Uccidere «30 o 40» persone ogni notte nella Striscia di Gaza. Non soltanto chi rappresenta una minaccia immediata, ma anche persone che, secondo Itamar Ben-Gvir, «non meritano di vivere». Mentre la diplomazia americana tenta di strappare un accordo sul futuro della Striscia, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale sceglie la direzione opposta e torna ad alzare violentemente i toni, invocando una campagna quotidiana di uccisioni mirate.
Le dichiarazioni sono state pronunciate durante il podcast dell’ex ostaggio israeliano Rom Braslavski e sono diventate rapidamente un caso internazionale. Ben-Gvir ha sostenuto che Israele dovrebbe colpire ogni notte decine di persone a Gaza, andando oltre gli individui considerati una minaccia immediata. Il ministro ha accompagnato questa posizione con la richiesta di favorire l’uscita in massa dei palestinesi dalla Striscia e di riportare insediamenti israeliani nel territorio.
L’affondo mentre Kushner tratta con Netanyahu
La tempistica rende le parole del leader dell’estrema destra ancora più esplosive. Proprio questa mattina Jared Kushner, inviato per il Medio Oriente e genero del presidente americano Donald Trump, ha incontrato a Gerusalemme il premier Benjamin Netanyahu insieme a Tony Blair e all’inviato del Board of Peace Nickolay Mladenov. Al centro del colloquio c’è il tentativo di salvare la nuova road map americana per Gaza.
Kushner arriva in Israele dopo un passaggio diplomaticamente molto più insolito. Domenica ha incontrato in Egitto il leader di Hamas Khalil al-Hayya, nel corso di un confronto durato circa due ore e inserito in una serie di colloqui con i mediatori egiziani, qatarioti e turchi. Washington vuole ottenere passi verificabili verso il disarmo di Hamas e, contemporaneamente, convincere Israele ad accettare il percorso previsto dal piano.
È esattamente su questo terreno che lo scontro politico si sta facendo più duro. Hamas ha espresso una disponibilità condizionata alla road map e chiede che Israele rispetti gli impegni sulla cessazione degli attacchi e sul ritiro delle proprie forze. Netanyahu, invece, continua a sostenere che non potrà esserci un ritiro israeliano prima del completo disarmo dell’organizzazione palestinese.
Ben-Gvir contro la linea della tregua
Dentro il governo israeliano, Ben-Gvir rappresenta una delle opposizioni più nette a qualsiasi soluzione che possa apparire come una concessione ad Hamas. La sua proposta va ben oltre la prosecuzione delle operazioni militari. Il ministro ha sostenuto apertamente la necessità di una politica di uccisioni quotidiane nella Striscia e ha rilanciato contemporaneamente l’idea dell’emigrazione dei palestinesi e del ritorno israeliano a Gaza.
Ben-Gvir non comanda l’esercito israeliano e quindi non ha l’autorità per ordinare operazioni delle forze armate. Come ministro della Sicurezza nazionale ha però competenza sulla polizia e sul sistema carcerario e, soprattutto, rappresenta un settore decisivo dell’estrema destra da cui Netanyahu dipende politicamente. Le sue parole pesano quindi sulla tenuta della maggioranza proprio mentre il premier è sottoposto alla pressione americana perché accetti il nuovo piano.
Le dichiarazioni arrivano inoltre a poche settimane dalle elezioni israeliane di ottobre, un appuntamento che rende ancora più difficile per Netanyahu assumere posizioni capaci di provocare una rottura con l’ala più radicale della sua coalizione. È in questo equilibrio che Kushner tenta oggi di inserire la pressione della Casa Bianca.
La condanna dell’Iran
Alle parole del ministro israeliano ha reagito anche Teheran. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha definito Ben-Gvir un «criminale sionista» e ha sostenuto che le sue dichiarazioni, comprese quelle sull’espulsione dei palestinesi e sulla colonizzazione di Gaza, dovrebbero essere conservate come materiale per un futuro procedimento giudiziario. La reazione iraniana aggiunge un ulteriore fronte allo scontro, nel giorno in cui restano altissime anche le tensioni tra Iran e Stati Uniti.
La frase di Ben-Gvir ha un peso particolare anche perché arriva mentre gli attacchi israeliani nella Striscia si sono ridotti rispetto alle fasi più intense della guerra sotto la pressione americana. Il ministro contesta apertamente questa impostazione e vorrebbe riportare la strategia israeliana verso un uso molto più aggressivo della forza.
Hamas chiede agli Usa di premere su Israele
Dall’altra parte del negoziato, Hamas sta cercando di trasformare l’intervento americano in uno strumento di pressione sul governo Netanyahu. Dopo il colloquio con Kushner, il movimento ha ribadito ai mediatori la propria adesione condizionata alla road map e ha chiesto al Board of Peace creato da Trump di spingere Israele ad accettarne l’attuazione.
Il piano americano ruota attorno a uno scambio politicamente difficilissimo: disarmo di Hamas, ritiro progressivo delle forze israeliane, passaggio dell’amministrazione della Striscia a una struttura palestinese tecnocratica e avvio della ricostruzione. Proprio la sequenza di questi passaggi divide le parti. Israele vuole che il disarmo preceda il ritiro, mentre Hamas pretende garanzie sul cessate il fuoco e sulla fine della presenza militare israeliana.
Due linee opposte sul futuro di Gaza
È questa la fotografia della giornata. Da una parte Kushner, che passa dal tavolo con Hamas a quello con Netanyahu cercando di costruire una sequenza accettabile per entrambi. Dall’altra Ben-Gvir, che propone di uccidere decine di persone ogni notte, favorire l’uscita dei palestinesi e riportare gli israeliani nella Striscia.
Il contrasto non potrebbe essere più evidente. La missione americana prova a spingere il conflitto verso una soluzione politica, mentre una componente importante del governo israeliano reclama una nuova escalation. L’esito del confronto tra Kushner e Netanyahu dirà quanto spazio reale rimanga per il piano di Trump. Ma le parole pronunciate da Ben-Gvir mostrano quanto profonda sia ormai la battaglia dentro Israele sul futuro di Gaza.