La prospettiva di una tregua tra Stati Uniti e Iran si allontana, mentre la Casa Bianca prepara una nuova fase dell’offensiva contro il programma nucleare di Teheran. Il presidente Donald Trump ha escluso per ora un incontro formale con la leadership iraniana, subordinando ogni possibile negoziato alla disponibilità della Repubblica islamica ad affrontare questioni considerate sostanziali da Washington.
Le dichiarazioni del presidente americano segnano una brusca frenata rispetto ai tentativi di mediazione avviati da Pakistan, Qatar, Egitto e Oman, impegnati a ottenere una sospensione delle ostilità. Sul terreno, intanto, le forze statunitensi hanno condotto attacchi contro obiettivi iraniani per l’undicesima notte consecutiva, mentre Teheran ha continuato a colpire installazioni e interessi americani nei Paesi del Golfo.
Nel mirino la montagna delle centrifughe
Il prossimo obiettivo indicato dalla Casa Bianca è Pickaxe Mountain, nome con cui è conosciuto il complesso sotterraneo di Kuh-e Kolang Gaz La, situato nei pressi dell’impianto nucleare di Natanz. La struttura è stata scavata all’interno di una montagna ed è protetta da decine di metri di roccia, con tunnel che secondo alcune valutazioni potrebbero raggiungere profondità superiori agli ottanta o cento metri.
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica aveva ricevuto nel 2020 la comunicazione iraniana relativa alla costruzione di un impianto destinato all’assemblaggio delle centrifughe. Gli ispettori internazionali, tuttavia, non hanno mai avuto pieno accesso al sito. Analisi satellitari e valutazioni di intelligence indicano che il complesso potrebbe essere utilizzato anche per custodire materiale nucleare o ricostituire la capacità di arricchimento compromessa dai precedenti bombardamenti.
Secondo informazioni attribuite all’intelligence israeliana e condivise con Washington, migliaia di centrifughe sarebbero state trasferite nei tunnel durante l’autunno successivo alla guerra dei dodici giorni del giugno 2025. La notizia non risulta verificata in modo indipendente dall’Aiea, ma rafforza negli Stati Uniti la convinzione che Pickaxe Mountain rappresenti il principale punto di ripartenza del programma nucleare iraniano.
Colpire il complesso si presenta però come un’operazione molto più difficile rispetto agli attacchi condotti contro Fordow, Natanz e Isfahan. La profondità delle gallerie potrebbe ridurre l’efficacia anche delle bombe penetranti più potenti dell’arsenale statunitense, rendendo necessarie missioni ripetute o strategie militari differenti.
Il conto della guerra
L’escalation ha già prodotto un forte impatto sui conti pubblici americani. Durante un’audizione al Senato, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha quantificato in circa 37,5 miliardi di dollari il costo delle operazioni militari contro l’Iran. Il Pentagono ha chiesto al Congresso ulteriori stanziamenti, con circa 67 miliardi destinati alla difesa all’interno di un pacchetto supplementare più ampio.
La richiesta ha suscitato perplessità anche tra alcuni parlamentari della maggioranza, preoccupati per l’assenza di una strategia conclusiva e per la possibilità che il conflitto si prolunghi. Durante l’audizione, i vertici militari non hanno escluso in modo categorico scenari più impegnativi, pur continuando a indicare gli attacchi aerei come lo strumento principale della campagna.
Il bilancio comprende anche nuove perdite tra i militari americani. L’esercito ha identificato nel sergente Michael Emmanuel Swinton, trentenne della North Carolina, il soldato morto durante le operazioni per neutralizzare un ordigno iraniano rimasto inesploso nella base statunitense di Erbil, nel Kurdistan iracheno.
Hormuz e Mar Rosso sotto pressione
La guerra sta investendo contemporaneamente i due principali passaggi marittimi della regione. Nello Stretto di Hormuz, l’Iran ha intensificato i controlli e le azioni contro petroliere considerate non conformi, mentre droni e missili continuano a minacciare le installazioni statunitensi in Iraq, Bahrein, Kuwait e Giordania.
Nel Mar Rosso, gli Houthi yemeniti hanno minacciato di impedire il transito delle navi dirette verso i porti sauditi. Alcune petroliere che trasportavano greggio dell’Arabia Saudita hanno invertito la rotta dopo gli avvertimenti, alimentando il timore di una crisi simultanea a Hormuz e nello stretto di Bab el-Mandeb.
La capacità effettiva degli Houthi di imporre un blocco completo resta incerta. Il movimento controlla però gran parte della costa settentrionale dello Yemen e dispone di droni, missili e imbarcazioni capaci di colpire il traffico commerciale. La minaccia costringe le compagnie di navigazione a valutare deviazioni, sospensioni o costose misure di protezione.
Un’eventuale chiusura coordinata dei due passaggi avrebbe conseguenze immediate sui flussi di petrolio, gas e merci tra Asia, Europa e Mediterraneo. Lo Stretto di Hormuz costituisce uno dei nodi centrali del commercio energetico mondiale, mentre Bab el-Mandeb controlla l’accesso meridionale al Mar Rosso e al Canale di Suez.
Raffinerie colpite e carburanti più cari
La crisi non riguarda soltanto l’estrazione e il trasporto del greggio. Gli attacchi contro le raffinerie del Golfo hanno ridotto la capacità regionale di trasformare il petrolio in benzina, diesel e carburante per l’aviazione. A questa perdita si aggiungono i danni provocati dagli attacchi ucraini agli impianti russi, con una conseguente riduzione dell’offerta mondiale di prodotti raffinati.
Il risultato è un aumento della distanza tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti venduti sui mercati internazionali. In Italia, secondo i dati riportati nell’analisi allegata, la benzina avrebbe registrato un rincaro del 18 per cento rispetto ai livelli del 6 marzo. Il dato riflette non solo l’andamento del petrolio, ma anche la minore disponibilità di prodotti raffinati e l’aumento dei costi assicurativi e di trasporto.
Una crisi senza uscita immediata
Il quadro diplomatico resta affidato ai contatti riservati tra Washington, Teheran e i mediatori regionali. Le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca, tuttavia, indicano che gli Stati Uniti non considerano conclusa la campagna e intendono impedire con la forza qualsiasi ricostruzione del programma di arricchimento iraniano.
L’Iran continua a rispondere attraverso attacchi diretti e azioni condotte dai gruppi alleati nella regione. Il rischio è che la guerra si trasformi in un conflitto prolungato, esteso dalle installazioni nucleari alle infrastrutture energetiche, alle basi militari e alle principali rotte commerciali del Medio Oriente.