Dopo la pausa di Ferragosto il cantiere delle primarie del centrosinistra riparte senza accelerazioni, ma con un quadro che comincia a definirsi. Da una parte ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, i due protagonisti inevitabili della partita per la leadership. Dall’altra resta vuota la casella del candidato capace di rappresentare l’area riformista e di allargare il perimetro della coalizione oltre Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

La novità che pesa di più arriva ancora una volta da Genova. Silvia Salis non intende partecipare alle primarie. La sindaca, indicata per mesi come possibile figura di sintesi e corteggiata soprattutto dall’area moderata, continua a ribadire di voler portare avanti il mandato ricevuto dai genovesi. Una posizione già espressa nei mesi scorsi e che, dopo il nuovo pressing estivo, non risulta cambiata.

Il no di Salis cambia gli equilibri

L’assenza di Salis non è un dettaglio. La sua vittoria al primo turno alle comunali di Genova del 2025 era arrivata alla guida di una coalizione molto larga, capace di tenere insieme progressisti, Cinque Stelle e forze riformiste. Proprio quel modello ne aveva fatto uno dei nomi più evocati per una candidatura nazionale.

A spingerla verso la competizione era stato soprattutto Matteo Renzi, che nelle scorse settimane l’aveva definita il profilo più forte a disposizione dell’area riformista. Ma il pressing non ha prodotto un cambio di linea. La sindaca resta fuori dalla corsa e, allo stato, non emergono segnali concreti di un ripensamento.

La ricerca di un terzo nome, quindi, continua. Nel confronto interno sono circolati nel tempo il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. Quest’ultimo, però, ha già escluso pubblicamente una propria partecipazione alle primarie, rendendo ancora più complicata la costruzione di una candidatura alternativa ai due leader principali.

Schlein e Conte preparano la sfida

Nel Pd, Elly Schlein resta il punto di riferimento naturale. La segretaria ha già dato da tempo la propria disponibilità a partecipare a eventuali primarie di coalizione, pur insistendo sulla necessità di costruire prima un progetto politico condiviso. L’ufficializzazione definitiva della corsa sarà inevitabilmente legata alla definizione delle regole.

Anche Giuseppe Conte ha dichiarato la propria disponibilità. Il presidente del Movimento 5 Stelle considera il coinvolgimento diretto degli elettori uno degli strumenti per legittimare la futura guida della coalizione e da mesi sostiene la necessità di una consultazione ampia.

È proprio qui che comincia la parte più difficile. Perché una cosa è concordare sulle primarie, un’altra stabilire come dovranno funzionare.

Il braccio di ferro sulle regole

Il primo nodo riguarda l’eventuale secondo turno. Nel Movimento 5 Stelle prevale la contrarietà a un ballottaggio qualora nessun candidato raggiungesse una soglia prestabilita al primo voto. La questione ha un evidente peso politico: un secondo turno potrebbe modificare profondamente gli equilibri della competizione, favorendo convergenze tra elettorati diversi sul candidato rimasto in corsa.

L’altro punto sensibile è il voto online. Il M5S ha mostrato apertura verso una consultazione che non si svolga esclusivamente ai gazebo, con l’obiettivo dichiarato di ampliare la partecipazione. Nel Pd, invece, l’ipotesi continua a essere osservata con maggiore cautela. Già nei mesi scorsi i Cinque Stelle avevano posto tra le condizioni una consultazione aperta e la possibilità di utilizzare anche strumenti digitali.

Dietro la discussione tecnica si nasconde la vera partita politica: definire un sistema che tutti considerino legittimo prima di conoscere il vincitore. Senza un’intesa preventiva, il rischio è che la competizione per scegliere il candidato premier diventi essa stessa un motivo di divisione.

Avs lascia aperta una terza strada

A complicare ulteriormente il quadro è arrivato l’intervento di Nicola Fratoianni. Il leader di Sinistra Italiana e cofondatore di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiarito che Schlein e Conte hanno entrambi titolo per candidarsi alla guida del Paese, ma non ha escluso che Avs possa avanzare una propria proposta.

Fratoianni ha anche ammorbidito uno dei fronti più delicati nella costruzione della coalizione, quello dei rapporti con Matteo Renzi. Nessun veto preventivo all’ingresso dell’ex presidente del Consiglio e delle altre componenti centriste, a condizione che prima venga definito l’indirizzo politico comune.

Il messaggio è chiaro: prima di trasformare le primarie in una sfida personale tra i leader, il centrosinistra deve stabilire quale coalizione vuole portare alle elezioni e con quale programma.

La soglia elettorale rende decisivi i riformisti

Sul tavolo pesa anche la riforma elettorale. Il testo arrivato all’esame parlamentare prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per la lista o coalizione che superi il 42 per cento e risulti la più votata. È un elemento che rende strategico ogni punto percentuale e aumenta il peso delle forze collocate al centro dello schieramento.

I numeri, peraltro, non consegnano una fotografia univoca. La Supermedia YouTrend/Agi di fine luglio collocava il Campo largo al 44,3 per cento, sopra la soglia prevista dal progetto di riforma, mentre singole rilevazioni hanno mostrato valori più vicini al 40 per cento. Il margine resta dunque abbastanza ristretto da rendere politicamente rilevante il contributo dell’area riformista.

Per questo il no di Salis pesa più della rinuncia di una singola candidata. Toglie dal tavolo, almeno per ora, una figura che aveva dimostrato di poter riunire anime diverse e riapre il problema dell’allargamento della coalizione. Con Schlein e Conte pronti alla sfida, il vero appuntamento dell’autunno non sarà soltanto stabilire chi correrà. Sarà decidere quali regole, quale perimetro e soprattutto quale progetto politico dovranno tenere insieme il centrosinistra nel confronto con Giorgia Meloni.