Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir torna a invocare la pena di morte per i palestinesi condannati per attacchi mortali contro israeliani. Parlando con Rom Braslavski, ex ostaggio israeliano, l'esponente dell'estrema destra ha affermato che farà tutto quanto è in suo potere perché le condanne capitali previste dalla nuova normativa vengano effettivamente eseguite.

Ben-Gvir ha indicato esplicitamente l'impiccagione come metodo di esecuzione e ha affermato di sperare che i detenuti interessati vengano impiccati «uno per uno». Dichiarazioni destinate ad alimentare nuove polemiche dentro e fuori Israele, anche per il ruolo istituzionale del ministro e per le sue competenze sul sistema carcerario.

La promessa all'ex ostaggio Braslavski

Le parole sono state pronunciate durante un incontro con Rom Braslavski, rapito il 7 ottobre 2023 mentre lavorava come addetto alla sicurezza al festival musicale Nova e tenuto in ostaggio nella Striscia di Gaza dalla Jihad islamica palestinese.

Nel colloquio, Ben-Gvir ha assicurato di voler esercitare tutta la propria influenza politica affinché venga applicata la pena capitale. «Farò l'impossibile quando arriverà il momento», ha dichiarato, promettendo di utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per raggiungere l'obiettivo.

Il ministro ha inoltre rivendicato l'inasprimento delle condizioni di detenzione dei palestinesi nelle carceri israeliane, sostenendo di essere soddisfatto del fatto che oggi siano sottoposti a un regime più duro.

Sono posizioni coerenti con la linea sostenuta da tempo da Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, che ha fatto dell'inasprimento delle condizioni carcerarie e della pena capitale per gli autori di attentati uno dei punti centrali della propria azione politica.

La legge approvata dalla Knesset

Le dichiarazioni arrivano dopo il voto con cui, il 30 marzo 2026, il Parlamento israeliano ha approvato una normativa sulla pena di morte per determinate fattispecie legate al terrorismo.

La legge prevede la possibilità dell'esecuzione mediante impiccagione per palestinesi condannati per l'uccisione di israeliani quando un tribunale militare stabilisca che il crimine costituisce terrorismo o sia stato commesso con una motivazione riconducibile alla negazione dell'esistenza dello Stato di Israele.

Il provvedimento era stato fortemente sostenuto da Ben-Gvir e dal suo partito. La sua approvazione ha aperto un confronto particolarmente duro sulle implicazioni giuridiche e politiche della pena capitale e sulla disparità di trattamento che, secondo i critici, deriverebbe dai criteri previsti dalla normativa.

Le condizioni nelle carceri israeliane

Alle parole sulla pena di morte, Ben-Gvir ha affiancato una nuova rivendicazione della politica seguita nelle strutture penitenziarie. Da quando è alla guida del ministero della Sicurezza nazionale, il ministro ha promosso misure più restrittive nei confronti dei detenuti palestinesi.

Le condizioni nelle prigioni israeliane sono state oggetto di denunce da parte di organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani. Le autorità israeliane sostengono invece che le restrizioni rispondano a esigenze di sicurezza, diventate ancora più stringenti dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza.

Le nuove dichiarazioni del ministro spostano ulteriormente il confronto. Non riguardano più soltanto il regime detentivo, ma l'effettiva applicazione della pena capitale prevista dalla legge.

Ben-Gvir rilancia la linea dura

La presa di posizione conferma il peso che il tema della sicurezza e dei detenuti palestinesi continua ad avere nella politica israeliana. Ben-Gvir ha costruito una parte rilevante del proprio consenso proprio sulla richiesta di misure più severe e sulla critica a qualsiasi trattamento dei detenuti considerato eccessivamente favorevole.

L'incontro con Braslavski, sopravvissuto alla prigionia a Gaza, rafforza anche il valore politico e simbolico del messaggio. Il ministro collega direttamente l'esperienza degli ostaggi israeliani alla necessità, nella sua prospettiva, di applicare le misure più dure previste dall'ordinamento.

Resta ora da vedere come e in quali casi la normativa approvata dalla Knesset troverà concreta applicazione nei tribunali. Le parole di Ben-Gvir anticipano però la pressione politica che il ministro intende esercitare affinché la pena capitale non rimanga soltanto una possibilità prevista dalla legge.