L’annunciato rafforzamento della parità di genere nella nuova legge elettorale rischia di fermarsi sulla soglia dei posti che contano davvero. L’accordo raggiunto dal centrodestra sulle preferenze prevede infatti l’alternanza tra uomini e donne all’interno delle liste, ma non imporrebbe un equilibrio complessivo tra i capilista bloccati, cioè i candidati collocati nella posizione più favorevole per ottenere il seggio.
Il testo definitivo dell’emendamento non è stato ancora depositato. La maggioranza punta a presentarlo al Senato entro il 1° settembre, quando riprenderà l’esame della riforma già approvata dalla Camera. L’intesa politica riprende in larga parte l’emendamento promosso da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, bocciato a metà luglio a Montecitorio per un solo voto.
Il vantaggio del primo nome
Lo schema prevede un capolista scelto direttamente dal partito e non sottoposto alle preferenze degli elettori. Sulla scheda comparirebbero poi altri sei candidati, tra i quali sarebbe possibile indicare fino a tre preferenze. La modifica concordata dalla maggioranza stabilirebbe che, quando il capolista è un uomo, il nome successivo debba essere quello di una donna, e viceversa, proseguendo poi con l’alternanza.
La correzione interviene sulla composizione del singolo elenco, ma non risolve il problema sollevato dalle opposizioni. Il candidato al primo posto resta infatti sottratto alla competizione interna delle preferenze. Chi occupa le posizioni successive deve invece conquistare il consenso personale degli elettori e può essere superato dagli altri nomi presenti sulla scheda.
Il punto politico è quindi la distribuzione dei capilista tra i due sessi. Una soglia nazionale o circoscrizionale che impedisca a uomini o donne di superare il 60 per cento di queste posizioni non risulta, al momento, garantita dall’accordo. Un partito potrebbe così rispettare formalmente l’alternanza nelle liste e, nello stesso tempo, assegnare prevalentemente a uomini il primo posto nei collegi considerati più favorevoli.
Il vincolo limitato al premio
La maggioranza sostiene che l’equilibrio tra uomini e donne sarà comunque assicurato nelle liste collegate al premio di governabilità. Il testo approvato dalla Camera prevede un premio di 70 deputati e 35 senatori per la lista o la coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti, entro i limiti massimi stabiliti dalla riforma. I candidati inseriti nei listini del premio devono comparire anche nei collegi plurinominali, generalmente come capilista.
Questo meccanismo produce però un equilibrio soltanto parziale. Il vincolo riguarda le candidature collegate al premio, non necessariamente tutti i capilista scelti dai partiti nei diversi territori. Resterebbe quindi uno spazio significativo nel quale le segreterie potrebbero decidere liberamente chi collocare nella posizione bloccata.
È proprio qui che, secondo il Partito Democratico, si annida il rischio di una parità puramente formale. Simona Bonafè, capogruppo dem nella commissione Affari costituzionali della Camera, parla di un «gioco delle tre carte»: senza una regola vincolante per i primi posti, sostiene, l’equilibrio di genere rimane un principio dichiarato ma non una garanzia effettiva.
Ancora più netta Chiara Braga, presidente dei deputati del Pd, che definisce la soluzione una «farsa» e una possibile regressione rispetto alle tutele previste dal Rosatellum. Braga chiede alle parlamentari della maggioranza di opporsi a un sistema che, a suo giudizio, potrebbe lasciare alle donne soprattutto la competizione più difficile delle preferenze.
Il confronto dentro e fuori la maggioranza
Nel centrodestra prevale una lettura diversa. Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, affida la tutela della rappresentanza femminile alle scelte politiche dei partiti più che a nuovi automatismi legislativi. La senatrice richiama l’attenzione del segretario Antonio Tajani sul tema, ma respinge l’idea che la candidatura debba dipendere esclusivamente dal genere.
Resta critica anche Elena Bonetti di Azione, tra le promotrici dell’opposizione all’emendamento sulle preferenze presentato alla Camera. Secondo l’ex ministra, l’effetto combinato tra capilista bloccati e preferenze potrebbe penalizzare in modo consistente le candidate, soprattutto quando i partiti riservano agli uomini i collegi più sicuri.
La partita resta aperta. L’intesa raggiunta dagli sherpa della maggioranza dovrà essere trasformata in un emendamento, affrontare il confronto nella commissione Affari costituzionali del Senato e superare le tensioni già emerse alla Camera. Soltanto il testo depositato permetterà di stabilire se l’alternanza annunciata comprenderà una tutela effettiva per l’insieme dei capilista o si limiterà alla successione dei nomi nelle singole liste.