La protesta arrivata dalle piazze di Kiev e di altre città ucraine ha prodotto il primo grande cambiamento ai vertici militari. Il presidente Volodymyr Zelensky ha rimosso il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrsky e ha scelto al suo posto il maggiore generale Mykhailo Drapatyi, esponente della nuova generazione di ufficiali formatisi combattendo contro la Russia.

La nomina è stata annunciata nella tarda serata del 21 luglio, dopo giorni di tensione provocati dall’estromissione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. Migliaia di persone avevano chiesto il ritorno del ministro e una revisione dell’intera catena di comando, contestando la gestione tradizionale della guerra, le perdite al fronte e le resistenze incontrate dalle riforme tecnologiche.

Il peso della protesta

La mobilitazione era cominciata il 16 luglio davanti all’ufficio presidenziale di Kiev e si era progressivamente estesa. Al centro delle contestazioni non vi era soltanto la difesa politica di Fedorov, ma la richiesta di un esercito più innovativo, meno dipendente dagli assalti di fanteria e maggiormente orientato verso droni, sistemi robotici, digitalizzazione e trasparenza nel reclutamento.

Una parte dei manifestanti aveva indicato direttamente Syrsky come simbolo di una struttura militare ritenuta rigida e poco disponibile al cambiamento. Le critiche riguardavano il sistema di comando, la gestione del personale, la comunicazione interna e il costo umano di alcune operazioni. La pressione pubblica ha così trasformato un rimpasto di governo in una crisi più ampia dell’apparato della Difesa.

La presidenza ha inizialmente difeso la legittimità delle proprie scelte, ma ha mantenuto aperta la possibilità di ulteriori interventi. La rimozione di Syrsky rappresenta una risposta almeno parziale alle richieste della piazza, senza tuttavia risolvere il nodo del futuro di Fedorov, al quale sarebbe stato proposto un nuovo incarico istituzionale.

Drapatyi, il generale della nuova generazione

Mykhailo Drapatyi, 43 anni, ha costruito la propria reputazione sul campo. Entrato nelle forze armate come ufficiale carrista, è diventato uno dei comandanti più conosciuti dopo l’inizio del conflitto con la Russia nel 2014. In quell’anno partecipò all’operazione con cui le unità ucraine riuscirono a raggiungere reparti rimasti isolati nell’area di Mariupol.

Negli anni successivi ha ricoperto incarichi nei settori più delicati del fronte, contribuendo alla difesa delle regioni meridionali e alle operazioni nell’area di Kherson. Nel 2024 gli venne affidato il compito di contenere l’avanzata russa nella regione di Kharkiv, prima della nomina alla guida delle forze terrestri e, successivamente, delle forze congiunte.

Drapatyi è considerato un ufficiale favorevole alla modernizzazione, all’assunzione di responsabilità da parte dei comandanti e alla revisione dei meccanismi di mobilitazione. Nel 2025 aveva presentato le dimissioni dopo un attacco russo contro un centro di addestramento, assumendosi la responsabilità morale dell’accaduto. Il gesto ne aveva rafforzato l’immagine presso una parte dell’opinione pubblica e dei militari.

La sua nomina appare quindi coerente con molte delle priorità attribuite a Fedorov: maggiore ricorso alla tecnologia, tempi più rapidi nella distribuzione degli equipaggiamenti, riforma del reclutamento e riduzione delle inefficienze interne.

La fine dell’era Syrsky

Syrsky guidava le forze armate dal febbraio 2024, quando aveva sostituito Valerii Zaluzhny, successivamente nominato ambasciatore ucraino a Londra. Nato nel 1965 nell’allora Unione Sovietica e formatosi nelle scuole militari sovietiche, aveva ricoperto un ruolo centrale nella difesa di Kiev e nella controffensiva della regione di Kharkiv del 2022.

La sua esperienza e la conoscenza del fronte gli avevano garantito a lungo la fiducia di Zelensky. Allo stesso tempo, il generale era stato contestato per una concezione della guerra giudicata troppo legata all’impiego massiccio di uomini e artiglieria. La battaglia di Bakhmut, proseguita per mesi con perdite molto elevate, aveva alimentato le critiche nei suoi confronti.

Prima di lasciare il comando, Syrsky ha rivendicato i risultati conseguiti durante il proprio mandato, sostenendo che nel 2026 le forze ucraine abbiano recuperato circa 700 chilometri quadrati di territorio. Il dato non risulta verificato in maniera indipendente, ma sintetizza la difesa della sua gestione: contenimento dell’avanzata russa, operazioni nella regione di Kursk e mantenimento della capacità offensiva dell’esercito.

Il nodo Fedorov resta aperto

La sostituzione del comandante in capo non chiude la crisi politica. Fedorov, arrivato alla Difesa nel gennaio 2026 dopo aver guidato la trasformazione digitale del Paese, aveva promosso un forte incremento della produzione e dell’impiego dei droni, rapporti più stretti con le imprese tecnologiche e strumenti digitali per rendere più trasparente il reclutamento.

La sua rimozione ha sorpreso una parte dell’opinione pubblica e del mondo militare. Per i sostenitori dell’ex ministro, i risultati ottenuti in pochi mesi avevano dimostrato che la superiorità numerica russa poteva essere contrastata attraverso innovazione, automazione e attacchi mirati contro la logistica nemica.

Drapatyi aveva espresso apprezzamento per la linea riformatrice di Fedorov durante le proteste. La loro vicinanza sul terreno della modernizzazione ha contribuito a rendere il generale una soluzione accettabile sia per la presidenza sia per una parte della piazza. Resta però da stabilire se Zelensky richiamerà Fedorov nel governo o gli affiderà un ruolo esterno alla struttura ministeriale.

La nuova strategia militare

Il cambio al vertice arriva in una fase difficile della guerra. L’esercito ucraino continua a fronteggiare pressioni russe lungo diversi settori, carenze di personale e la necessità di difendere città e infrastrutture dagli attacchi aerei. Drapatyi dovrà intervenire su mobilitazione, addestramento, rotazione dei reparti, difesa antiaerea e capacità di colpire in profondità.

Il nuovo comandante sarà inoltre chiamato a ricostruire il rapporto di fiducia tra vertici militari, soldati e società civile. La protesta ha dimostrato che, anche durante la guerra, una parte della popolazione non intende rinunciare al controllo sulle decisioni del potere e sulla gestione delle forze armate.

La scelta di Zelensky segna quindi più di un semplice avvicendamento. Con Drapatyi comincia il tentativo di spostare il baricentro dell’esercito verso una leadership cresciuta nel conflitto iniziato nel 2014, meno legata alla tradizione sovietica e più disponibile a integrare tecnologia, iniziativa dei comandanti e responsabilità personale.