Cinque anni fa Kabul era una città che tentava di scappare da se stessa. Diplomatici e funzionari lasciavano le ambasciate, gli afghani che avevano lavorato con gli occidentali cercavano disperatamente un passaggio verso l’aeroporto, mentre l’esercito costruito in vent’anni dagli Stati Uniti si dissolveva quasi senza combattere. Il presidente Ashraf Ghani era già fuggito e il 15 agosto 2021 i Taliban entrarono nella capitale. Il giorno successivo, all’aeroporto, centinaia di persone corsero accanto ai cargo militari americani e alcune si aggrapparono a un C-17 durante il decollo. Le immagini di uomini precipitati dopo essersi appesi all’aereo divennero il simbolo della fine della guerra occidentale in Afghanistan.
Allora i nuovi padroni del Paese promisero amnistia, sicurezza e un governo diverso da quello oscurantista degli anni Novanta. Assicurarono che le donne avrebbero potuto conservare i propri diritti entro i limiti della loro interpretazione della sharia. Cinque anni dopo, quella promessa è diventata il suo contrario. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui ragazze e donne sono formalmente escluse dall’istruzione secondaria e universitaria. Secondo l’Unesco, nel 2026 sono 2,4 milioni le ragazze tagliate fuori dalla scuola secondaria. Nel 2021 quasi un milione frequentava ancora quelle classi.
La normalità dell’Emirato
A prima vista il Paese di oggi non assomiglia più al caos di agosto 2021. Le grandi strade sono percorribili, gli scontri armati interni sono molto meno frequenti rispetto agli ultimi anni della Repubblica, i ministeri funzionano e le dogane incassano. Il regime non è crollato, nonostante le previsioni di chi immaginava un rapido collasso economico e politico dopo la fine degli aiuti occidentali.
Ma questa stabilità ha un prezzo altissimo. Human Rights Watch, nel bilancio pubblicato alla vigilia del quinto anniversario, descrive l’Afghanistan come una delle più gravi crisi mondiali dei diritti umani. Donne e ragazze sono state progressivamente escluse dall’istruzione, da molte professioni e da ampie porzioni della vita pubblica. Giornalisti, attivisti e persone considerate critiche verso il regime continuano a essere esposti a intimidazioni, detenzioni arbitrarie e torture. Centinaia di ex appartenenti alle forze di sicurezza della vecchia Repubblica sono inoltre stati vittime, secondo le organizzazioni internazionali, di sparizioni forzate e uccisioni extragiudiziali.
La presa del potere dei Taliban ha quindi prodotto una contraddizione destinata a segnare l’Afghanistan per anni: meno guerra aperta dentro il Paese, ma un controllo sociale e politico infinitamente più soffocante.
Le ragazze scomparse dalle scuole
Il punto di rottura più evidente resta l’istruzione. Il divieto per le ragazze di frequentare le scuole oltre il sesto anno era stato inizialmente presentato come temporaneo. Nel marzo 2022 le scuole secondarie femminili non riaprirono. Nel dicembre dello stesso anno arrivò anche l’esclusione delle donne dalle università.
Da allora nessuna vera apertura è stata concessa. L’Unesco avverte che cinque anni non possono più essere considerati una sospensione provvisoria: per un’intera generazione equivalgono praticamente a un ciclo completo di scuola secondaria perduto. Le conseguenze riguardano anche il futuro del sistema sanitario, dell’insegnamento e dell’economia, perché impedire alle ragazze di studiare significa progressivamente eliminare anche le future insegnanti, mediche, infermiere e professioniste.
La scuola, però, non è scomparsa completamente. In alcune case continuano lezioni comunitarie e programmi di alfabetizzazione. L’Unesco sostiene più di mille facilitatori impegnati in percorsi che spesso si tengono all’interno delle abitazioni. In altri casi sono le stesse insegnanti afghane a organizzare clandestinamente piccoli gruppi di studio o a far circolare materiali attraverso i telefoni cellulari. È una resistenza minuscola rispetto ai numeri dell’esclusione, ma è uno dei pochi spazi rimasti aperti.
Una vita pubblica sempre più vietata
La repressione non si limita alle aule. Nel corso degli anni l’Emirato ha costruito un sistema di norme che limita il lavoro femminile, gli spostamenti, l’accesso a parchi, palestre e numerosi luoghi pubblici. La legge sulla “promozione della virtù e prevenzione del vizio”, adottata nel 2024, ha rafforzato ulteriormente il controllo sulla presenza delle donne nello spazio pubblico e ha trasformato in norma molte delle restrizioni introdotte in precedenza attraverso decreti e direttive.
Le Nazioni Unite parlano ormai di un sistema di oppressione di genere strutturale. L’Onu ha denunciato anche l’uso delle punizioni corporali. Nel rapporto trasmesso al Consiglio di sicurezza nel febbraio 2026, Unama aveva documentato 316 casi di punizioni corporali inflitte dalle autorità de facto, comprese frustate contro donne, uomini e minori. Le limitazioni riguardano inoltre la libertà di espressione, l’attività delle organizzazioni civili e la possibilità per le stesse agenzie internazionali di impiegare personale femminile.
Proprio alla vigilia del quinto anniversario sono arrivate nuove conferme della stretta. Due dipendenti afghani della missione politica delle Nazioni Unite sono stati arrestati a Herat senza che l’Onu ricevesse informazioni chiare sulle accuse. Human Rights Watch ha inoltre denunciato la detenzione di sei membri di un’organizzazione locale impegnata nella tutela dei diritti di donne e bambini.
Il mandato della Corte penale internazionale
La repressione delle donne non è più soltanto oggetto di condanna politica. Nel luglio 2025 la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti del leader supremo dei Taliban Haibatullah Akhundzada e del presidente della Corte suprema dell’Emirato Abdul Hakim Haqqani.
I giudici dell’Aja ritengono che esistano elementi per contestare il crimine contro l’umanità di persecuzione per motivi di genere nei confronti di donne e ragazze e di altre persone colpite perché non conformi alle politiche imposte dal regime. È uno dei più importanti tentativi finora compiuti di trasformare la denuncia internazionale della condizione femminile afghana in un procedimento penale.
L’effetto concreto dei mandati resta però limitato finché i dirigenti talebani rimangono in Afghanistan o si muovono in Paesi disposti a non eseguirli. Sul piano politico, tuttavia, la decisione della Cpi ha reso ancora più difficile per molti governi ipotizzare un riconoscimento formale dell’Emirato senza progressi sui diritti.
La fame dietro la stabilità
Se la repressione è il volto politico dell’Afghanistan talebano, la malnutrizione è quello sociale. Per il 2026 l’Integrated Food Security Phase Classification stima quasi 3,7 milioni di casi di malnutrizione acuta tra i bambini fra sei mesi e cinque anni. Circa 950 mila sono classificati come casi gravi. A questi si aggiungono 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento che rischiano la malnutrizione acuta.
La crisi è stata aggravata dalla drastica riduzione degli aiuti internazionali, dalla fragilità dell’economia e soprattutto dall’enorme numero di afghani espulsi o costretti a rientrare da Iran e Pakistan. Dalla fine del 2023 oltre cinque milioni di persone sono tornate nel Paese. Solo nel 2025 i rientri sono stati circa 2,9 milioni. Per un sistema già poverissimo si è trattato di uno choc demografico pari a circa il 12 per cento della popolazione.
Alle frontiere sono arrivate famiglie che spesso non possiedono più una casa, un lavoro o una rete familiare in Afghanistan. Il risultato è una pressione enorme su ospedali, programmi alimentari e strutture di accoglienza proprio mentre i finanziamenti umanitari diminuiscono.
La guerra con il Pakistan
Alla crisi economica si è aggiunta nel 2026 anche una nuova instabilità militare. Alla fine di febbraio Pakistan e Afghanistan sono entrati nel più grave scontro armato tra i due Paesi degli ultimi anni. Islamabad ha accusato Kabul di ospitare gruppi responsabili di attentati in territorio pakistano e ha effettuato attacchi aerei contro obiettivi afghani. I Taliban hanno negato di sostenere quelle organizzazioni e hanno risposto lungo il confine.
Secondo Unama, nei primi sei giorni di combattimenti erano stati uccisi almeno 42 civili afghani e oltre cento erano rimasti feriti. Circa 16.400 famiglie erano state costrette a lasciare le proprie abitazioni. La guerra ha inoltre reso più difficile l’arrivo degli aiuti nelle regioni di frontiera.
Per un regime che aveva costruito parte della propria legittimazione sulla promessa di avere riportato la pace, il confronto con Islamabad rappresenta una delle sfide più serie dalla conquista di Kabul.
Mosca rompe l’isolamento
Sul piano diplomatico i Taliban hanno ottenuto invece un risultato che nel 2021 sembrava lontanissimo. Nel luglio 2025 la Russia è diventata il primo, e finora unico, Paese a riconoscere formalmente il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Mosca aveva già rimosso i Taliban dalla propria lista delle organizzazioni proibite e nel 2026 ha dichiarato di voler costruire con Kabul una «partnership a pieno titolo».
Nessun altro Stato ha seguito la Russia nel riconoscimento ufficiale, ma l’isolamento diplomatico è meno rigido di cinque anni fa. Cina, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Pakistan hanno accettato ambasciatori indicati dall’attuale governo afghano o rafforzato le proprie relazioni con Kabul, senza riconoscere formalmente l’Emirato.
È la dimostrazione di una strategia talebana che punta a ottenere legittimazione non attraverso concessioni sui diritti, ma attraverso il tempo, il controllo del territorio e gli interessi geopolitici dei Paesi vicini.
L’Europa e la contraddizione dei rimpatri
Anche l’Unione europea si trova dentro questa contraddizione. Bruxelles continua a non riconoscere il governo talebano e condanna le sue politiche contro donne e ragazze. Allo stesso tempo, nel 2026 funzionari europei hanno aperto un canale diretto con rappresentanti dell’Emirato per discutere il rimpatrio degli afghani che non hanno diritto a restare nell’Unione. A giugno una delegazione talebana ha partecipato a Bruxelles a un primo incontro a porte chiuse dedicato proprio alle riammissioni.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno contestato duramente questi contatti, sostenendo che rimandare persone nell’Afghanistan attuale significa esporle a un Paese in cui la repressione, la crisi alimentare e le limitazioni dei diritti rimangono sistemiche. Amnesty International ha chiesto all’Unione di interrompere i negoziati sui rimpatri con le autorità talebane.
È il paradosso dell’Afghanistan cinque anni dopo: quasi nessuno vuole riconoscere ufficialmente l’Emirato, ma un numero crescente di governi è costretto a parlarci.
Cinque anni dopo Kabul
I Taliban hanno superato il test che molti ritenevano impossibile: sono ancora al potere. Non hanno costruito un governo riconosciuto dal mondo, ma hanno costruito uno Stato che controlla il territorio e che, per ora, non mostra crepe sufficienti a minacciarne la sopravvivenza.
Il prezzo viene pagato soprattutto dalle donne, dalle ragazze e dalle famiglie più povere. Dietro le strade tornate tranquille e i posti di blocco ordinati c’è un Paese nel quale milioni di bambine crescono sapendo che a dodici anni la scuola finirà, mentre milioni di famiglie dipendono da aiuti sempre più scarsi.
Cinque anni fa l’immagine dell’Afghanistan era quella degli uomini aggrappati a un aereo per fuggire da Kabul. Oggi è meno spettacolare e forse proprio per questo rischia di essere dimenticata: una generazione di ragazze che resta a casa mentre il resto del mondo, lentamente, impara a convivere con il regime che ha chiuso loro le porte.