Napoli

Il gioco - o forse il giogo - delle relazioni è già di per sé zoppicante e complesso, di questi tempi più che mai, ma in estate subisce una distorsione emotiva e affettiva, quasi antropologica, come in nessun altro momento delle nostre vite. Coppie che cercano conferme o soluzioni, semplici sospensioni alle loro fatiche quotidiane oppure tregue da annose rese dei conti. Come se fosse possibile rinviare il momento di guardarsi negli occhi e decidere se liberarsi o salvarsi, purché tutto accada in piena armonia e, possibilmente, sempre reciprocamente. L’estate ha questa strana pretesa: dovrebbe renderci felici. Lo impongono il sole, il mare, le fotografie, i tramonti, perfino l’abbigliamento più leggero.

Ci spogliamo di quasi tutto e pretendiamo di fare altrettanto con le nostre inquietudini. Poi scopriamo che quelle hanno viaggiato con noi, spesso senza neppure pagare il supplemento per il bagaglio. Ma la vera controparte delle coppie sono i figli. Mondi in parte sommersi ai quali i boomers come me fanno sempre più fatica ad attribuire connotazioni definite e, soprattutto, risposte comportamentali altrettanto determinate.

Che a “gestirli” si sia ancora in due o da soli, come me, che siano giovani o meno giovani - purché ancora senza fidanzate o fidanzati capaci di ridisegnare definitivamente la geografia familiare - resta la sostanziale difficoltà di intraprendere daccapo una strada comunicativa che, a distanza di appena 365 giorni, sembra essersi allungata almeno di un lustro. Nel mio caso c’è anche l’aggravante di non vivere insieme e neppure nella stessa città. Durante l’anno ci si sente, naturalmente. Ci si scrive. Si domanda se va tutto bene, come è andato un esame, quando si torna, cosa si farà nel fine settimana. Si scambiano informazioni credendo, qualche volta, di essersi parlati.

È forse questo l’equivoco più grande della comunicazione contemporanea: essere costantemente raggiungibili ci ha convinti di essere altrettanto costantemente vicini. Poi arrivano le vacanze. All’improvviso quelle conversazioni intermittenti devono trasformarsi in giorni interi. Le notifiche diventano corpi, le risposte monosillabiche diventano silenzi a tavola, le fotografie ricevute durante l’anno diventano volti che possiamo finalmente osservare senza uno schermo in mezzo. Ed è proprio allora che ci accorgiamo che i nostri figli sono cambiati. Non necessariamente in peggio o in meglio: semplicemente sono andati avanti mentre noi continuavamo a conservarne una versione precedente.

 Forse è questo l’errore più frequente di noi genitori: amarli al presente e conoscerli al passato. Continuiamo a rivolgerci al ragazzo o alla ragazza che ricordiamo, mentre davanti a noi c’è già qualcun altro. Una persona che ha aggiunto paure che ignoriamo, desideri che non ci ha raccontato, parole che noi non usiamo e silenzi dei quali non possediamo più la grammatica. E allora la tentazione è quella antica e rassicurante dell’autorità: fare domande, suggerire soluzioni, impartire consigli. In fondo siamo genitori, qualcosa dovremo pur sapere. E invece forse dovremmo imparare nuovamente ad ascoltare. Perché anche l’amore, quando pretende di conoscere già tutte le risposte, può diventare una forma involontaria di sordità.

E i figli non sempre chiedono soluzioni. Qualche volta chiedono soltanto che qualcuno rimanga abbastanza vicino da accorgersi che una domanda esiste. Così la vacanza, che avevamo immaginato come il luogo del ricongiungimento, diventa un piccolo laboratorio sentimentale. Bisogna trovare nuove distanze, accettare camere chiuse, cuffie nelle orecchie, telefonini che sembrano protesi anatomiche, orari incompatibili con i nostri e improvvise confidenze che arrivano proprio quando avevamo deciso di dormire. Soprattutto bisogna resistere alla tentazione di riempire ogni silenzio. Perché crescere dei figli significa anche assistere alla progressiva diminuzione della nostra indispensabilità.

Da piccoli ci cercavano per attraversare una strada; poi hanno imparato ad attraversarla da soli. Il difficile, per noi, è continuare a camminare sullo stesso marciapiede senza afferrarli continuamente per un braccio. Forse l’estate serve anche a questo. Non a recuperare il tempo perduto - il tempo, quando è perduto, possiede la pessima abitudine di non lasciarsi recuperare - ma a riconoscere quello che è trascorso. A guardare chi abbiamo davanti senza chiedergli di tornare quello che era soltanto per rassicurare noi. Le coppie possono lasciarsi, ritrovarsi, concedersi tregue, ricominciare.

Con i figli è diverso: non esiste una resa dei conti definitiva, perché il conto cambia continuamente. Cambiano loro e, se siamo fortunati, cambiamo anche noi. Trovare le nuove parole diventa allora difficile, ma necessario. Forse non saranno neppure molte.

Potrebbero bastare una passeggiata, una domanda non seguita immediatamente da un consiglio, una cena senza interrogatori, persino un silenzio condiviso davanti al mare. L’importante è non pretendere di riprendere la conversazione esattamente dove l’avevamo lasciata. Perché nel frattempo loro sono cresciuti. E, qualche volta, dovremmo avere il coraggio di farlo anche noi.