Quindici anni dopo le prime proteste di Daraa, la giustizia siriana pronuncia la sua prima condanna contro Bashar al-Assad. L’ex presidente è stato condannato a morte in contumacia dal tribunale penale di Damasco per omicidio premeditato, torture, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità commessi durante la repressione da cui, nel 2011, prese avvio una guerra durata quasi quattordici anni e costata circa mezzo milione di vite. Ma la sentenza, almeno per ora, resta soprattutto politica e simbolica: Assad vive in Russia, dove ha ottenuto asilo dopo la caduta del suo regime nel dicembre 2024.
Con lui è stato condannato in contumacia il fratello Maher al-Assad, già comandante della potente Quarta divisione corazzata. La pena capitale è stata inflitta anche ad Atef Najib, l’ex capo della sicurezza politica di Daraa, presente invece fisicamente nell’aula del tribunale, oltre che ad altri esponenti dell’apparato del vecchio regime. La Sana, agenzia ufficiale siriana, ha indicato tra i condannati anche l’ex ministro della Difesa Fahd Jassem al-Freij e diversi ex dirigenti della sicurezza.
La sentenza che riporta tutto a Daraa
Il processo riporta la Siria al punto da cui tutto ebbe inizio. Nella primavera del 2011 un gruppo di adolescenti di Daraa venne arrestato dopo avere scritto sui muri slogan contro il regime. Le torture inflitte ai ragazzi provocarono proteste sempre più ampie. La risposta delle forze di sicurezza fu durissima e contribuì a trasformare quella mobilitazione locale nella rivolta nazionale contro Assad. Human Rights Watch documentò già allora uccisioni di manifestanti, arresti arbitrari e torture sistematiche nella provincia.
Najib, che all’epoca dirigeva la sicurezza politica locale ed era tra gli uomini più temuti dell’apparato, è diventato così il volto concreto del primo grande processo della giustizia post-Assad. Il procedimento era cominciato il 26 aprile davanti alla Quarta Corte penale di Damasco ed era arrivato alla fase finale dopo otto udienze. L’accusa aveva chiesto la pena massima anche per l’uccisione di minori, le torture con esito mortale e le detenzioni arbitrarie.
La sentenza non è ancora definitiva. Secondo quanto annunciato dal ministro della Giustizia Mazhar al-Wais, gli atti passeranno alla Corte di cassazione e sono previsti trenta giorni per l’impugnazione.
Assad condannato, ma irraggiungibile a Mosca
Per Bashar al-Assad, tuttavia, il problema non è soltanto processuale. È geopolitico. L’ex presidente è fuggito dalla Siria quando l’offensiva degli insorti raggiunse Damasco nel dicembre 2024, chiudendo ventiquattro anni di presidenza e oltre mezzo secolo di potere della famiglia Assad. Da allora vive in Russia sotto la protezione concessa da Mosca.
Le nuove autorità siriane hanno chiesto alla Russia la sua consegna, senza ottenere risultati. Il Cremlino continua infatti a considerare valido l’asilo concesso all’ex rais e non ha mostrato finora alcuna intenzione di consegnarlo a Damasco. La condanna a morte può rendere il dossier ancora più complicato: esperti citati da Reuters hanno osservato che la pena capitale potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo a eventuali procedure di estradizione.
L’accordo sulle basi non comprende Assad
A rendere il quadro ancora più significativo c’è ciò che è avvenuto appena due giorni prima della sentenza. Siria e Russia hanno raggiunto un memorandum dopo diciotto mesi di negoziati sul futuro delle storiche installazioni russe di Hmeimim e Tartus, due punti strategici che per anni hanno garantito a Mosca una presenza militare stabile nel Mediterraneo orientale.
L’intesa ridimensiona il vecchio modello. La Siria tornerà a gestire le infrastrutture civili dell’aeroporto di Hmeimim e la parte commerciale del porto di Tartus, mentre le strutture militari dovrebbero essere trasformate entro tre mesi in centri congiunti di addestramento russo-siriani. Militari russi resteranno dunque presenti, ma all’interno di un rapporto profondamente diverso rispetto all’epoca di Assad.
Eppure la normalizzazione tra il nuovo potere siriano e Vladimir Putin non ha sbloccato la questione dell’ex presidente. Damasco continua a reclamarne la consegna, mentre Mosca continua a proteggerlo. Il nuovo accordo sulle basi riguarda la presenza militare russa e la gestione delle infrastrutture, non prevede pubblicamente uno scambio tra la permanenza russa in Siria e l’estradizione dell’ex rais.
Assad resta una carta nelle mani di Putin
È qui che la condanna assume una dimensione che supera il tribunale. Assad non governa più, non controlla truppe e non rappresenta formalmente il vecchio Stato siriano, ma continua ad avere un valore negoziale. Per Putin, consegnarlo significherebbe abbandonare pubblicamente un alleato che la Russia ha sostenuto militarmente per anni e che l’intervento russo del 2015 contribuì in modo decisivo a mantenere al potere.
Allo stesso tempo, il Cremlino ha interesse a ricostruire un rapporto con la nuova leadership di Damasco, perché la Siria resta essenziale per la proiezione russa nel Mediterraneo e verso l’Africa. L'accordo di agosto sulle basi dimostra che i due governi sono riusciti a separare il destino delle relazioni bilaterali da quello personale dell’ex presidente. È proprio questo, almeno finora, lo scudo più efficace per Assad.
Il nodo della pena di morte
La sentenza è stata accolta con manifestazioni di soddisfazione soprattutto a Daraa, dove il ricordo della repressione del 2011 resta profondissimo. Per le famiglie delle vittime rappresenta il primo riconoscimento giudiziario interno delle responsabilità attribuite ai vertici del vecchio sistema.
Ma la pena capitale apre anche un problema per la credibilità della nuova giustizia siriana. Human Rights Watch, pur riconoscendo il valore del processo nel percorso di accertamento delle responsabilità, ha ribadito la propria opposizione alla pena di morte e la necessità di garantire processi equi. La questione è particolarmente sensibile in una Siria post-Assad che cerca di presentare la giustizia transizionale come alternativa alla vendetta.
Ed è un passaggio ancora più delicato perché il Paese non ha smesso di fare i conti con la violenza. Human Rights Watch ha documentato gravi abusi commessi durante il vecchio regime, ma anche violazioni attribuite ad altri protagonisti del conflitto e ha richiamato le nuove autorità alla necessità di costruire un sistema di responsabilità che non sia selettivo.
La prima condanna del sistema Assad
Il peso storico della decisione resta comunque evidente. È la prima volta dalla caduta del regime che un tribunale siriano pronuncia una condanna contro Bashar al-Assad e uomini appartenuti al suo nucleo di potere. Per quasi quattordici anni le responsabilità per torture, sparizioni, bombardamenti e uccisioni sono state indagate soprattutto da organismi internazionali o magistrature straniere. Adesso una parte di quel giudizio passa anche attraverso i tribunali di Damasco.
Per Atef Najib, che si trova nelle mani delle nuove autorità, la conseguenza giudiziaria può essere concreta. Per Bashar al-Assad è un’altra storia. La Siria può condannarlo, sequestrarne i beni e chiedere mandati internazionali. Ma finché Mosca deciderà di garantirgli protezione, la distanza tra la sentenza pronunciata a Damasco e la sua esecuzione resterà enorme.
L’ex rais ha perso il Paese, l’esercito e il potere. Ora ha perso anche il primo processo celebrato contro di lui nella nuova Siria. Gli resta però ciò che, oggi, conta più di ogni verdetto pronunciato in sua assenza: la protezione della Russia di Vladimir Putin.