Mercato San Severino

Ci sono notizie che nessun giornalista vorrebbe mai scrivere. La scomparsa di Carmine Pecoraro è una di quelle.
Perché oggi, in tanti, non salutano soltanto un collega ma un maestro. Un uomo che ha dedicato la propria vita al giornalismo di territorio, quello fatto di scarpe consumate, telefonate, verifiche, chilometri, passione e rispetto per le persone prima ancora che per le notizie.
Per molti Carmine Pecoraro è stato il cronista della Valle dell’Irno. Per noi è stato molto di più. Un maestro che ha creduto in un'intera generazione di cronisti, trasformando ragazzi pieni di sogni in professionisti dell'informazione.
 

Ci sono persone che entrano nella tua vita quasi in punta di piedi e solo con il tempo ti rendi conto di quanto abbiano inciso sul tuo percorso. Per me, Carmine Pecoraro è stato una di quelle persone.
Quando l’ho conosciuto ero poco più di un ragazzo. Avevo da poco concluso il percorso universitario triennale e coltivavo una passione che mi portavo dentro fin da bambino. A casa il giornale non mancava mai: ricordo ancora le copie de la Repubblica che mia madre lasciava sul tavolo della cucina ogni mattina. Le sfogliavo con curiosità, senza immaginare che un giorno quelle pagine sarebbero diventate il mio lavoro.
Di esperienza ne avevo davvero poca. Avevo soltanto tanta voglia di imparare.
La prima occasione arrivò con Il Nuovo Salernitano, diretto da Gigi Casciello. A darmela fu Carmine, che seguiva la pagina della Valle dell’Irno. Non mi chiese un curriculum importante né pretese chissà quali garanzie. Mi diede fiducia. E per un ragazzo agli inizi, quella fiducia valeva più di qualsiasi contratto.
Con lui ho imparato cosa significasse fare cronaca sul territorio. Si passava con naturalezza dalla cronaca allo sport. Dalla partita della Baby Fantasy in Terza Categoria a un fatto di cronaca tra Mercato San Severino, Fisciano e Baronissi. Per Carmine non esistevano notizie di serie A e notizie di serie B. Se una storia riguardava la comunità, meritava attenzione.
Le telefonate erano continue. A qualsiasi ora. «Hai verificato?», «Sei stato sul posto?», «Richiama quella fonte». A volte sembravano richiami severi, ma non erano mai fini a se stessi. Erano lezioni. E quando sbagliavi, dopo la tirata d’orecchi, arrivava sempre una parola che ti rimetteva in piedi. Una pacca sulla spalla che valeva più di tanti complimenti.
Guardandomi indietro, mi accorgo che quella possibilità non l’ha data solo a me. Carmine ha aperto la porta a tanti ragazzi che poi hanno fatto della comunicazione e del giornalismo la propria professione. Lo ha fatto senza clamore, quasi fosse la cosa più normale del mondo. In realtà stava costruendo il futuro di tanti giovani cronisti.
Negli ultimi anni ti vedevo con lo sguardo più stanco. Era uno sguardo che raccontava più di tante parole. E, per una volta, ero io a provare a darti un po’ di forza, come tu avevi fatto con me tanti anni prima.
Poi c’era il Milan. Quante volte ci siamo ritrovati a parlare di calcio, a discutere di Allegri, della posizione di Leão, delle scelte di formazione. Erano conversazioni che andavano oltre una semplice partita. Erano un modo per ritrovarci, per sorridere, per restare, anche solo per qualche minuto, lontani dalle preoccupazioni.
Oggi mi tornano in mente proprio quei momenti. Le notizie passano, i giornali cambiano, gli articoli finiscono negli archivi. Restano le persone. E tu sei stato una di quelle che lasciano un segno.
Viviamo in un tempo in cui la riconoscenza è diventata merce rara. Si dimentica troppo facilmente chi ci ha dato una possibilità quando nessuno ci conosceva, chi ha scommesso su di noi quando avevamo soltanto entusiasmo e tanta voglia di fare.

 

Danilo Iammancino

Ricordo ancora il brivido di quella telefonata. Dicembre 2008. Io studente all’ultimo anno di liceo. Ero in classe ma quando vidi comparire quel numero che iniziava con 089 mi precipitai fuori per rispondere.
«Domani compra il giornale, il tuo pezzo di prova è in pagina».
Non potevo credere alle mie orecchie. Era un articolo scritto per “presentarmi” alla redazione de Il Nuovo Salernitano, raccontava i disagi degli studenti che, dalla Valle dell’Irno, incontravano difficoltà nell’arrivare a Salerno. Ti piacque, naturalmente lo migliorasti ma lo “premiasti”.
Perché per te, Carmine, il giornalismo era soprattutto questo. Raccontare il territorio, stare tra la gente, dare un contributo nel provare a risolvere i problemi.
Da quella chiamata ne sono seguite tante altre. E devo a te la fortuna di aver imparato a fare un po’ di tutto in questo mestiere.
«Tutti vogliono scrivere di Salernitana, ma tu devi fare la Valle dell’Irno», ripetevi quando provavo a smarcarmi da qualche compito per dedicarmi allo sport. E non puoi immaginare quanto nel tempo mi sia tornato utile.
Ogni volta che vado all’Università ricordo con il sorriso quando, dopo pochi giorni, mi mandasti a seguire un incontro (privato) tra un politico di centrodestra ed il rettore. Finii per perdermi tra i meandri di quei palazzi ma alla fine riuscii a portare a casa il pezzo.
O quando stavo andando in trasferta a vedere una partita. E nel chiamare in redazione rispondesti tu.
«Stai andando a Barletta? Cioffi, Notari sta andando a Barletta, fagli fare un pezzo sui tifosi con le foto».
Come dimenticare l’immancabile richiesta di ogni estate.
«Prima di andare a mare, manda tanti pezzi freddi. Intervista il parroco, il barbiere, il sindaco. Sono tutte persone che ti torneranno utili».
Soltanto con il tempo ho capito che quelle erano vere e proprie lezioni di giornalismo, roba che s’impara soltanto se si ha la fortuna di condividere il mestiere con veri e propri maestri.
Il tempo tiranno, troppo spesso, ci ha tolto la possibilità di sentirci o di farci una telefonata. E oggi questo rende ancora più doloroso quanto accaduto.
Questa notizia non dovevi darcela.
Ciao Carmine, nei nostri cuori resterà vivo il tuo ricordo.


Filippo Notari