Disteso nella savana ai piedi del Kilimangiaro, Gengis Khan prova a rialzarsi ma non ci riesce. Gira su se stesso, affannato, mentre i veterinari tentano di sostenerlo con un’iniezione di glucosio. Ha undici anni, gli occhi arrossati, respira male. Meno di una settimana dopo sarà morto anche lui, diventando almeno il ventesimo elefante a soccombere nell’ecosistema di Amboseli, nel sud del Kenya, dall’inizio della misteriosa moria registrata a fine giugno.
La sequenza dei decessi sta mettendo in allarme una delle aree naturalistiche più celebri dell’Africa. Le vittime sono soprattutto femmine e giovani esemplari e presentano un quadro ricorrente: difficoltà a camminare e respirare, agitazione, paralisi parziale e infine l’impossibilità di restare in piedi. Nei primi casi la morte arrivava nell’arco di uno o due giorni.
L’agonia degli animali
A descrivere ciò che accade è Patrick Papatiti, responsabile delle operazioni nelle terre comunitarie di Olgulului, che comprendono la riserva di Kitenden B, dove è morto Gengis Khan. Quando gli elefanti non riescono più a camminare, racconta, si accasciano al suolo e possono resistere per giorni prima di morire.
Nella vicina riserva di Kimana sono state osservate diverse carcasse recenti. Tra queste anche quella di un cucciolo di appena due mesi, già attaccato dalle iene, e quella di un’elefantessa morta poco prima di completare la gravidanza. La presenza indisturbata di iene e avvoltoi sui corpi è diventata uno degli elementi citati da chi mette in dubbio la prima spiegazione avanzata dalle autorità.
Il cianuro trovato nei campioni
Il Kenya Wildlife Service, l’ente pubblico che gestisce la fauna selvatica, ha comunicato nelle scorse settimane che le analisi preliminari hanno rilevato cianuro in alcuni campioni. L’ipotesi presa in considerazione è che gli animali possano essere entrati in contatto con sostanze utilizzate in agricoltura, dopo aver mangiato prodotti provenienti dai campi situati attorno alle aree protette. Sono in corso verifiche anche su acqua, suolo, vegetazione e modalità di impiego o smaltimento dei prodotti agricoli.
Il quadro, tuttavia, non è ancora definitivo. Le prime analisi dell’Università di Nairobi avevano rilevato una sostanza potenzialmente tossica, mentre alcuni esami eseguiti dal laboratorio governativo non avevano inizialmente restituito risultati coincidenti. Il Kws ha quindi disposto ulteriori test quantitativi e ambientali.
Gli esperti che non credono all’avvelenamento
Nelle comunità locali cresce però lo scetticismo. Papatiti sostiene che possa trattarsi di una malattia e osserva che gli animali che si nutrono delle carcasse non sembrano subire conseguenze. Anche Joel Nyika, responsabile dell’ecosistema di Amboseli nella contea di Kajiado, ha espresso dubbi sull’origine chimica dei decessi, osservando che un contaminante diffuso nell’ambiente potrebbe avere conseguenze anche su bestiame e altre specie.
Il Kenya Wildlife Service, al contrario, ha fatto sapere che al momento non risultano elementi compatibili con una malattia infettiva o trasmissibile e ha assicurato che non esistono indicazioni di rischi per i visitatori. Il parco continua quindi a funzionare regolarmente.
Anche Paula Kahumbu, presidente di WildlifeDirect, ha chiesto maggiore solidità nelle prove prima di attribuire le morti ai pesticidi. L’organizzazione ha sollecitato un’indagine indipendente e una verifica rigorosa dell’intera catena di utilizzo delle sostanze chimiche nelle aziende agricole dell’area.
Una ferita per il Kenya
La vicenda tocca un nervo particolarmente sensibile per il Kenya, dove gli elefanti sono parte fondamentale del patrimonio naturale e dell’economia turistica. L’ecosistema di Amboseli, tra savana, aree comunitarie e corridoi faunistici verso la Tanzania, è uno dei simboli internazionali della conservazione africana.
Il timore delle comunità è che il bilancio possa essere ancora incompleto e che altri animali siano morti in zone meno controllate. Ed è proprio l’incertezza sulla causa a rendere più urgente una risposta. Se si trattasse di contaminazione, occorrerebbe individuarne rapidamente la fonte. Se invece emergesse una patologia finora sconosciuta, diventerebbe decisivo capire se possa colpire altri elefanti o altre specie.
La domanda che circola tra ranger e abitanti è ormai la stessa: quanti altri pachidermi dovranno morire prima che si scopra che cosa sta accadendo sotto il Kilimangiaro?