Si continua a scavare tra le macerie di Cali e l’angoscia più grande arriva da un luogo che avrebbe dovuto essere il rifugio dei più fragili. Una parte dell’Hospital Universitario del Valle, il principale ospedale pubblico della Colombia sud-occidentale, è crollata durante il terremoto di magnitudo 7,4 che ha devastato l’ovest del Paese. Tre piani del blocco due, occupati da pediatria, neonatologia e medicina interna, sono venuti giù mentre medici, infermieri e pazienti cercavano di mettersi in salvo.

Il bilancio dell’intero terremoto continua a cambiare con il passare delle ore. Asocapitales, l’associazione delle città capoluogo colombiane, ha indicato almeno 132 morti e più di 570 feriti. Il dato nazionale comunicato in precedenza dal presidente Abelardo de la Espriella era di 111 vittime. Nella sola Cali, il capo dello Stato ha successivamente parlato di 35 morti, 700 feriti e 188 persone ancora segnalate come disperse.

Il dramma dentro l’ospedale

È qui che il terremoto mostra il suo volto più crudele. Il direttore dell’ospedale, Irne Torres, nelle prime ore dell’emergenza ha riferito che circa il 30 per cento della struttura era stato interessato dal crollo. Almeno dieci persone risultavano intrappolate e una vittima era stata confermata. Il dirigente non aveva voluto precisare se tra i dispersi vi fossero bambini ricoverati nel reparto pediatrico.

Circa 600 pazienti sono stati portati all’esterno e sistemati nei giardini e nelle aree verdi dell’ospedale, mentre l’intera struttura veniva evacuata e dichiarata in allerta rossa. Il centro non era più in condizioni di ricevere nuovi feriti proprio mentre da tutta la città continuavano ad arrivare richieste di soccorso. Il personale sanitario ha chiesto anche donazioni di sangue.

Nelle ore successive sono arrivati anche segnali di speranza: fonti locali hanno riferito del salvataggio con vita di sette persone rimaste intrappolate all’interno dell’ospedale. Le verifiche sulla struttura e sulle persone coinvolte sono però proseguite per tutta la notte.

Cali travolta alle 7.34 del mattino

La terra ha cominciato a tremare alle 7.34 di lunedì 10 agosto. Il terremoto, di magnitudo 7,4, ha avuto epicentro nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, e secondo lo United States Geological Survey si è sviluppato a circa 107 chilometri di profondità. Il Servicio Geológico Colombiano lo considera il sisma più forte registrato nel Paese dall’inizio del secolo.

La profondità dell’ipocentro ha attenuato in parte gli effetti di un terremoto comunque devastante. Le scosse sono state avvertite in una vasta area della Colombia e hanno colpito duramente Cali, Pereira, Manizales, Armenia e Quibdó. Il presidente ha riferito di oltre 1.500 abitazioni danneggiate e almeno 61 edifici completamente collassati nel Paese.

A Cali le immagini arrivate durante la notte hanno mostrato soccorritori, vigili del fuoco, militari e semplici cittadini impegnati a rimuovere detriti anche con le mani. In un altro edificio della città una bambina di sei mesi e sua madre sono state estratte vive dalle macerie. Due donne e due bambini sono stati salvati da un’altra struttura crollata.

La sanità al limite

Il crollo dell’ospedale universitario non è un episodio isolato. Diverse strutture sanitarie di Cali hanno riportato danni e sono state evacuate. Il sindaco Alejandro Eder ha dichiarato l’allerta rossa dell’intera rete ospedaliera, arrivata al limite della capacità, con rinvio delle attività non urgenti per concentrare personale, posti letto e mezzi sui feriti provocati dal terremoto.

La crisi sanitaria si somma alle conseguenze sugli edifici e sulle infrastrutture. Aeroporti, strade e collegamenti sono stati temporaneamente interrotti in varie zone dell’ovest colombiano. Nelle prime ore sono stati sospesi i voli in diversi scali, mentre quello internazionale che serve Cali ha successivamente ripreso le operazioni. Frane e crolli hanno invece complicato l’accesso ad alcune delle località più vicine all’epicentro.

La notte dei soccorritori

Quando è calato il buio, la priorità è rimasta una sola: trovare chi era ancora vivo sotto cemento e lamiere. Squadre di emergenza e volontari hanno lavorato alla luce delle torce, mentre il rischio di nuove scosse continuava a tenere migliaia di persone lontane dalle abitazioni. Il Servizio geologico colombiano aveva registrato già 21 repliche entro la serata di lunedì.

A Cali è stato imposto anche un coprifuoco notturno e sono stati annunciati mille uomini delle forze di sicurezza in più dopo le segnalazioni di saccheggi. Ma nelle zone dei crolli, più che l’ordine pubblico, a scandire le ore sono stati i silenzi chiesti dai soccorritori: pochi secondi senza rumori, nella speranza di sentire una voce o un colpo provenire da sotto le macerie.

Il ricordo del terremoto del 1999

La tragedia riporta la Colombia a uno dei capitoli più dolorosi della sua storia recente. Nel gennaio 1999 un terremoto di magnitudo 6,2 devastò l’area di Armenia e la regione del caffè, provocando oltre mille morti. Da allora molte costruzioni sono state adeguate o ricostruite secondo criteri antisismici, ma il sisma di queste ore ha mostrato ancora una volta la vulnerabilità di ampie zone del Paese.

La Colombia si trova in un’area ad altissima attività sismica, interessata dall’interazione di diverse placche tettoniche lungo la cintura di fuoco del Pacifico. Proprio la combinazione tra la potenza della scossa, la sua posizione nell’entroterra e la complessità geologica della regione può avere contribuito all’estensione dei danni nonostante la notevole profondità del terremoto.

Per ora, però, la geologia resta sullo sfondo. A Cali si continua a scavare. Davanti all’ospedale universitario, nelle strade trasformate in cantieri di emergenza e davanti agli edifici sventrati, centinaia di famiglie aspettano notizie. Ogni persona estratta viva cambia per qualche minuto il volto della tragedia. Poi il lavoro ricomincia, perché sotto le macerie ci sono ancora dispersi e il tempo resta il nemico principale dei soccorritori.