Avellino

C’è un modo molto comodo per leggere il dossier della Corte dei conti sull’acqua in Campania. Si prende Alto Calore, si mette sul tavolo la montagna di debiti accumulata negli anni, si ricordano assunzioni, clientele, gestioni allegre, sprechi e incapacità, e si chiude il processo con una sentenza già scritta: l’Irpinia ha dissipato il proprio patrimonio idrico e adesso ne paga il conto.

È una ricostruzione che contiene una parte importante di verità. Ma proprio perché è vera solo in parte rischia di diventare un alibi.

Alto Calore è stato per decenni anche questo: un luogo nel quale la politica ha troppo spesso scambiato un servizio pubblico essenziale per un terreno di occupazione del potere. Sarebbe ridicolo negarlo oggi, davanti a un concordato preventivo, a un debito enorme e alla nuova richiesta della magistratura contabile di chiarimenti sull’aumento dell’esposizione successiva al concordato e sulla gestione del personale. La Corte fa bene a chiedere conto di ogni euro e di ogni decisione.

Ma se vogliamo capire perché il sistema idrico irpino continua a stare in equilibrio precario, dobbiamo avere il coraggio di aggiungere una seconda verità. Quella che per anni la Regione Campania ha preferito non vedere: l’acqua non costa allo stesso modo dappertutto.

L’acqua che parte dall’Irpinia e quella che resta in Irpinia

Il paradosso è persino geografico. L’Irpinia possiede alcune delle sorgenti più importanti del Mezzogiorno. Da Caposele e Cassano Irpino parte acqua che alimenta territori lontani centinaia di chilometri. La grande dorsale storica dell’Acquedotto Pugliese fu concepita sfruttando per lunghi tratti la gravità. Detto brutalmente, e accettando la semplificazione: alla Puglia basta spesso un tubo perché l’acqua scenda.

Per portare quella stessa acqua in tanti comuni dell’Alta Irpinia, invece, bisogna farla salire.

Bisogna captarla, pomparla, sollevarla, accumularla in serbatoi posti a quote elevate, spingerla dentro reti che attraversano territori montani vastissimi e poco popolati. Servono centrali elettriche, elettropompe, cabine, manutenzione di impianti e chilometri di condotte per servire poche migliaia di abitanti distribuiti su decine di paesi.

Un’interruzione elettrica a una centrale di sollevamento può lasciare senz’acqua intere aree. Alto Calore lo scrive nei propri avvisi di servizio ogni volta che una cabina viene disalimentata o una pompa si ferma.

Questa differenza ha un costo. E quel costo non è marginale. Un metro cubo che viaggia prevalentemente per gravità e un metro cubo che deve essere sollevato più volte attraverso forti dislivelli non possono essere considerati economicamente equivalenti. In determinate configurazioni impiantistiche la differenza può arrivare a molte volte il costo energetico, perfino a un ordine di grandezza. Non esiste un moltiplicatore universale di dieci applicabile a ogni comune, ma esiste una realtà fisica che nessuna contabilità può cancellare: alzare l’acqua costa energia, e più bisogna alzarla più costa.

La grande omissione della Regione

Ed è qui che comincia la responsabilità politica della Regione Campania.

Perché i debiti di Alto Calore vengono da lontano, ma da lontano viene anche la conoscenza di questa anomalia territoriale. Non serviva la Corte dei conti del 2026 per scoprire che distribuire acqua tra Avellino, Benevento e decine di piccoli comuni appenninici non equivale a gestire una rete compatta in una grande area urbana.

La Regione ha avuto anni per costruire un meccanismo serio di perequazione. Aveva la possibilità di riconoscere che l’acqua è un servizio universale e che il suo costo strutturale non può essere scaricato soltanto sui cittadini che hanno avuto la ventura di nascere a settecento metri di quota invece che sul livello del mare.

Non lo ha fatto.

Ha costruito nel 2015 un modello regionale basato sull’ambito unico e sui distretti, ha creato l’Ente Idrico Campano, ha annunciato gestori unici e integrazione. Undici anni dopo la Corte dei conti si trova ancora a chiedere se esista un vero meccanismo di perequazione tariffaria tra territori.

Questa domanda, da sola, vale più di cento convegni sull’acqua pubblica.

Perché se nel 2026 dobbiamo ancora domandarci chi paga il maggiore costo dell’acqua nelle zone interne, significa che la politica regionale non ha risolto il problema. E dire che non se ne sia accorta è ormai difficile da credere. È più corretto dire che lo ha rinviato, rimosso, lasciato marcire. In una parola, lo ha ignorato politicamente.

Alto Calore non va assolto, ma l’Irpinia neppure condannata due volte

Questo non significa assolvere Alto Calore. Al contrario.

Chi ha amministrato male deve risponderne. Chi ha assunto senza necessità, chi ha distribuito incarichi, chi ha rinviato manutenzioni, chi ha accumulato crediti inesigibili o debiti senza copertura, chi ha usato una società pubblica come prolungamento delle segreterie politiche non può nascondersi dietro la montagna, le pompe e la bolletta elettrica.

Ma una cosa è il costo dell’inefficienza, un’altra è il costo della geografia.

Mescolarli conviene a tutti. Conviene agli amministratori del passato, che possono attribuire ogni disastro alla complessità della rete. E conviene alla Regione, che può attribuire ogni squilibrio alla cattiva gestione locale evitando di spiegare perché non abbia mai costruito fino in fondo un sistema capace di redistribuire i costi strutturali del servizio.

L’Irpinia rischia così di essere condannata due volte. Prima ha fornito la risorsa. Poi deve pagare di più per riportarla sulle proprie montagne.

È un cortocircuito che diventa ancora più evidente quando la stessa relazione della Corte richiama la presenza dell’Acquedotto Pugliese in alcuni comuni irpini. Una società interamente posseduta dalla Regione Puglia opera in territorio campano mentre il distretto continua a cercare il proprio equilibrio gestionale. È difficile immaginare una fotografia più efficace dell’incompiutezza regionale.

Da Caserta a Napoli, il problema non è più locale

E infatti basta uscire dall’Irpinia per capire che raccontare la crisi di Alto Calore come un’anomalia provinciale è intellettualmente disonesto.

A Caserta, Idrico Terra di Lavoro arriva nel dossier della Corte con un bilancio 2024 che presenta una perdita superiore a 255 milioni di euro e una vicenda societaria finita davanti al tribunale fallimentare.

A Napoli, i magistrati chiedono conto della scelta che ha separato nel 2021 il capoluogo dal resto del precedente distretto, interrompendo la prospettiva di un sistema integrato costruito attorno ad Abc. E proprio su Abc si apre adesso un altro problema, perché la disciplina nazionale sui servizi pubblici locali mette in discussione la possibilità di conservare la forma dell’azienda speciale.

Nel Sarnese Vesuviano, la Corte domanda chiarimenti sull’assetto di Gori, mentre l’ente d’ambito che ne detiene la maggioranza risulta in liquidazione da anni.

Non è più possibile dire che si tratti di quattro crisi separate.

È una crisi regionale. È la prova che l’architettura disegnata sulla carta non è diventata un sistema davvero unitario, né sul piano gestionale né su quello economico. La stessa istruttoria della magistratura contabile mette al centro tariffe, affidamenti, sostenibilità dei gestori e frammentazione del servizio.

Il conto politico dell’acqua

Ed ecco perché il dossier della Corte dei conti può essere molto più importante di un’indagine sui bilanci.

Può costringere finalmente la Regione Campania a rispondere alla domanda che evita da anni: quanto costa davvero garantire un metro cubo d’acqua a un cittadino di Napoli, quanto a uno di Avellino, quanto a uno di Trevico, Calitri, Nusco o Sant’Angelo dei Lombardi?

E soprattutto: è giusto che quella differenza venga sopportata soltanto dal gestore e dagli utenti di quel territorio?

Se la risposta è no, allora serve una perequazione vera. Non un fondo occasionale, non un contributo per mettere una toppa al bilancio, non l’ennesimo intervento straordinario dopo una crisi. Serve un modello regionale che separi con precisione il costo industriale inevitabile dalla cattiva gestione e che redistribuisca il primo mentre punisce la seconda.

L’acqua è pubblica non perché lo si scrive in uno statuto. È pubblica se il cittadino di un piccolo comune montano ha lo stesso diritto sostanziale al servizio del cittadino di una metropoli, senza pagare sulla propria bolletta il prezzo della propria altitudine.

La Corte ha aperto la porta che la politica teneva chiusa

La Corte dei conti fa dunque bene a scavare nei bilanci di Alto Calore. Deve farlo fino in fondo. Ma sarebbe un errore clamoroso se da questa istruttoria uscisse soltanto una nuova requisitoria contro la società irpina.

Perché il buco più grande non è soltanto nel bilancio.

È nella politica regionale dell’acqua.

Per troppo tempo la Campania ha avuto sorgenti senza avere una strategia, gestori senza avere una governance compiuta, tariffe senza una vera perequazione, reti montane senza un riconoscimento dei loro costi strutturali. Ha lasciato che ogni territorio affrontasse da solo problemi che potevano essere risolti soltanto su scala regionale.

Alto Calore deve fare i conti con il proprio passato. Non merita sconti.

Ma ora è la Regione Campania che deve fare i conti con il suo.

E questa volta non può cavarsela dicendo che il problema è ad Avellino.