Da analisti abituati per mestiere a studiare le fragilità delle democrazie e le mosse dei regimi autoritari arriva un avvertimento insolito, questa volta rivolto agli Stati Uniti. Più di 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale riuniti in The Steady State sostengono che la seconda presidenza di Donald Trump stia concentrando troppo potere alla Casa Bianca, indebolendo quei contrappesi istituzionali che per decenni hanno limitato l’autorità dell’esecutivo americano.
Non si tratta di una presa di posizione ufficiale della Cia o dell’attuale comunità d’intelligence statunitense. A parlare sono ex dirigenti, analisti, diplomatici e funzionari che hanno lavorato in agenzie come Cia, Fbi, dipartimenti di Stato, Difesa e Homeland Security. Il gruppo, nato nel 2016, rivendica oggi oltre 400 aderenti e dichiara di utilizzare metodi di analisi maturati nell’intelligence per valutare anche la tenuta delle istituzioni americane.
«I guardrail sono stati rimossi»
Il giudizio più netto è quello di Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale e collaboratore di The Steady State, al quale l’amministrazione Trump ha revocato l’accesso alle informazioni classificate. Secondo Zaid, i «guardrail», le barriere che dovrebbero impedire un uso eccessivo del potere presidenziale, sarebbero stati progressivamente eliminati.
Anche Paul Kolbe, già capostazione della Cia con esperienza nell’ex Unione Sovietica e nei Balcani, richiama gli schemi osservati durante la sua carriera. I sistemi autoritari, sostiene, tendono a seguire modalità ricorrenti nella conquista e nell’esercizio del potere. E alcuni di quei meccanismi, nella sua valutazione, comincerebbero a trovare corrispondenze nell’America di oggi.
Il punto sollevato dagli ex funzionari non riguarda quindi una singola decisione del presidente. È la somma delle mosse a preoccupare: la centralizzazione delle scelte, la richiesta di fedeltà personale, lo scontro con apparati considerati ostili, l’indebolimento delle strutture interne capaci di contestare o rallentare le decisioni dell’esecutivo.
Il timore di un culto della personalità
A rendere più grave il quadro, secondo Gail Helt, ex analista impegnata in passato sui dossier relativi a Cina e Taiwan, sarebbe la crescente personalizzazione della presidenza. Helt parla esplicitamente di un «culto della personalità» e vede nella sovrapposizione tra figura del presidente, governo e immagine dello Stato un segnale da non sottovalutare.
The Steady State aveva già messo nero su bianco queste preoccupazioni nei suoi rapporti del 2026. Nell’aggiornamento pubblicato il primo giugno, il gruppo ha indicato nella fedeltà personale e nell’espansione del potere esecutivo alcuni dei fattori che, a suo giudizio, stanno accelerando una dinamica autoritaria. In un precedente rapporto di aprile aveva descritto la seconda amministrazione Trump come sempre più centrata sulla figura del presidente e su una cultura interna nella quale la lealtà avrebbe un peso crescente rispetto alla mediazione istituzionale.
La valutazione resta quella di un’organizzazione apertamente impegnata nella difesa della democrazia costituzionale e critica verso Trump, non una diagnosi condivisa automaticamente dalle istituzioni federali. È però significativo, sottolineano gli stessi membri, che professionisti abituati a lavorare lontano dai riflettori abbiano scelto di esporsi pubblicamente. Il fondatore Steven Cash ha riferito che circa metà degli aderenti preferisce ancora non rendere nota la propria identità, per timore di possibili conseguenze professionali o politiche.
Le autorizzazioni di sicurezza diventano terreno di scontro
Uno dei casi indicati come prova della trasformazione in corso riguarda le security clearance, le autorizzazioni necessarie per accedere a informazioni classificate. Al ritorno alla Casa Bianca, Trump ha disposto la revoca delle autorizzazioni per decine di ex funzionari dell’intelligence firmatari della lettera del 2020 sul laptop di Hunter Biden. Successivi provvedimenti hanno interessato altri ex esponenti dell’amministrazione precedente e figure entrate in conflitto con il presidente.
Per l’amministrazione non si tratta di rappresaglie, ma di una forma di responsabilizzazione nei confronti di funzionari accusati di avere utilizzato il proprio prestigio istituzionale per influenzare il dibattito politico. Per gli ex agenti che contestano Trump, invece, l'uso delle autorizzazioni di sicurezza come strumento contro avversari e critici rischia di trasformare un meccanismo destinato a proteggere informazioni sensibili in una leva politica.
Lo scontro si è esteso anche all’uso delle informazioni declassificate. A luglio Trump ha presentato documenti dell’intelligence sostenendo che dimostrassero un coinvolgimento cinese nelle elezioni presidenziali del 2020. L’amministrazione ha affermato che il materiale rivelava attività straniere e informazioni precedentemente nascoste; una ricostruzione dell’Associated Press ha però concluso che i documenti resi pubblici non dimostravano una manipolazione del voto tale da sostenere le accuse più ampie rilanciate dal presidente.
La Casa Bianca respinge l'accusa
La replica dell’amministrazione è altrettanto netta. Il portavoce Davis Ingle ha sostenuto che Trump sia stato eletto proprio per mettere fine a quella che la Casa Bianca definisce la politicizzazione dell’apparato federale, ridimensionare il peso di burocrati non eletti e restituire il potere ai cittadini. Dal punto di vista della presidenza, dunque, ciò che i critici descrivono come concentrazione autoritaria sarebbe invece l’esecuzione del mandato ricevuto dagli elettori.
Anche la Cia ha difeso le proprie procedure di declassificazione e respinto le accuse secondo cui l’agenzia sarebbe stata piegata agli interessi politici della presidenza. Il confronto è così diventato anche una battaglia sulla legittimità delle fonti: da una parte ex funzionari che rivendicano decenni di esperienza nella lettura dei processi autoritari, dall’altra un’amministrazione che li considera parte di quell’establishment burocratico contro il quale Trump ha costruito una parte decisiva del proprio consenso.
Il vero banco di prova sono le istituzioni
La questione centrale resta fino a che punto il sistema americano possa assorbire la pressione di una presidenza fortemente personalizzata senza perdere i propri equilibri. Gli stessi ex agenti non concordano sul fatto che gli Stati Uniti siano destinati a trasformarsi in un regime autoritario. Gail Helt, pur indicando una lunga serie di segnali preoccupanti, ritiene che la tradizione democratica del Paese conservi ancora una capacità di resistenza.
Ed è qui che l’allarme di The Steady State assume il suo significato politico. Non sostiene che la democrazia americana sia già scomparsa. Sostiene che la sua tenuta non possa più essere considerata automatica. In una stagione segnata dalle elezioni di midterm di novembre, dal conflitto sull’autonomia delle agenzie federali e da una presidenza che rivendica un'interpretazione molto ampia delle proprie prerogative, la partita si gioca sulla capacità di Congresso, tribunali, amministrazione federale, Stati e opinione pubblica di continuare a esercitare un controllo effettivo sul potere esecutivo.