C’è un numero che spiega meglio di molti altri perché i droni Shahed siano diventati una delle armi più temute dell’Iran: 80mila. È la stima, da prendere con cautela perché non verificabile in modo indipendente, delle munizioni circuitanti e dei droni d’attacco che Teheran avrebbe accumulato prima dell’ultima fase del conflitto. A questa massa si aggiungerebbe una capacità industriale che alcune valutazioni indicano in circa 400 apparecchi al giorno.
Non è soltanto una questione di quantità. La forza dello Shahed sta nella combinazione tra semplicità, autonomia, costi relativamente contenuti e possibilità di impiego in grandi ondate. Un modello di guerra che mette sotto pressione anche sistemi di difesa tecnologicamente molto più avanzati e costosi.
Per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein, la prospettiva di dover affrontare sciami di droni rappresenta ormai un problema strategico. Gli obiettivi potenziali non sono soltanto le installazioni militari americane presenti nella regione, ma anche raffinerie, terminal petroliferi, porti, aeroporti, impianti di desalinizzazione e altre infrastrutture essenziali.
La forza dei grandi numeri
Le cifre circolate negli ultimi mesi devono essere considerate stime, non dati ufficiali certificati. Un'analisi pubblicata nel 2026 dalla Takshashila Institution indica per l’Iran uno stock nell’ordine degli 80mila Shahed e una capacità produttiva che potrebbe raggiungere i 400 esemplari al giorno. Valutazioni analoghe sono state riportate da altri osservatori, mentre esperti interpellati da Deutsche Welle hanno sottolineato quanto sia difficile stabilire quanti droni siano realmente disponibili dopo mesi di operazioni e attacchi contro le capacità militari iraniane.
Il punto strategico, però, resta intatto. Anche un arsenale sensibilmente inferiore avrebbe dimensioni sufficienti per sostenere campagne prolungate e, soprattutto, per organizzare attacchi di saturazione.
Lo Shahed non deve necessariamente superare le difese per produrre un risultato. Costringe il nemico ad accendere radar, far decollare aerei, mobilitare batterie antiaeree e consumare intercettori. Un drone relativamente economico può così obbligare chi si difende a utilizzare sistemi dal costo enormemente superiore.
È questa asimmetria economica a trasformare un velivolo lento e relativamente semplice in un'arma strategica.
Lo sciame che logora le difese
Il principio è quello della saturazione. Un singolo Shahed può essere intercettato. Decine o centinaia di velivoli lanciati contemporaneamente, magari insieme a missili balistici e da crociera, pongono invece un problema completamente diverso.
Ogni sistema antiaereo possiede un numero limitato di intercettori, sensori e canali di ingaggio. L’attaccante può quindi cercare non tanto l’invisibilità, quanto la massa: costringere la difesa a individuare, classificare e abbattere contemporaneamente un numero elevatissimo di bersagli.
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto questo modello possa essere efficace nel lungo periodo. La Russia ha adottato e industrializzato la famiglia degli Shahed, sviluppando varianti Geran e aumentando enormemente la produzione. L’esperienza accumulata sul campo ha inoltre favorito modifiche ai sistemi di navigazione, alle comunicazioni e alla resistenza alle contromisure elettroniche.
Per Teheran, l’effetto è stato duplice. Da una parte lo Shahed è diventato un'arma esportabile e replicabile. Dall’altra l’esperienza russa ha creato un gigantesco laboratorio operativo dal quale ricavare indicazioni sulle tattiche occidentali di intercettazione.
Perché il Golfo è particolarmente vulnerabile
La geografia rende la minaccia ancora più delicata. Le coste iraniane si trovano davanti ad alcuni dei nodi energetici e militari più importanti del pianeta. Nel raggio delle capacità iraniane si trovano installazioni strategiche in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
Il problema non riguarda necessariamente la distruzione completa di un obiettivo. Un attacco contro un aeroporto, una raffineria o un terminal petrolifero può essere sufficiente a interrompere temporaneamente le operazioni e produrre conseguenze economiche molto superiori al costo dell’arma utilizzata.
Gli attacchi degli ultimi mesi hanno già mostrato la vulnerabilità regionale. Amnesty International, in una ricerca pubblicata a giugno, ha attribuito con elevata probabilità a droni Shahed alcuni attacchi contro infrastrutture civili in Bahrein e Arabia Saudita, chiedendo indagini su possibili violazioni del diritto internazionale umanitario.
All’inizio di agosto, inoltre, le difese del Kuwait hanno intercettato droni diretti contro strutture considerate vitali, secondo quanto ricostruito dal Critical Threats Project e dall’Institute for the Study of War.
L’arma economica della guerra moderna
La vera rivoluzione degli Shahed non consiste dunque nella sofisticazione tecnologica. È quasi l’opposto. L’Iran ha puntato su un sistema che può essere costruito in grandi quantità e impiegato sapendo in partenza che una parte consistente degli apparecchi verrà abbattuta.
Se l’avversario è costretto a spendere molto di più per difendersi di quanto l’attaccante spenda per colpire, la guerra diventa anche una competizione industriale.
È la stessa lezione che sta modificando rapidamente gli arsenali occidentali. Non basta possedere intercettori estremamente sofisticati: occorrono anche sistemi economici capaci di abbattere bersagli economici, dalle armi a energia diretta ai cannoni automatici, fino ai nuovi intercettori progettati specificamente contro i droni.
La nuova incognita iraniana
Resta un’incertezza fondamentale: quanta parte dell’apparato produttivo iraniano sia ancora operativa e quale sia oggi la consistenza reale delle scorte. Gli attacchi subiti dall’Iran hanno colpito infrastrutture militari e capacità produttive, rendendo particolarmente difficile utilizzare le stime precedenti come fotografia dell’arsenale attuale.
Allo stesso tempo, indicazioni raccolte nelle ultime settimane suggeriscono che Teheran stia cercando di ricostituire e aggiornare le proprie capacità. Analisi pubblicate all’inizio di agosto dal Critical Threats Project segnalano anche l’impiego o lo sviluppo di nuovi droni iraniani, compresi modelli più veloci pensati per ridurre il tempo disponibile alle difese per reagire.
Ed è questo lo scenario che preoccupa maggiormente le monarchie del Golfo. Non un’unica arma capace di cambiare da sola una guerra, ma un sistema industriale in grado di produrre continuamente migliaia di minacce a basso costo.
Se le stime sulla capacità produttiva iraniana fossero anche soltanto vicine alla realtà, lo Shahed rappresenterebbe qualcosa di più di un drone kamikaze. Sarebbe la dimostrazione di come la quantità possa diventare una tecnologia militare in sé e di come un arsenale relativamente semplice possa obbligare avversari molto più ricchi a sostenere costi enormi per proteggere cieli, basi e infrastrutture.