La frase attribuita a Margarita Reut è secca: «No». Sarebbe stata questa la risposta della 32enne russa quando, durante l’interrogatorio, le è stato chiesto se si pentisse dell’attentato che il 13 agosto ha ucciso un militare a Sebastopoli, nella Crimea occupata e annessa dalla Russia. Il dettaglio è stato riferito dal canale russo Mash e ripreso dal Telegraph, ma non risulta verificato in modo indipendente.
La donna è stata arrestata dalle autorità russe e un tribunale di Sebastopoli ne ha disposto la custodia cautelare per due mesi. L’accusa formulata nei suoi confronti riguarda un atto di terrorismo con conseguenze mortali. Diversamente da quanto riportato in alcune prime ricostruzioni, non risulta al momento un rinvio a giudizio: il procedimento è ancora nella fase delle indagini e della custodia cautelare.
L’ordigno nascosto in un cestino
Secondo la versione diffusa dall’Fsb, il servizio di sicurezza russo, l’attentato sarebbe stato compiuto da una cittadina russa nata nel 1994 che avrebbe agito su indicazione dei servizi speciali ucraini. L’ordigno sarebbe stato nascosto in un cestino dei rifiuti e fatto esplodere al passaggio del militare. L’uomo è morto per le ferite riportate.
Le autorità russe sostengono che la sospettata sia stata individuata e fermata poco dopo l’esplosione. I media russi l’hanno identificata come Margarita Reut, residente in precedenza a Sochi e originaria di Yaroslavl. Secondo Mash, la donna avrebbe ammesso il proprio coinvolgimento e avrebbe riferito di essere stata ricompensata in criptovalute. Anche questi particolari provengono però principalmente da fonti legate agli apparati di sicurezza russi e non hanno trovato una conferma indipendente.
Chi era l’ufficiale ucciso
L’Fsb non ha reso pubblica l’identità del militare morto nell’attentato. Diverse fonti russe e ucraine, oltre alla stampa internazionale, lo hanno tuttavia identificato come Robert Shageev, 49 anni, ex ufficiale della Marina ucraina passato dalla parte russa dopo l’annessione della Crimea nel 2014.
Shageev aveva prestato servizio sullo Zaporizhzhia, all’epoca unico sommergibile della Marina ucraina. Dopo il passaggio sotto il controllo russo della penisola, aveva proseguito la carriera nella Flotta russa del Mar Nero. Le autorità ucraine lo consideravano un disertore e lo avevano indicato nell’ambito di un procedimento per alto tradimento.
La sua identificazione come vittima dell’esplosione, pur riportata da numerosi organi di informazione, resta dunque distinta dalla versione ufficiale dell’Fsb, che nelle proprie comunicazioni ha parlato genericamente di un militare russo.
L’accusa di lavorare per Kiev
Il punto più delicato riguarda il presunto collegamento tra Reut e l’intelligence ucraina. Mosca sostiene che la donna abbia agito su ordine dei servizi di Kiev, ma non ha reso pubbliche prove che consentano una verifica indipendente dell’accusa. Le autorità ucraine non hanno rivendicato l’operazione.
La ricostruzione russa riferisce anche che la 32enne avrebbe progettato di lasciare il Paese dopo l’attacco, passando da Sochi. Sono elementi riportati soprattutto da Mash e da altre fonti russe vicine agli ambienti della sicurezza, motivo per cui vengono trattati con cautela anche dalla stampa internazionale.
Nel 2025 Reut era già finita davanti alle autorità russe dopo alcune dichiarazioni contro le forze armate. Secondo i documenti citati da più testate, era stata multata in base alla normativa russa che punisce il cosiddetto «discredito» dell’esercito e aveva trascorso due giorni in detenzione amministrativa per un episodio avvenuto durante un viaggio in treno.
La guerra invisibile dietro il fronte
L’attentato di Sebastopoli si inserisce in una lunga serie di operazioni che, dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, hanno colpito militari russi, funzionari delle amministrazioni d’occupazione e persone accusate da Kiev di collaborazionismo. La città ospita una delle principali basi della Flotta russa del Mar Nero ed è diventata ripetutamente teatro di attacchi, sabotaggi e operazioni clandestine.
In questo quadro, il caso Reut resta circondato da informazioni provenienti in larga parte dagli apparati russi e dai canali Telegram che ne rilanciano le ricostruzioni. L’arresto e la custodia cautelare sono confermati dalle autorità e dal tribunale russo; il presunto ruolo dell’intelligence ucraina, la confessione e la frase sul mancato pentimento restano invece elementi attribuiti alle fonti di Mosca e ancora privi di riscontri indipendenti.