roma non intenderebbe adottare, almeno in questa fase, ulteriori contromisure, per evitare una sequenza di nuove espulsioni capace di ridurre ancora gli spazi di comunicazione tra le due capitali.

L’inchiesta sui segreti militari

All’origine dello scontro diplomatico c’è l’indagine che coinvolge gli ex appartenenti ai servizi italiani Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale. Secondo l’accusa, i due avrebbero raccolto e consegnato informazioni riservate a rappresentanti russi in cambio di denaro.

Gli investigatori ritengono che uno dei principali interlocutori fosse Mikhail Vasilyevich Astakhov, espulso insieme a Ivan Petrovich Gorbachev. Entrambi avevano ricevuto tre giorni di tempo per lasciare il territorio italiano. Nel procedimento risultano coinvolte anche altre persone, comprese figure ancora in servizio in ambiti considerati sensibili per la sicurezza nazionale. Le responsabilità individuali dovranno essere accertate nel processo.

Tra i materiali che sarebbero stati oggetto di interesse figurano informazioni sui programmi italiani di assistenza militare all’Ucraina, sui sistemi di difesa aerea Samp/T e sui missili Aster. Si tratta di apparati centrali nella protezione dello spazio aereo ucraino contro droni, missili da crociera e vettori balistici.

Il ruolo di Vittorio Parrella

Il capitano di vascello Vittorio Parrella ricopriva l’incarico di addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana a Mosca. Nel 2022 era subentrato al generale Roberto Vannacci, che aveva lasciato la sede russa durante una precedente crisi diplomatica legata all’invasione dell’Ucraina.

Parrella era stato anche ascoltato nell’inchiesta militare che aveva coinvolto Vannacci per presunte irregolarità nella gestione dell’ufficio dell’addetto alla Difesa. Quel procedimento si era concluso con il proscioglimento del generale.

Non risultano contestazioni pubbliche di natura penale nei confronti di Parrella o del collaboratore espulso. Per il governo italiano, questo elemento distingue la misura adottata da Mosca da quella decisa contro i funzionari russi, collegata invece a una specifica indagine giudiziaria.

I precedenti tra Roma e il Cremlino

Le espulsioni si inseriscono in una fase di progressivo deterioramento dei rapporti tra Italia e Federazione Russa. Nel 2022 Roma allontanò trenta diplomatici russi nell’ambito di un’iniziativa coordinata con altri Paesi europei dopo l’attacco all’Ucraina. Mosca rispose espellendo personale della rappresentanza italiana.

Un precedente ancora più grave riguarda il capitano di fregata Walter Biot, arrestato nel 2021 mentre consegnava documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa. Il procedimento si è concluso con una condanna definitiva a vent’anni di reclusione. Quel caso aveva già portato all’espulsione di diplomatici russi e mostrato l’interesse di Mosca per informazioni militari e atlantiche italiane.

L’indagine attuale suggerisce, secondo le autorità italiane, un’attività più articolata, basata sul reclutamento di ex funzionari e sulla ricerca di contatti ancora presenti nelle strutture dello Stato. I servizi di sicurezza europei hanno più volte segnalato l’aumento delle operazioni russe di intelligence, disinformazione e pressione informatica dopo l’inizio della guerra.

Una relazione ridotta al minimo

Il confronto si sviluppa in un clima già segnato dalle divergenze sull’appoggio italiano a Kiev, sulle sanzioni europee e sulle forniture militari. Alle tensioni operative si aggiungono gli attacchi verbali provenienti da esponenti politici e organi di informazione vicini al Cremlino contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il capo dello Stato Sergio Mattarella.

Nonostante lo scontro, i due governi sembrano intenzionati a evitare un’ulteriore escalation immediata. Le rappresentanze diplomatiche continueranno a funzionare, ma con strutture militari ridotte e rapporti politici sempre più limitati.

La crisi conferma che lo spionaggio è diventato uno dei fronti del confronto tra Russia e Paesi europei. Accanto alla guerra combattuta in Ucraina, prosegue una competizione meno visibile per ottenere informazioni sulle capacità militari, sugli aiuti a Kiev e sulle decisioni strategiche della Nato.