Gli Stati Uniti hanno annunciato il raggiungimento di un’intesa preliminare per il disarmo graduale di Hamas e degli altri gruppi armati presenti nella Striscia di Gaza. Il piano dovrebbe accompagnare il trasferimento del controllo civile e della sicurezza a un organismo tecnico palestinese, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, affiancato da una forza internazionale e sottoposto a verifiche indipendenti.

Il presidente americano Donald Trump ha definito l’accordo un passaggio storico verso la stabilizzazione dell’enclave. Dietro l’annuncio, tuttavia, rimangono divergenze sostanziali sull’ordine con cui dovranno avvenire il disarmo palestinese e il ritiro delle forze israeliane. Più che un’intesa conclusiva, quella illustrata da Washington appare quindi come una road map ancora esposta al rischio di interpretazioni incompatibili.

Il disarmo legato al ritiro

Secondo la ricostruzione fornita da un funzionario americano, Hamas dovrebbe consegnare progressivamente le armi, smantellare le infrastrutture militari e cedere depositi e tunnel. A ciascuna fase corrisponderebbe un arretramento delle truppe israeliane, fino a un eventuale ritiro dalla Striscia.

Il dirigente di Hamas Ghazi Hamad ha confermato ad Al Jazeera che i negoziati sono arrivati a un’intesa dopo un confronto definito difficile. Ha però fissato una condizione decisiva: il movimento non avvierà il disarmo prima del ritiro di Israele. Per il gruppo palestinese, dunque, l’abbandono delle armi non può precedere l’evacuazione militare israeliana, ma deve seguirla o procedere parallelamente.

Le riserve di Israele

La posizione israeliana appare opposta. Fonti ufficiali citate dai media locali hanno lasciato intendere che Israele non intende ritirarsi dalle aree ancora controllate finché Hamas non avrà completato un disarmo verificabile. Anche le dichiarazioni di Trump sembrano indicare che il ritiro completo sarà subordinato alla neutralizzazione delle capacità militari del movimento.

Il governo israeliano non ha ancora formalizzato una piena adesione al documento e considera insufficienti alcuni passaggi della proposta, in particolare quelli relativi alle armi leggere, ai meccanismi di controllo e alle conseguenze previste in caso di violazione. L’assenza di una sequenza condivisa costituisce il principale ostacolo: entrambe le parti chiedono all’avversario di compiere per primo il passo ritenuto irreversibile.

Un percorso lungo e fragile

L’attuazione dovrebbe richiedere diversi mesi. Le stime circolate indicano un periodo compreso tra circa 200 e 350 giorni, variabile a seconda delle zone della Striscia e dell’esito delle verifiche sul terreno. Nel frattempo dovrebbero entrare in funzione la nuova amministrazione palestinese, una forza internazionale di stabilizzazione e corpi di polizia locali non collegati alle organizzazioni armate.

La consegna delle armi pesanti, lo smantellamento dei tunnel, il controllo degli arsenali e la definizione del futuro dei combattenti rappresentano passaggi politicamente e operativamente complessi. A pesare è soprattutto la mancanza di fiducia reciproca, aggravata dalla prosecuzione degli attacchi e dall’assenza di un accordo definitivo sul futuro politico della Striscia di Gaza.

Il governo tecnico palestinese

Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza dovrebbe assumere la gestione dei servizi pubblici e delle istituzioni civili, escludendo esponenti direttamente legati ad Hamas. Il progetto punta a separare l’amministrazione quotidiana dell’enclave dalle strutture militari, creando le condizioni per la ricostruzione e per l’ingresso degli aiuti internazionali.

Il successo della proposta dipenderà però dalla capacità dei mediatori di trasformare principi generali in obblighi simultanei e verificabili. I prossimi negoziati dovranno stabilire chi controllerà il disarmo, quali territori saranno evacuati da Israele dopo ciascuna fase e quale autorità potrà intervenire in caso di mancato rispetto dell’intesa.