Quattro marittimi uccisi nel Bab el-Mandeb, lo Stretto di Hormuz ridotto a una frazione del traffico normale e il rischio che la guerra in Medio Oriente apra un nuovo fronte sulle rotte commerciali mondiali. La tensione torna a salire dopo l’attacco contro una piccola nave cargo nel passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Secondo il ministero dei Trasporti del governo yemenita riconosciuto internazionalmente, le vittime sono tre cittadini pakistani e un indonesiano.
La nave, identificata da fonti marittime come la Tihamah, di proprietà egiziana, è stata colpita mentre si trovava nei pressi dell’isola di Perim, all’imboccatura meridionale del Mar Rosso. Le autorità yemenite attribuiscono l’attacco agli Houthi, movimento sostenuto dall’Iran, e riferiscono del lancio di tre missili balistici. I ribelli non hanno però rivendicato formalmente l’azione. Tre uomini della guardia costiera sono rimasti feriti durante le operazioni di soccorso.
La nuova minaccia sul Bab el-Mandeb
È il primo attacco contro una nave con vittime attribuito agli Houthi dall’inizio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, scoppiata il 28 febbraio. Il dato assume un peso ancora maggiore perché il Bab el-Mandeb è tornato centrale per le rotte energetiche proprio mentre il passaggio attraverso Hormuz è quasi paralizzato.
Il traffico nel Mar Rosso era già stato pesantemente ridotto dalle campagne di attacchi degli Houthi degli anni precedenti. Secondo i dati di Kpler, il numero medio di navi che attraversano il Bab el-Mandeb è sceso ulteriormente dopo l’annuncio, il mese scorso, di un embargo marittimo contro l’Arabia Saudita da parte dei ribelli yemeniti. La media è passata da circa 50 transiti giornalieri precedenti al blocco a 32 nella settimana scorsa.
L’escalation non riguarda soltanto le navi. Gli Houthi hanno intensificato gli attacchi anche contro aree controllate dal governo yemenita, dalla città portuale di Mokha alla provincia centrale di Marib. Secondo le forze armate yemenite, missili e droni hanno provocato decine di vittime tra militari e civili negli ultimi giorni.
Il rischio di riaprire la guerra nello Yemen
La nuova offensiva rischia di mettere definitivamente in crisi la tregua che dal 2022 aveva ridotto l’intensità della guerra civile yemenita. Mohammed Abdul-Salam, principale negoziatore e portavoce degli Houthi, accusa l’Arabia Saudita di avere utilizzato il cessate il fuoco per rafforzare il blocco aereo e marittimo imposto alle zone controllate dal movimento. Gli Houthi sostengono di essere disponibili a negoziare, ma pongono come condizione la fine del blocco.
La prospettiva più temuta è quella di un doppio collo di bottiglia. A nord-est il passaggio di Hormuz, fondamentale per petrolio e gas del Golfo Persico, è quasi fermo. A sud-ovest, il Bab el-Mandeb è nuovamente sotto attacco. Una contemporanea crisi dei due stretti avrebbe conseguenze dirette non soltanto sulla sicurezza regionale, ma anche sui tempi e sui costi del commercio tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
Hormuz, soltanto sei navi in un giorno
I numeri fotografano la gravità della situazione. Lunedì appena sei navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro una media di circa undici nei dieci giorni precedenti e soprattutto contro i 130-140 transiti giornalieri che si registravano normalmente prima della guerra. Quattro imbarcazioni sono entrate nel Golfo e soltanto due ne sono uscite.
Il passaggio, attraverso il quale prima del conflitto transitava circa un quinto del petrolio commercializzato nel mondo, è stato di fatto chiuso dall’Iran dopo gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio. La riduzione del traffico continua a esercitare pressione sui mercati energetici e ha assunto anche un peso politico negli Stati Uniti, a pochi mesi dalle elezioni di midterm di novembre.
Teheran detta le condizioni a Washington
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che Teheran non intende riaprire normalmente Hormuz senza concessioni da parte americana. Tra le richieste iraniane ci sono la fine del blocco navale statunitense contro i porti della Repubblica islamica, la revoca delle sanzioni, lo sblocco degli asset iraniani congelati e compensazioni per i danni provocati dalla guerra.
Araghchi sostiene che l’Iran abbia dimostrato di essere in grado di resistere militarmente agli Stati Uniti e a Israele. La posizione di Donald Trump resta opposta. Il presidente americano rivendica l’efficacia del blocco navale, che secondo Washington sta impedendo a Teheran di vendere normalmente il proprio petrolio e sta mettendo sotto fortissima pressione l’economia iraniana.
Il negoziato avviato nei mesi scorsi non è formalmente morto, ma l’accordo preliminare raggiunto a giugno si è progressivamente svuotato. Teheran chiede compensazioni e la rimozione delle sanzioni, mentre Trump ha risposto avanzando a sua volta pretese economiche per le vittime e i danni attribuiti alle attività iraniane.
Il Pakistan prova ancora a mediare
In questo quadro torna in campo il Pakistan. Il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi è arrivato nuovamente a Teheran nel tentativo di riportare iraniani e americani al tavolo. È la sua sesta missione diplomatica in Iran dall’inizio degli sforzi di mediazione pakistani.
La missione acquista un significato ancora maggiore dopo l’attacco nel Bab el-Mandeb, nel quale tre delle quattro vittime sono pakistane. Islamabad cerca di preservare il fragile canale negoziale costruito nei mesi scorsi e impedire che la crisi marittima trascini altri Paesi nella guerra.
Un’altra nave colpita al largo del Pakistan
Nelle stesse ore è stato segnalato un secondo grave episodio. La portacontainer Vela Nova, battente bandiera panamense, è stata colpita al largo del Pakistan mentre si dirigeva verso il Golfo di Oman. Fonti di sicurezza marittima citate da Reuters hanno riferito di un attacco missilistico. Il Wall Street Journal ha attribuito l’azione a un elicottero americano che avrebbe colpito il timone della nave dopo un tentativo di eludere il blocco statunitense. Al momento del rapporto Reuters non era arrivato un commento del Comando centrale degli Stati Uniti.
L’episodio conferma quanto il confronto non sia più confinato ai territori di Iran e Israele. Il mare è diventato uno dei principali campi di battaglia, con navi commerciali, petroliere e portacontainer sottoposte a controlli, blocchi e attacchi lungo un arco che va dal Golfo Persico al Mar Rosso.
In Siria Assad condannato a morte
Sul già instabile scacchiere mediorientale arriva intanto anche una decisione destinata ad avere un forte valore simbolico. Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia l’ex presidente siriano Bashar al-Assad per omicidi, torture, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto iniziato nel 2011. La stessa pena è stata inflitta al fratello Maher Assad e all’ex funzionario della sicurezza Atef Najib.
Assad, rovesciato dall’offensiva ribelle del dicembre 2024, vive in Russia, dove ha ottenuto asilo con la famiglia. È la prima condanna pronunciata da un tribunale siriano contro l’ex presidente. Alcuni esperti di giustizia transizionale hanno però osservato che proprio la pena capitale potrebbe rendere ancora più difficile una futura estradizione.
Tra Hormuz, Bab el-Mandeb, Yemen e Siria, la giornata dell’11 agosto restituisce così l’immagine di una regione nella quale le crisi stanno tornando a sovrapporsi. La minaccia immediata è soprattutto marittima: con Hormuz quasi paralizzato e i missili tornati a colpire nel Mar Rosso, due delle arterie commerciali più importanti del pianeta sono contemporaneamente sotto pressione.