Il nome di Matteo Salvini non è ancora accompagnato dalla parola dimissioni. Ma per la prima volta uno dei dirigenti più pesanti della Lega, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, accetta apertamente che anche la posizione del segretario possa entrare nella discussione sul futuro del partito. Alla domanda se il leader debba compiere un passo indietro o almeno un passo di lato, la risposta è destinata a pesare: «Nessuna soluzione va esclusa a priori».

È il passaggio politicamente più rilevante dell'intervista concessa al Corriere della Sera. Non una semplice richiesta di correzione della linea, ma la rottura di un tabù in un partito che negli ultimi tredici anni si è identificato quasi completamente con il proprio segretario. Fontana chiede di «rivedere in modo sostenibile ed effettivo l'impostazione» della Lega e mette sul tavolo un modello diverso, fondato su una squadra forte e su una leadership più collegiale.

Il crollo dal 34 al 5 per cento

A spingere il governatore lombardo allo scoperto sono soprattutto i numeri. Fontana ricorda il 34 per cento raggiunto dalla Lega alle Europee del 2019 e lo confronta con il livello attuale dei consensi, ormai attorno al 5 per cento. Non è soltanto una formula polemica. Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane collocano effettivamente il partito di Salvini in quell'area: BiDiMedia lo stimava al 5,2 per cento il 5 agosto, mentre una rilevazione Winpoll diffusa il 14 agosto indicava la Lega al 5,7 per cento.

Nel frattempo Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci dopo l'uscita dal Carroccio, in diversi sondaggi ha già superato la Lega. Winpoll lo collocava al 7,8 per cento, facendone addirittura la seconda forza del centrodestra dietro Fratelli d'Italia. È un dato che rende ancora più urgente la resa dei conti interna: non si tratta più soltanto di recuperare elettori perduti verso Giorgia Meloni, ma di fronteggiare una concorrenza nata direttamente da una scissione del mondo leghista.

Fontana parla di un «malessere» che i militanti raccolgono non soltanto in Lombardia, ma in tutto il Nord. E indica nell'erosione del consenso e nella riduzione delle sezioni i problemi che il partito non può più permettersi di rinviare.

La fronda lombarda esce allo scoperto

L'affondo non nasce però il 17 agosto. Da settimane il rapporto tra Salvini e una parte consistente della Lega settentrionale è entrato in una fase apertamente conflittuale. Al direttivo lombardo dei giorni scorsi diversi dirigenti avevano già posto il problema della leadership e alcuni si erano spinti fino a chiedere al segretario un passo indietro o di lato. Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo sono diventati i riferimenti principali di questa area critica.

Salvini aveva reagito cercando di frenare la contestazione e sostenendo che gli italiani non fossero interessati alle «beghe interne». Ma l'intervista di Fontana sposta ancora più avanti il confine dello scontro: la permanenza del leader alla guida del partito non viene più considerata un punto indiscutibile.

È una differenza sostanziale. La critica non riguarda una singola scelta politica, ma il modello costruito da Salvini a partire dal 2013, quando la vecchia Lega nordista e autonomista cominciò a trasformarsi in una forza nazionale, sovranista e fortemente personalizzata attorno al segretario.

L'associazione che agita il Carroccio

Dietro le parole del governatore c'è anche un progetto organizzato. Fontana conferma di lavorare con altri esponenti a un'associazione larga e aperta, pensata come luogo di discussione politica su federalismo, autonomia, modernizzazione dello Stato, politica industriale e perfino diritti civili.

Il progetto circola da settimane e una bozza di statuto aveva già agitato i vertici leghisti all'inizio di agosto, alimentando il sospetto che l'associazione potesse trasformarsi in qualcosa di più. Fontana nega di poter prevedere la nascita di un nuovo partito e insiste sulla natura culturale e politica dell'iniziativa. Ma evita anche di chiudere definitivamente quella porta.

La scelta dei temi chiarisce comunque l'obiettivo. Il gruppo vuole recuperare una parte dell'identità originaria della Lega: federalismo, autonomia dei territori, rapporto con le imprese del Nord e maggiore potere agli amministratori locali. Una piattaforma che prende le distanze tanto dal modello leaderistico quanto dalla trasformazione nazionale impressa da Salvini.

Non è casuale neppure il richiamo di Fontana a Umberto Bossi. Il presidente lombardo rivendica apertamente uno degli insegnamenti del fondatore: contestare anche il proprio governo quando le decisioni di Roma danneggiano gli interessi del territorio.

Il modello della leadership collettiva

Il passaggio forse più insidioso per Salvini arriva quando Fontana descrive la Lega che vorrebbe. Il problema del leaderismo, sostiene, attraversa ormai tutti i partiti italiani, ma proprio il Carroccio avrebbe gli uomini per scegliere una strada diversa: una «leadership collettiva», capace di valorizzare competenze, amministratori e differenze territoriali.

La proposta modifica completamente la domanda sulla successione. Non si tratta necessariamente di trovare un nuovo capo che sostituisca Salvini replicandone il modello. La fronda del Nord sembra immaginare una gestione nella quale governatori, amministratori e dirigenti territoriali tornino ad avere un peso molto maggiore.

È qui che figure come Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Massimiliano Romeo diventano inevitabilmente parte della partita, anche senza una candidatura formale alla segreteria. Le tensioni tra Salvini e i governatori settentrionali erano emerse pubblicamente già nel Consiglio federale di giugno e nelle ultime settimane si sono ulteriormente accentuate.

Pontida diventa il prossimo appuntamento decisivo

Adesso gli occhi si spostano su Pontida. Il tradizionale raduno non sarà soltanto una manifestazione identitaria, ma rischia di trasformarsi nel luogo in cui misurare quanto consenso Salvini conservi tra i militanti e quanto sia ormai estesa la richiesta di un cambio di rotta.

Anche i simboli raccontano il momento. In vista del raduno è scomparsa dalla comunicazione del partito la scritta «Salvini premier», utilizzata dal 2017 come uno dei segni più evidenti della trasformazione personale e nazionale della Lega.

Fontana evita ultimatum. Dice di sperare di trovare sul pratone entusiasmo e passione e ricorda che Pontida «appartiene ai militanti». Ma proprio questa sottolineatura consegna alla base una funzione politica precisa: saranno i militanti, lascia intendere il governatore, a dover dire quale Lega vogliono.

Per Salvini è forse questo il segnale più delicato. Il dissenso non arriva più soltanto dai retroscena, dalle riunioni riservate o da singoli dirigenti. Il presidente della regione simbolo del vecchio Carroccio dice pubblicamente che il partito deve cambiare e che, per farlo, nemmeno un passo indietro del segretario può essere escluso.

A questo punto la questione non è più se nella Lega esista una fronda. È capire se quella fronda sia ormai abbastanza forte da aprire davvero il dopo Salvini.