L’Aula della Camera dei deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge sulla detenzione domiciliare destinata ai condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti che scelgono di aderire a un programma terapeutico. Il voto completa l’iter parlamentare di un provvedimento presentato dal governo come uno degli interventi centrali per affrontare il sovraffollamento e rafforzare la funzione rieducativa della pena.
Il voto a Montecitorio
Il testo è passato con 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni. La maggioranza ha sostenuto il provvedimento, mentre Partito democratico e Alleanza Verdi e Sinistra hanno scelto l’astensione, condividendone l’impostazione generale ma sollevando dubbi sull’applicazione concreta. Hanno votato contro il Movimento 5 Stelle e Futuro Nazionale, la formazione guidata da Roberto Vannacci.
La nuova disciplina non determina una liberazione automatica dei detenuti con problemi di dipendenza. L’accesso alla misura dovrà essere richiesto dall’interessato e subordinato alla verifica di una condizione effettiva e attuale di tossicodipendenza o alcoldipendenza, della relazione tra la dipendenza e il reato commesso e dell’idoneità del percorso terapeutico proposto.
Come funzionerà la misura
La detenzione domiciliare potrà essere concessa, in linea generale, quando la pena da eseguire, anche residua, non supera gli otto anni. Per alcune categorie di reati più gravi sono previsti limiti più restrittivi. Il percorso potrà svolgersi in una struttura pubblica o privata accreditata, attraverso un programma residenziale, oppure in forma semiresidenziale presso un altro luogo considerato idoneo.
Nel secondo caso il condannato potrà seguire durante il giorno le attività terapeutiche e trascorrere la notte nel domicilio autorizzato. La decisione resterà affidata alla magistratura di sorveglianza, che dovrà valutare la documentazione sanitaria, il programma di recupero e le condizioni di sicurezza. La pena continuerà quindi a essere eseguita, ma fuori dall’istituto penitenziario e all’interno di un percorso controllato.
Nordio: «Una riforma epocale»
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito la legge «un provvedimento epocale», sostenendo che potrà consentire una forma alternativa di detenzione ad almeno 10mila persone. Per il Guardasigilli, i detenuti con dipendenze devono essere considerati soprattutto «malati da curare piuttosto che criminali da punire», senza rinunciare alla certezza della pena e alla tutela della collettività.
La stima dei 10mila potenziali beneficiari rappresenta tuttavia la platea indicata dal governo e non il numero di persone destinate a lasciare immediatamente gli istituti. Ogni posizione dovrà essere esaminata individualmente e l’effetto reale della riforma dipenderà anche dalla disponibilità di comunità terapeutiche, personale sanitario, servizi territoriali e magistrati chiamati a decidere sulle domande.
Il peso del sovraffollamento
La legge arriva mentre la popolazione carceraria italiana continua a superare nettamente la capienza degli istituti. Alla fine di giugno erano presenti circa 64.800 detenuti, a fronte di poco più di 51mila posti regolamentari. Il numero effettivo dei posti utilizzabili è ancora inferiore, perché diverse sezioni risultano chiuse, inagibili o interessate da lavori.
In questo quadro, il governo punta a ridurre la pressione sulle celle trasferendo in percorsi terapeutici chi presenta una dipendenza accertata e condizioni compatibili con l’esecuzione esterna della pena. L’obiettivo dichiarato non è soltanto liberare posti, ma intervenire sulla causa che, in molti casi, avrebbe contribuito alla commissione del reato, cercando di limitare il rischio di recidiva.
Le critiche del Movimento 5 Stelle
La deputata Valentina D’Orso, annunciando il voto contrario del Movimento 5 Stelle, ha contestato l’ampiezza della soglia degli otto anni. Secondo la parlamentare, la misura potrebbe riguardare anche persone condannate per fatti particolarmente allarmanti, trasferite in strutture che, a suo giudizio, sarebbero «senza alcuna vigilanza e controllo».
Il M5S considera inoltre insufficiente il sistema di verifiche e teme che la dipendenza possa essere utilizzata strumentalmente per ottenere un trattamento più favorevole. Anche Futuro Nazionale ha votato contro, sostenendo che il provvedimento produrrebbe disparità rispetto ad altre categorie di condannati.
La sfida dell’attuazione
Il passaggio parlamentare apre ora la fase più delicata. La capacità della legge di incidere davvero sul sovraffollamento dipenderà dalla rapidità delle valutazioni, dalla disponibilità di posti nelle comunità e dal coordinamento tra giustizia, sanità e servizi per le dipendenze. Senza una rete territoriale adeguata, la platea indicata dal ministro potrebbe rimanere in larga parte potenziale.
La riforma introduce comunque un cambio di prospettiva: per una parte dei detenuti con dipendenze, la risposta dello Stato non sarà più concentrata soltanto sulla permanenza in cella, ma sull’esecuzione della pena attraverso un percorso di cura. Il banco di prova sarà verificare se questa impostazione riuscirà a coniugare recupero, controlli effettivi e sicurezza pubblica.