Nei primi sei mesi del 2026 la Germania ha registrato 11.745 richiedenti asilo coinvolti nelle procedure che individuano un altro Paese europeo come responsabile della domanda. In 7.591 casi, secondo i dati del ministero dell’Interno tedesco riportati dalla stampa, gli altri Stati hanno riconosciuto la propria competenza. Numeri che riaprono una questione delicatissima per Italia, Grecia, Spagna e gli altri Paesi collocati sulle principali rotte di ingresso nell’Unione europea.

Per Berlino il problema sono soprattutto i cosiddetti movimenti secondari, cioè gli spostamenti dei richiedenti protezione dal Paese europeo nel quale sono entrati verso un altro Stato dell’Unione. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, pienamente applicabile dal 12 giugno, mantiene il principio della responsabilità del Paese di primo ingresso in molti casi e rafforza gli strumenti destinati a limitare questi trasferimenti interni.

Il primo caso verso l’Italia

Il segnale più concreto dovrebbe arrivare il 19 agosto, quando le autorità tedesche prevedono il trasferimento in Italia di Abdirisaq Warsame, cittadina somala di 22 anni arrivata in Assia alla fine di marzo. Il suo caso è diventato il simbolo del nuovo corso perché sarebbe il primo trasferimento di questo tipo verso l’Italia dopo una lunga fase di sostanziale blocco.

La scelta ha un valore che va oltre la singola procedura. Dopo l’intesa raggiunta tra Roma e Berlino alla fine del 2025 sui casi arretrati, il governo tedesco considera nuovamente praticabile il ricorso ai trasferimenti per le nuove pratiche. Resta tuttavia un terreno giuridicamente complesso, anche per la transizione fra il precedente sistema Dublino e il nuovo regolamento europeo sulla gestione dell’asilo e della migrazione.

Il dato delle 11.745 procedure riguarda inoltre soltanto il periodo gennaio-giugno. Il totale delle persone interessate nel corso del 2026 è quindi destinato a crescere con le pratiche aperte nei mesi successivi. Non significa, però, che tutte finiranno con un trasferimento: il riconoscimento della responsabilità di un altro Stato e l’effettiva esecuzione del trasferimento sono due passaggi distinti. Nel 2025, per esempio, la Germania aveva presentato 35.942 richieste in uscita nell’ambito del sistema Dublino, ma i trasferimenti materialmente eseguiti erano stati 5.377.

Merz tra Roma e la pressione dell’AfD

La nuova offensiva tedesca sull’immigrazione arriva in un momento politicamente delicato per il cancelliere Friedrich Merz. Il capo del governo ha costruito negli ultimi mesi un rapporto particolarmente stretto con Giorgia Meloni, fino a definire a gennaio le condizioni per una cooperazione molto ravvicinata tra Germania e Italia. Proprio per questo la riapertura dei trasferimenti rischia di creare un punto di attrito fra due governi che su molti dossier europei hanno invece avvicinato le rispettive posizioni.

A pesare sulle scelte di Berlino c’è però anche la politica interna. Il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha raggiunto nei sondaggi livelli mai toccati in precedenza. Una rilevazione Infratest dimap ha collocato il partito al 41 per cento, nettamente davanti alla Cdu. Le più recenti rilevazioni continuano a fotografare un vantaggio molto ampio dell’estrema destra, trasformando il Land orientale in uno dei test politici più difficili per il cancelliere.

La pressione non riguarda soltanto l’immigrazione. Nelle regioni orientali pesano salari più bassi, spopolamento, invecchiamento della popolazione e la sensazione di essere rimasti ai margini dello sviluppo tedesco dopo la riunificazione. L’AfD sta cercando di trasformare questo malessere in una spinta elettorale capace, per la prima volta, di portarla alla guida di un governo regionale.

La nuova linea dei popolari europei

La svolta tedesca si inserisce in un irrigidimento più ampio della politica migratoria del centrodestra europeo. Il Partito popolare europeo, di cui fanno parte Cdu/Csu e Forza Italia, ha indicato tra le proprie priorità il rafforzamento delle frontiere esterne, l’accelerazione dei rimpatri e il contrasto all’immigrazione irregolare, dichiarando al tempo stesso di voler mantenere il sistema entro i vincoli del diritto europeo e internazionale.

Il riferimento sempre più frequente è anche alle situazioni in cui i flussi migratori vengono utilizzati come strumento di pressione politica. È quanto l’Unione europea sostiene sia avvenuto sul confine fra Bielorussia e Polonia, dove Minsk è stata accusata di avere favorito l’arrivo di migranti per destabilizzare i Paesi europei confinanti. La questione è tornata di attualità dopo la crisi di Ceuta, che ha riaperto il dibattito sulla capacità dell’Europa di reagire rapidamente a ingressi improvvisi e organizzati.

Il precedente polacco

La Polonia ha già adottato una delle misure più controverse. Dal marzo 2025 ha introdotto una restrizione temporanea e territorialmente limitata alla possibilità di presentare domanda di protezione internazionale lungo il confine con la Bielorussia, prevedendo alcune eccezioni per categorie vulnerabili. La misura è stata prorogata più volte. Non si tratta, tecnicamente, di una sospensione della Convenzione di Ginevra, ma di una limitazione dell’accesso alla procedura d’asilo alla frontiera, sulla quale organizzazioni per i diritti umani hanno sollevato pesanti obiezioni giuridiche.

È proprio questo il confine sul quale si gioca una parte della futura politica europea: fino a che punto uno Stato possa restringere l’accesso alla protezione quando ritiene che i migranti siano utilizzati da un Paese terzo nell’ambito di una minaccia ibrida. Il tema divide governi, istituzioni europee e organizzazioni umanitarie e promette di tornare al centro del confronto politico nei prossimi mesi.

Per Merz, intanto, la priorità immediata è dimostrare agli elettori tedeschi che il governo è in grado di ridurre i movimenti secondari e far rispettare le regole europee. Per Meloni, l’eventuale ripresa sistematica dei trasferimenti dalla Germania apre invece un fronte scomodo: quello del numero di richiedenti asilo che l’Italia potrebbe essere chiamata nuovamente ad accogliere proprio mentre Roma rivendica in Europa una politica più severa sugli ingressi irregolari.