A un anno dalla presentazione del piano straordinario per l’edilizia penitenziaria, la distanza tra gli obiettivi annunciati dal Governo e la situazione reale delle carceri italiane continua ad aumentare. I nuovi posti promessi non hanno ancora inciso sul sovraffollamento, mentre reparti chiusi, manutenzioni rinviate e strutture inagibili hanno ridotto ulteriormente la capienza effettiva degli istituti.

Il piano, approvato nel luglio del 2025 e successivamente ampliato, è stato presentato come la risposta strutturale all’emergenza. La programmazione indicata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio prevede investimenti per circa 900 milioni di euro e la disponibilità di oltre diecimila posti entro la fine del 2027, attraverso il recupero degli spazi esistenti e la costruzione di nuovi padiglioni.

Il calendario indicato dal ministro

Nel marzo scorso, intervenendo alla Camera, Nordio aveva tracciato una scansione precisa: oltre 580 posti consegnati nel 2025, altri 4.220 previsti nel 2026 e 5.866 da recuperare o realizzare nel 2027. Un programma definito dal ministro «ambizioso ma concreto», destinato a migliorare le condizioni di detenzione e la sicurezza del personale penitenziario.

I numeri disponibili raccontano però una dinamica opposta. Al 30 giugno 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.773 persone, nuovo massimo dell’ultimo decennio. Il tasso di affollamento reale, calcolato sottraendo dalla capienza regolamentare i posti non utilizzabili, ha raggiunto il 139,5 per cento. In molte strutture il livello supera ampiamente il 150 per cento, con situazioni ancora più gravi in singoli istituti.

I posti recuperati non compensano quelli chiusi

Il punto critico riguarda la differenza tra i posti formalmente realizzati e quelli effettivamente disponibili. Secondo il rapporto di Antigone, alla fine di aprile la capienza regolamentare era di 51.265 unità, ma i posti realmente utilizzabili erano soltanto 46.318. Rispetto all’avvio del piano, nel gennaio 2025, la disponibilità era diminuita di 537 posti.

Ciò significa che l’apertura di nuovi spazi o il completamento di alcune manutenzioni non riescono a compensare le sezioni che nel frattempo vengono chiuse per problemi strutturali, lavori o mancanza dei requisiti minimi. Il risultato netto è un sistema che continua a perdere capacità mentre la popolazione detenuta cresce.

La coordinatrice nazionale di Antigone, Susanna Marietti, contesta per questo la rappresentazione governativa: i posti annunciati non corrisponderebbero a un incremento effettivo della ricettività, perché una parte consistente viene assorbita dalla continua indisponibilità di celle e reparti.

L’obiettivo del 2027 sempre più lontano

Anche Mario Serio, componente del Garante nazionale delle persone private della libertà, considera difficilmente raggiungibile il traguardo fissato dal Governo. Nel primo quadrimestre del 2026 sarebbero stati recuperati circa 800 posti attraverso attività di manutenzione, mentre quelli ancora indisponibili restano quasi cinquemila.

Per renderli tutti utilizzabili entro la fine del 2027 sarebbe necessario completare centinaia di interventi ogni mese, mantenendo contemporaneamente aperti gli spazi già recuperati. Al ritmo attuale, sostiene Serio, la promessa complessiva di oltre undicimila posti tra nuove costruzioni e recuperi appare un obiettivo più teorico che concretamente realizzabile.

La nuova legge sulle dipendenze

Il secondo pilastro della strategia governativa è rappresentato dalle misure alternative per le persone detenute con problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza. Il 29 luglio la Camera ha approvato definitivamente il disegno di legge con 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni.

La norma consente, con alcune esclusioni, di scontare una condanna non superiore a otto anni in detenzione domiciliare o presso una struttura autorizzata, aderendo a un programma terapeutico. Nordio ha definito il provvedimento «epocale», sostenendo che potrebbe consentire l’uscita dal carcere di almeno diecimila persone. Il Ministero della Giustizia ha successivamente precisato che quella cifra rappresenta una prospettiva pluriennale e non l’effetto immediato della legge.

La relazione tecnica individua una platea potenziale di circa 10.811 detenuti tossicodipendenti e 3.772 alcoldipendenti. Per il 2026, tuttavia, la copertura finanziaria è stata calcolata per appena 500 persone. Rispetto ai circa 14.500 potenziali destinatari, le risorse iniziali permetterebbero quindi di sostenere un percorso per poco più di una persona ogni ventinove.

Le comunità chiedono risorse certe

Il principio della cura fuori dal carcere è condiviso da una parte rilevante delle associazioni, delle comunità terapeutiche e delle opposizioni. Le perplessità riguardano però la disponibilità dei posti, i finanziamenti, il personale sanitario e la capacità delle strutture di seguire programmi complessi e di lunga durata.

Senza un rafforzamento stabile della rete territoriale, la nuova legge rischia di produrre numeri molto inferiori a quelli annunciati. L’accesso alle misure alternative dipenderà inoltre dalla valutazione dei magistrati, dall’idoneità del percorso proposto e dall’effettiva disponibilità delle comunità accreditate.

L’allarme della Polizia penitenziaria

Alle difficoltà strutturali si aggiunge la carenza di personale. I sindacati della Polizia penitenziaria denunciano organici insufficienti, aggressioni, turni sempre più pesanti e istituti nei quali pochi agenti devono controllare intere sezioni sovraffollate.

Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria, accusa il ministro di descrivere una realtà lontana da quella vissuta quotidianamente negli istituti. Leo Beneduci, segretario dell’Osapp, definisce il piano un fallimento e sostiene che la costruzione delle nuove strutture proceda senza un sistema pubblico di monitoraggio sufficientemente trasparente.

La pressione continua ad aumentare

Il problema non è soltanto costruire nuove celle. Il sovraffollamento compromette l’assistenza sanitaria, le attività educative, il lavoro, la formazione e ogni reale percorso di reinserimento. Aumenta inoltre la tensione interna e rende più difficile garantire la sicurezza degli operatori e delle persone detenute.

Il piano governativo e la nuova legge sulle dipendenze possono rappresentare due strumenti utili, ma i dati disponibili impongono una valutazione prudente. I posti effettivi continuano a diminuire, le presenze hanno superato quota 64.700 e le risorse destinate alle comunità coprono soltanto una frazione dei potenziali beneficiari.

Tra annunci, cantieri e programmi terapeutici ancora da finanziare, la promessa di risolvere il sovraffollamento entro il 2027 appare sempre più lontana dalla realtà quotidiana delle carceri italiane.