Un messaggio su Instagram, la promessa di uno shooting fotografico a Parigi, un biglietto del Tgv in prima classe e migliaia di euro che compaiono improvvisamente sul conto corrente. Per ragazze giovanissime, spesso arrivate dalla provincia francese con il sogno della moda e dei social, sembrava l'occasione capace di cambiare una vita. Era invece, secondo l'accusa, l'inizio di una trappola.

La vicenda ricostruita da Le Monde riguarda 123 persone, tra le quali circa un centinaio di aspiranti modelle. Quattro imputati dovranno comparire davanti al tribunale di Parigi nel marzo 2027 per fatti contestati tra il 2018 e il 2020. Le accuse comprendono truffa in banda organizzata, ricettazione e usurpazione d'identità. Il danno accertato supera i 125 mila euro, ma gli investigatori ritengono che la cifra possa rappresentare soltanto una parte del fenomeno.

Il sogno cominciava su Instagram

Il sistema puntava soprattutto su ragazze molto giovani che pubblicavano foto da aspiranti modelle, partecipavano a concorsi di bellezza o cercavano di costruirsi una carriera da influencer. Molte vivevano lontano dalla capitale e non avevano esperienza professionale nel mondo della moda.

A contattarle era un sedicente agente che utilizzava diversi nomi. Uno dei più ricorrenti era «Stan», dietro il quale, secondo l'inchiesta, avrebbe agito Benjamin N., poco più che ventenne all'epoca dei fatti. Il procedimento è ancora in corso e le responsabilità saranno stabilite dal tribunale.

Alla giovane scelta veniva prospettato un lavoro fotografico ben pagato a Parigi. Per rendere credibile la proposta arrivavano un biglietto ferroviario, appuntamenti organizzati nei dettagli e soprattutto una somma che compariva sul conto della vittima. Nel caso di una delle ragazze, chiamata Lorelei nell'inchiesta giornalistica per proteggerne l'identità, furono 2.400 euro.

Il denaro che compariva e poi spariva

Il cuore della presunta truffa stava proprio in quel versamento. Secondo la ricostruzione giudiziaria, il denaro proveniva da assegni rubati o destinati a essere respinti. La cifra poteva apparire temporaneamente nell'applicazione bancaria prima che l'istituto completasse le verifiche e annullasse l'operazione.

Nel frattempo la ragazza credeva di avere ricevuto realmente il denaro necessario per coprire compenso e spese. Cominciava così lo shopping: telefoni costosi, abiti, profumi e altri prodotti acquistati nei negozi di Parigi, anche sugli Champs-Élysées.

Gli oggetti venivano poi consegnati ai presunti organizzatori del servizio fotografico. L'iPhone, per esempio, secondo quanto raccontato dalle vittime sarebbe dovuto rimanere all'agente per essere configurato prima dello shooting. Per i vestiti venivano utilizzate giustificazioni simili.

Quando la banca comunicava che l'assegno non era valido, gli accompagnatori erano già scomparsi. Gli acquisti, però, erano stati realmente addebitati alla carta della ragazza.

Una giornata costruita per non lasciare il tempo di pensare

Il sistema funzionava perché non si basava soltanto sull'inganno finanziario. Le avvocate Elise Martel e Barbara Eymere, che assistono cinque parti civili, hanno descritto un meccanismo fondato anche sulla manipolazione psicologica.

Il viaggio in prima classe, l'accoglienza nella capitale, la possibilità di entrare nei negozi più prestigiosi e l'impressione di trovarsi improvvisamente dentro il mondo della moda costruivano attorno alle ragazze una realtà credibile. Talvolta comparivano anche giovani complici femminili, utili a rendere l'ambiente meno minaccioso.

Poi arrivava la pressione del tempo. Tutto doveva essere fatto subito. Shopping, pagamenti, spostamenti e consegna degli oggetti si susseguivano rapidamente, lasciando poco spazio ai controlli. Era proprio quella sensazione di urgenza, secondo le legali, a impedire alle vittime di fermarsi e verificare ciò che stava accadendo.

La ragazza che fece saltare il meccanismo

Il caso di Lorelei ebbe però un finale diverso. Nell'ottobre 2018 la giovane, arrivata dalla Loira Atlantica, cominciò a sospettare dopo alcuni acquisti e contattò la banca. Scoprì così che il denaro apparso sul conto era collegato a un assegno destinato a non essere incassato.

Mentre si trovava in automobile con il falso agente tentò di chiamare la polizia. Secondo la sua denuncia, l'uomo le strappò il telefono dalle mani, circostanza contestata da Benjamin N.. La ragazza iniziò allora a gridare dal finestrino. L'episodio attirò l'attenzione degli investigatori e contribuì a trasformare una serie di denunce disperse in tutta la Francia in un'unica grande inchiesta.

Il procedimento avrebbe poi raccolto casi avvenuti per anni in città diverse. Tra il 2018 e il 2020 Benjamin N. fu fermato cinque volte, secondo la ricostruzione pubblicata da Le Monde. L'indagine sostiene che attorno a lui si muovessero collaboratori con compiti differenti, comprese persone utilizzate per interpretare il ruolo di assistenti o accompagnatori.

Il danno non era soltanto economico

Per molte vittime la perdita di qualche migliaio di euro significava perdere risparmi accumulati con anni di lavoro. Una delle giovani sentite nell'inchiesta, indicata con il nome di Mélanie, aveva vent'anni. Racconta di essere arrivata a Parigi convinta di vivere finalmente la giornata che aspettava da tempo. Perse circa 2.200 euro e successivamente ebbe bisogno di cure psichiatriche.

Altre donne hanno riferito depressione, interruzioni del lavoro e riacutizzazione di problemi di salute. A questo si è aggiunta, in alcuni casi, la sensazione di non essere prese sul serio al momento della denuncia.

Una vittima racconta che in commissariato le sarebbe stato fatto capire che la responsabilità dell'accaduto ricadeva sulla sua ingenuità. È uno degli aspetti più dolorosi dell'intera vicenda: persone già manipolate che, una volta comprese le dimensioni dell'inganno, hanno dovuto anche affrontare la vergogna di essersi fidate.

Le piccole truffe che rischiano di sparire

L'inchiesta mette in luce anche un problema più ampio della giustizia francese. Ciascuna perdita, presa singolarmente, poteva apparire modesta rispetto ai grandi procedimenti finanziari. Alcune denunce furono archiviate rapidamente.

Il fenomeno diventava però enorme quando i casi venivano sommati. Decine di giovani, sparse in città diverse e spesso prive di rapporti tra loro, raccontavano uno schema quasi identico.

Un rapporto ispettivo già citato da Le Monde aveva segnalato le difficoltà degli investigatori francesi nel gestire il flusso delle denunce per reati economici. È proprio in questo spazio che possono prosperare schemi basati su tanti piccoli prelievi invece che su un'unica grande frode: il danno individuale rischia di non essere considerato sufficiente a mobilitare risorse investigative, mentre il profitto complessivo cresce.

Un processo atteso da quasi nove anni

Anche i tempi giudiziari sono diventati parte della vicenda. Il rinvio a giudizio era stato deciso già nel 2022, ma il processo è stato programmato soltanto nel novembre 2025 e successivamente rinviato al marzo 2027, anche per problemi di disponibilità di personale e aule.

Quando inizieranno le udienze saranno trascorsi quasi nove anni dai primi episodi contestati. Un intervallo che pesa sulle parti civili, ma anche sugli imputati, che hanno diritto a conoscere in tempi ragionevoli l'esito delle accuse formulate nei loro confronti.

Alcune delle donne coinvolte, che per anni non avevano ricevuto informazioni sugli sviluppi, hanno creato un gruppo WhatsApp per restare in contatto e seguire il processo. Dopo essere state scelte una per una sui social, saranno così riunite per la prima volta dalla stessa vicenda giudiziaria.

La storia cominciava con una fotografia e con la promessa di diventare qualcuno. Finiva con il conto corrente svuotato e la sensazione di essere state ingannate proprio attraverso il proprio sogno.

Nel marzo 2027 toccherà ai giudici stabilire le responsabilità dei quattro imputati. Per oltre cento giovani donne, invece, il processo servirà anche a dare un nome comune a esperienze che per anni avevano vissuto come errori individuali.