Sanità al bivio tra violenza, burocrazia e il rischio del collasso pubblico.

Professore Leone Melillo, le aggressioni al personale sanitario sono in continuo aumento. Quali sono le cause profonde di questo fenomeno e come è cambiato il rapporto tra medico e paziente?

L'aumento delle aggressioni riflette un profondo mutamento culturale. Per gran parte del Novecento il medico godeva di un'autorevolezza basata su un'asimmetria delle conoscenze che generava fiducia e rispetto. Oggi la diffusione di Internet e del fenomeno del "Dr. Google" ha creato l'illusione che avere informazioni equivalga a possedere competenze mediche. Questo alimenta aspettative irrealistiche e trasforma la cura in un rapporto consumeristico, dove il medico è visto come un semplice erogatore di prestazioni e non come un professionista guidato da scelte scientifiche. 

Oltre all'aspetto culturale, quali altre criticità alimentano la frustrazione dei pazienti?

Le inefficienze organizzative del Servizio Sanitario Nazionale giocano un ruolo decisivo. Gli utenti tendono ad attribuire al medico responsabilità che in realtà dipendono dalla carenza di personale, dalle lunghe liste d'attesa e dai limiti strutturali delle Aziende sanitarie, in un momento storico di "smantellamento" della sanità pubblica a favore del privato. Questa rabbia è ancora più evidente in psichiatria, dove il sanitario diventa il "contenitore" psicodinamico della sofferenza, della frustrazione e delle emozioni negative del paziente.

Come ha risposto il legislatore sul piano penale per proteggere i sanitari?

C'è stato un progressivo inasprimento delle norme. Nel 2018 si è introdotta la procedibilità a querela per le lesioni lievi. Nel 2020, con la legge n. 113, è stata prevista una specifica aggravante per le lesioni ai sanitari ed è nato l'Osservatorio nazionale sulla sicurezza. Infine, la legge n. 171/2024 ha stabilito la procedibilità d'ufficio in presenza di tali aggravanti. Questo riconosce che aggredire un sanitario non offende solo la persona, ma danneggia un servizio pubblico essenziale tutelato dall'articolo 32 della Costituzione.

La sicurezza degli operatori dipende però anche dai datori di lavoro. Quali sono gli obblighi delle Aziende sanitarie?

La tutela non è solo penale. Sul piano civile, l'articolo 2087 del Codice Civile e il Testo Unico sulla sicurezza (d.lgs. n. 81/2008) impongono alle Aziende sanitarie di valutare il rischio di aggressione e adottare misure preventive per proteggere l'integrità fisica e morale dei dipendenti. Amministrativamente, le strutture devono predisporre protocolli di sicurezza, sistemi di vigilanza, procedure organizzative e percorsi di formazione per il personale.
Oltre alla violenza fisica, i medici affrontano la pressione del contenzioso giudiziario.

Che impatto ha la "medicina difensiva" sul sistema?

Il diritto del paziente al risarcimento è sacrosanto ed è disciplinato dalla legge Gelli-Bianco. Tuttavia, l'altissimo numero di procedimenti giudiziari, che spesso si concludono con archiviazioni o assoluzioni, ha spinto molti medici verso la medicina difensiva. Anche se l'articolo 358 del codice di procedura penale impone al PM di cercare elementi a favore dell'indagato, la complessità delle indagini e la durata dei processi finiscono per causare al medico un grave danno personale, professionale e reputazionale lungo anni, prima ancora di una sentenza di assoluzione.

Esiste anche un problema culturale nel modo in cui l'opinione pubblica percepisce l'esito delle cure?

Assolutamente sì. Il dibattito mediatico spesso amplifica l'idea che ogni evento sfavorevole sia il risultato di un errore medico. Si dimentica che la medicina non è una scienza esatta: esistono complicanze imprevedibili ed eventi avversi inevitabili. Il rischio attuale è la trasformazione del processo in una risposta automatica all'insoddisfazione per l'esito clinico. Nei casi di infondatezza manifesta, si assiste a un uso distorto dell'azione giudiziaria che l'ordinamento prova a frenare con la responsabilità aggravata per lite temeraria (art. 96 c.p.c.).

Prof. Melillo, se guardiamo all'estero, come viene affrontata questa emergenza rispetto all'Italia?

Il problema è globale, ma altri Paesi si muovono con maggiore efficacia. Francia, Germania e Regno Unito uniscono le sanzioni penali a severi protocolli di sicurezza, vigilanza e a una cultura istituzionale di intolleranza totale verso la violenza. Negli Stati Uniti e in Canada la presenza di personale di sicurezza e di procedure standardizzate negli ospedali è la norma. L'Italia ha inasprito le pene, ma sconta ancora ritardi strutturali, carenze di risorse, lentezza della giustizia e una radicata difficoltà culturale nel distinguere un errore da una complicanza inevitabile.

Quali sono gli scenari futuri per il Servizio Sanitario Nazionale se non si inverte questa rotta?

Il SSN rischia il collasso per una crisi di attrattività della professione, soprattutto in settori chiave come l'emergenza-urgenza, la psichiatria e la medicina territoriale. La combinazione di aggressioni, contenziosi, medicina difensiva e perdita di prestigio sociale sta spingendo molti medici ad abbandonare il settore pubblico per il privato o per l'estero. Questo rischia di innescare un circolo vizioso drammatico: meno personale significa liste d'attesa più lunghe, maggiore malcontento degli utenti e, di conseguenza, nuove aggressioni, compromettendo definitivamente il diritto costituzionale alla salute.