Diciotto giorni legata a un letto di ospedale psichiatrico. Poi la liberazione, ma a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale. È il destino raccontato da un'amica di Ahoo Daryaei, la studentessa iraniana e madre di due figli diventata un simbolo della protesta contro l'obbligo del velo dopo essere stata ripresa mentre camminava in biancheria intima all'interno dell'Università Azad di Teheran.

A quasi due anni di distanza, la sua storia torna a mostrare uno degli aspetti più controversi della repressione del dissenso in Iran: trasformare una contestazione politica in una patologia, la disobbedienza in un disturbo da curare.

A ricostruire quanto sarebbe accaduto è il Daily Mail, attraverso testimonianze di persone vicine alla donna. Si tratta di dichiarazioni che, soprattutto nei dettagli relativi ai trattamenti sanitari subiti da Daryaei, non possono essere verificate in maniera indipendente. Già nel novembre 2024, tuttavia, le autorità iraniane avevano ufficialmente sostenuto che la studentessa fosse malata e avevano motivato con questa valutazione la decisione di non aprire un procedimento nei suoi confronti.

Diciotto giorni immobilizzata

Secondo l'amica citata dal quotidiano britannico, dopo l'arresto le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social. La versione da imporre sarebbe stata quella di una donna affetta da problemi psichici, il cui comportamento non doveva quindi essere interpretato come un gesto consapevole contro le imposizioni sull'hijab.

Le pressioni, sempre secondo questa testimonianza, avrebbero coinvolto anche la famiglia. L'ex marito sarebbe stato costretto ad affermare che Daryaei soffriva di problemi mentali. Soltanto dopo questa conferma la studentessa sarebbe stata slegata dal letto e successivamente liberata, al termine di 18 giorni di ricovero.

Nel novembre 2024 la magistratura iraniana aveva effettivamente annunciato che contro la giovane non sarebbe stata formulata alcuna accusa. La motivazione ufficiale era proprio la sua presunta malattia mentale: Daryaei era stata affidata alla famiglia e, secondo le autorità, avrebbe dovuto ricevere cure.

La sorveglianza dopo il ritorno a casa

La libertà, stando al nuovo racconto, avrebbe avuto però un prezzo ulteriore. Alla studentessa sarebbe stato comunicato che da quel momento sarebbe stata sottoposta a sorveglianza e che il suo telefono sarebbe stato controllato.

Secondo l'amica, Daryaei sarebbe stata inoltre obbligata ad assumere farmaci antipsicotici. La testimonianza sostiene che il controllo sarebbe arrivato al punto che alcuni funzionari si sarebbero accorti della mancata assunzione delle medicine osservando il modo in cui la giovane camminava: gli effetti della terapia avrebbero dovuto renderla visibilmente stordita, mentre lei appariva muoversi normalmente.

Oggi, sempre secondo la stessa fonte, la trentaduenne riceverebbe ogni mese iniezioni di flupentixolo, un farmaco antipsicotico utilizzato nel trattamento di alcune patologie psichiatriche. Le somministrazioni verrebbero effettuate direttamente dai medici per assicurare la continuità della terapia.

La famiglia avrebbe accettato questa situazione come il male minore. L'amica riferisce che i parenti considererebbero preferibile l'etichetta di malata mentale rispetto al rischio di una condanna, del carcere o di violenze da parte dell'apparato repressivo.

Quel giorno all'università

La storia di Ahoo Daryaei ha un'immagine che continua a rappresentarla. È il 2 novembre 2024. La studentessa si trova nel campus della Islamic Azad University di Teheran e, dopo un confronto legato alle regole sull'hijab, si spoglia rimanendo in biancheria intima.

Il video attraversa rapidamente i social network e supera i confini dell'Iran. La giovane viene arrestata e trasferita in un ospedale psichiatrico. Amnesty International chiede la sua liberazione e denuncia il rischio di maltrattamenti.

Fonti vicine alla studentessa avevano contestato fin dall'inizio la versione delle autorità sulla sua salute mentale. Già nei giorni immediatamente successivi al fermo erano emerse accuse secondo cui il ricovero psichiatrico poteva essere utilizzato per neutralizzare il significato politico del suo gesto.

Il controllo del proprio corpo

A distanza di quasi due anni, l'amica di Daryaei offre anche una lettura delle ragioni che avrebbero spinto la studentessa a compiere un gesto tanto radicale. All'origine ci sarebbe stato il modo in cui era stata trattata durante il confronto per il velo.

Quell'umiliazione avrebbe trasformato un episodio apparentemente circoscritto in una protesta più ampia. La scelta di spogliarsi sarebbe diventata così una rivendicazione estrema del diritto a decidere del proprio corpo.

È proprio questo il filo che lega il gesto di Daryaei alla più vasta mobilitazione delle donne iraniane esplosa dopo la morte di Mahsa Jina Amini nel settembre 2022. La ventiduenne curda iraniana era stata fermata dalla polizia morale per il modo in cui indossava l'hijab e morì mentre si trovava sotto custodia. La sua morte scatenò il movimento Donna, Vita, Libertà e mesi di proteste duramente represse.

La protesta trasformata in malattia

Il caso di Daryaei pone nuovamente al centro il ricorso alle strutture psichiatriche nei confronti del dissenso. Dopo il suo arresto, anche l'avvocata iraniana e premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi aveva denunciato il ricovero forzato dei dissidenti come uno strumento già utilizzato dal sistema repressivo.

Le nuove testimonianze aggiungono dettagli molto gravi, che restano da verificare indipendentemente. Il dato accertato è che nel 2024 le autorità iraniane presentarono pubblicamente Ahoo Daryaei come una persona malata e che proprio questa valutazione venne indicata come motivo per non perseguirla penalmente.

Quasi due anni dopo quella passeggiata nel campus, la domanda sollevata dalla sua protesta rimane la stessa: chi può decidere sul corpo di una donna. E il racconto della sua amica aggiunge oggi un secondo interrogativo, quello sul confine tra cura e coercizione quando è lo Stato a imporre una diagnosi a chi lo sfida.