Napoli

C'è una frase di Muhammad Alì che, a distanza di mezzo secolo, continua ad avere la forza dei grandi pensieri: "L'uomo che a cinquant'anni vede il mondo come lo vedeva a venti ha sprecato trent'anni della sua vita". Non è un invito all'incoerenza. È qualcosa di infinitamente più profondo.

È l'idea che vivere significhi lasciarsi modificare dalla vita. L'esperienza dovrebbe consumare qualche certezza, smussare qualche spigolo, insegnare a distinguere ciò che conta davvero da ciò che soltanto sembrava importante. Crescere non è accumulare anni. È cambiare sguardo. In questi giorni, per ragioni molto diverse, anche Raoul Bova è arrivato a una riflessione simile. Raccontando le vicende personali che lo hanno esposto, ancora una volta, al tribunale permanente dei social, ha detto di essersi fermato. Di essersi preso una pausa da tutto. Di aver riscoperto la bellezza del tempo trascorso con le persone amate.

E soprattutto ha osservato come il mondo sia profondamente cambiato: una volta, se non piacevi a qualcuno, semplicemente venivi ignorato; oggi esistono gli haters, le vendette, il bisogno quasi compulsivo di trasformare ogni fragilità altrui in spettacolo. Non è solo una riflessione sul web. È una riflessione sulla nostra epoca.

Per generazioni intere diventare uomini significava attraversare la vita. Si sbagliava, si cadeva, ci si rialzava. Il giudice più severo era la coscienza. Oggi, invece, prima ancora di confrontarci con noi stessi, siamo chiamati a confrontarci con l'immagine che gli altri hanno di noi. Sembra che la coerenza valga più della verità. Guai a cambiare idea. Guai a mostrarsi diversi da come si era. Eppure la maturità è esattamente il contrario.

L'uomo che non cambia forse rassicura chi lo osserva, ma rischia di tradire sé stesso. Perché la vita, se vissuta davvero, modifica inevitabilmente il nostro modo di amare, di soffrire, di giudicare, perfino di sperare. Montaigne scriveva di non descrivere l'essere, ma il passaggio. L'uomo, diceva, è movimento continuo. Eraclito, molti secoli prima, aveva intuito che nessuno si bagna due volte nello stesso fiume. Oggi, paradossalmente, i social sembrano voler fermare proprio quel movimento. Ci chiedono di essere fotografie quando siamo destinati a essere viaggio.

Forse è qui che il coraggio assume un significato nuovo. Non il coraggio muscolare, quello che tanto affascinava il Novecento. Nemmeno quello di apparire invincibili. Il coraggio più difficile è accettare di non essere più gli stessi. È salpare anche quando si sa che la terra rimarrà per sempre dentro di noi. Qualche giorno fa, scrivendo una poesia, mi sono ritrovato a pensare che avere coraggio significa prendere il mare aperto e accettare la nostalgia della terra ferma. Non perché si disprezzi il porto da cui si parte, ma perché soltanto navigando si scopre chi siamo davvero. E persino quando arriva il buio, quello stretto, quello che sembra togliere ogni ragione per andare avanti, resta una scelta: continuare a credere che la paura non abbia l'ultima parola. Forse è questo il punto in cui Muhammad Alì e Raoul Bova, pur appartenendo a mondi lontanissimi, finiscono per incontrarsi. Il primo ci ricorda che una vita senza cambiamento è una vita sprecata.

Il secondo che oggi cambiare è diventato infinitamente più difficile, perché ogni trasformazione viene osservata, giudicata, commentata da una platea invisibile che pretende di conoscere la nostra verità meglio di noi. Ma la vita non è un profilo da difendere. È un mare da attraversare. E il coraggio, quello autentico, non consiste nel restare fedeli al ragazzo che eravamo a vent'anni. Consiste nell'avere la forza di diventare, a cinquant'anni come a sessanta, un uomo capace di guardare il mondo con occhi nuovi, senza vergognarsi delle proprie ferite né rinnegare il viaggio che le ha inferte.