"Era un pomeriggio come tanti. Ero seduta alla mia scrivania, intenta a tradurre una versione di latino. A un tratto il pesante vocabolario cadde sul pavimento.
Rimasi sorpresa da quel tonfo improvviso, ma non gli diedi alcun significato. Poco dopo sentii mia madre gridare: "Il terremoto!".
In quel momento la paura non mi sfiorò davvero. Guardando fuori sembrava che quasi nessuno si fosse accorto di nulla. Tutto pareva destinato a finire lì."
E' un raccondo commovente da leggere fino in fondo, quello di Emma Montesanto, (nella foto di Antonino Giorgione) stimata insegnante in pensione, passione per la scrittura da sempre, sposata con Giuseppe La Porta, due figli Andrea e Alessandro entrambi affermati professionisti, originaria di Ariano Irpino ma residente a Benevento.
"Alle sei del pomeriggio uscii con le mie amiche per la consueta passeggiata in villa. Dovevamo rientrare entro le otto. Ridevamo, chiacchieravamo, ignare che, di lì a pochi minuti, le nostre vite sarebbero cambiate per sempre. Quando arrivammo in piazza, alle 18.30, il mondo sembrò spezzarsi.
Una scossa violentissima ci colpì all'improvviso. Era come trovarsi su una giostra impazzita. La terra ondeggiava sotto i piedi, un boato assordante copriva ogni altro rumore. Poi arrivarono le urla, i pianti, il panico.
La gente usciva precipitosamente dai bar, dai negozi e dalle case, riversandosi in piazza con il volto sconvolto.
In quell'istante capii che stava accadendo qualcosa di terribile. Cominciai a correre verso casa. Via Parzanese, così stretta che a malapena vi passava un'automobile, era diventata un fiume di persone terrorizzate.
Dal barbiere vidi uscire un cliente con il viso ancora coperto di schiuma da barba, poco più avanti, dal parrucchiere, donne con i bigodini in testa correvano urlando. Erano immagini quasi surreali, che oggi farebbero sorridere se non fossero impresse nel ricordo di una tragedia.
Correvo così veloce che mi sembrava di avere i piedi sulla nuca. Poi alzai gli occhi. Quello che vidi è rimasto impresso nella mia memoria per tutta la vita.
I tetti dei due palazzi più alti di via Parzanese oscillavano così tanto da sembrare toccarsi in cima, annullando la distanza che li separava.
Era arrivata un'altra scossa. Il cuore mi si fermò. Quando finalmente raggiunsi casa, trovai mia madre che correva disperata, gridando il mio nome. Mi stava cercando ovunque.
Tutti gli abitanti della nostra zona di Sant'Angelo si erano radunati sulla spianata di San Nicola. Nessuno voleva più rientrare in casa. Eravamo lì, vicini gli uni agli altri, uniti dalla stessa paura.
Ricordo ancora il grande crocifisso in lamina di ferro fissato sul muretto. Durante una nuova, violentissima scossa cominciò a oscillare, a vibrare, quasi a pulsare, accompagnato da un incessante tintinnio. Sembrava vivo.
Anche la terra si aprì. Nella spianata comparvero profonde crepe. Ci stringemmo gli uni agli altri: amici, parenti, vicini. In quell'istante non esistevano più differenze. Eravamo una sola grande famiglia, terrorizzata, che tra lacrime, preghiere e silenzi si affidava a un destino che sembrava già scritto.
Quel terremoto non fece tremare soltanto la terra. Cambiò per sempre il volto di Ariano. Molte case furono dichiarate inagibili e tante famiglie furono costrette a vivere per mesi nelle baracche e nei prefabbricati.
Nel campo sportivo fu allestito un presidio militare: sembrava di vivere in uno stato di guerra. Il centro storico si svuotò e, per dare una casa a tante persone rimaste senza tetto, negli anni successivi sorsero i quartieri popolari di Cardito e Martiri.
Con l'arrivo dell'autunno anche le scuole dovettero reinventarsi. Molte trovarono una sistemazione di emergenza e numerose classi furono trasferite nei prefabbricati.
Ma il terremoto del 1962 cambiò soprattutto noi ragazzi. Molti partirono per i collegi sovvenzionati dallo Stato, altri seguirono le proprie famiglie che decisero di trasferirsi altrove. Le passeggiate tra la piazza e la villa, che fino ad allora avevano scandito le nostre giornate, scomparvero.
Al loro posto rimase un grande vuoto, dove prima c'erano la vita, le risate e il vociare di un paese animato dai suoi abitanti, dai villeggianti e dalle colonie di bambini che ogni estate arrivavano in collina per sfuggire al caldo delle città.
Anche molti negozi si svuotarono. Alcuni non riaprirono più; in altri la merce scarseggiava e faticava ad arrivare.
Sono passati tanti anni, eppure quel boato, quelle corse disperate, quei tetti che sembravano toccarsi, il crocifisso che oscillava e l'abbraccio collettivo di un'intera comunità continuano a vivere dentro di me. Ci sono ricordi che il tempo non cancella".