Si allarga il fronte europeo dei Paesi pronti a trasferire nuovamente in Italia i richiedenti asilo per i quali Roma viene considerata responsabile. Dopo Germania, Svizzera e Austria, nelle ultime ore anche Finlandia e Svezia hanno annunciato l'intenzione di applicare le nuove norme europee sui cosiddetti dublinanti. Per il governo di Giorgia Meloni si apre così una fase delicata, nella quale la battaglia sui movimenti secondari torna a incrociarsi con lo scontro politico nato dopo la crisi migratoria di Ceuta.

Helsinki e Stoccolma riaprono i trasferimenti

La posizione più recente è arrivata da Helsinki. Il ministero dell'Interno finlandese ha confermato che i trasferimenti verso l'Italia sono in preparazione, sostenendo che con l'applicazione, dal 12 giugno, del nuovo Regolamento europeo sulla gestione dell'asilo e della migrazione devono tornare a funzionare pienamente le regole che individuano lo Stato responsabile dell'esame di una domanda di protezione.

La Finlandia considera l'attuazione uniforme del Patto una condizione essenziale del nuovo sistema europeo. La stessa amministrazione finlandese precisa che dal 12 giugno è cambiato il procedimento per stabilire quale Paese debba occuparsi di una domanda e che le nuove norme mirano anche a limitare i movimenti secondari tra Stati membri.

Poche ore dopo è arrivata la conferma della Svezia. Stoccolma ha fatto sapere di avere già effettuato trasferimenti verso l'Italia e di voler continuare su questa strada. Per il governo svedese non si tratterebbe di una svolta improvvisa, ma della conseguenza di procedure che, dopo l'entrata in applicazione del Patto, sarebbero diventate più efficaci.

Germania, Austria e Svizzera avevano aperto la strada

Il dossier era esploso inizialmente con Berlino. La Germania sostiene che Italia e Germania avessero concordato già nell'autunno del 2025 la riattivazione dei trasferimenti con l'avvio del nuovo sistema europeo comune di asilo. Il ministero dell'Interno tedesco si è detto persino sorpreso dalle divergenze emerse con Roma, ribadendo che i trasferimenti verso l'Italia saranno effettuati.

La Svizzera ha annunciato a sua volta una ripresa graduale delle procedure, con i primi trasferimenti programmati dalla fine di agosto. Secondo le informazioni diffuse finora, i casi effettivamente trasferibili sarebbero comunque molto meno dei quasi 3.800 fascicoli potenzialmente interessati, perché una parte delle persone dispone di altre forme di protezione o ha ancora procedimenti aperti.

L'Austria è già passata dagli annunci ai fatti. Quattro richiedenti asilo sono stati trasferiti verso l'Italia dopo il 12 giugno. La procedura scelta da Vienna prevede, nei casi di collaborazione dell'interessato, anche l'utilizzo di normali mezzi pubblici: le autorità forniscono un biglietto ferroviario o di autobus per raggiungere il Paese competente.

Il nodo delle vecchie richieste

La questione più complessa riguarda ora la data dalla quale far partire il nuovo sistema. Roma sostiene che il passaggio alle regole entrate in applicazione il 12 giugno abbia chiuso il contenzioso accumulato negli anni precedenti e che, quindi, non possano essere automaticamente recuperate tutte le pratiche arretrate.

La lettura non coincide del tutto con quella di altri governi. Berlino ha precisato che al momento i trasferimenti riguardano soprattutto i casi successivi all'entrata in applicazione del Patto, ma il confronto sulle posizioni pregresse non appare completamente risolto. Anche la normativa finlandese offre un quadro articolato: le nuove domande seguono il nuovo regime, mentre alcune procedure già aperte per individuare lo Stato responsabile sono passate alle nuove regole dal 12 giugno.

È un passaggio decisivo perché la differenza tra le due interpretazioni può tradursi in migliaia di fascicoli. Secondo i dati Eurostat richiamati nei giorni scorsi, nel 2025 l'Italia aveva ricevuto 24.152 richieste di presa o ripresa in carico provenienti dagli altri Paesi europei, mentre i casi effettivamente accettati erano stati appena 85. La Germania, nello stesso anno, aveva presentato quasi 36 mila richieste verso altri Stati, con 5.377 trasferimenti realmente eseguiti.

Le statistiche nazionali non sono perfettamente sovrapponibili a quelle europee, perché utilizzano criteri e momenti di registrazione differenti. I dati dell'Unità Dublino italiana riportati dall'Asylum Information Database indicano per il 2025 19.889 procedure in ingresso e 132 trasferimenti complessivi. Il dato conferma comunque l'ordine di grandezza del divario tra richieste ricevute e persone effettivamente trasferite negli anni in cui Roma aveva di fatto congelato i rientri.

Parigi e Madrid non seguono il fronte dei cinque

Il quadro europeo, tuttavia, non è compatto. La Francia, almeno per il momento, ha scelto di non associarsi ai Paesi che stanno riattivando i trasferimenti verso l'Italia. Parigi ha fatto sapere di voler preservare la fase di collaborazione con Roma e di condividere con il governo italiano l'obiettivo di ridurre le partenze dalla Tunisia e dalla Libia.

Anche la Spagna ha assunto una posizione diversa. Il ministero dell'Interno di Madrid sostiene di preferire l'utilizzo dei meccanismi europei di solidarietà previsti dal Patto anziché procedere attraverso espulsioni o restrizioni bilaterali. Una posizione che arriva nel pieno delle tensioni diplomatiche provocate dalla scelta italiana di ripristinare i controlli per gli arrivi dalla Spagna dopo l'emergenza di Ceuta.

Il precedente di Ceuta e lo scontro con Madrid

La crisi era esplosa dopo l'arrivo massiccio di migranti nell'enclave spagnola di Ceuta, al confine con il Marocco. Roma aveva deciso di introdurre controlli selettivi sulle persone provenienti dalla Spagna, sostenendo la necessità di prevenire possibili movimenti secondari e rischi per la sicurezza. Madrid aveva contestato duramente il provvedimento, giudicandolo sproporzionato e ricordando che l'ingresso a Ceuta non consente automaticamente di accedere allo spazio Schengen.

Lo scontro si è poi irrigidito. La Spagna ha introdotto a sua volta controlli temporanei nei confronti degli arrivi dall'Italia, mentre Roma ha prolungato fino al 6 settembre le misure adottate nei confronti della Spagna. È su questo intreccio che l'opposizione italiana costruisce ora l'accusa politica di un isolamento crescente del governo.

Schlein: “Un boomerang per Meloni”

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein parla apertamente di un «boomerang» della scelta italiana su Schengen, sostenendo che la decisione su Ceuta abbia creato un precedente sfavorevole soprattutto per l'Italia. Secondo la leader dem, l'esecutivo avrebbe trascurato la battaglia europea sulla solidarietà nella gestione dell'accoglienza proprio mentre diversi partner tornano a chiedere a Roma di farsi carico dei richiedenti asilo di propria competenza.

Critiche analoghe sono arrivate dal presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, dal leader di Italia viva Matteo Renzi e dal segretario di +Europa Riccardo Magi, che collegano il caso Ceuta alla nuova pressione esercitata sull'Italia. Il governo respinge invece questa lettura e rivendica la piena legittimità dei controlli adottati nei confronti della Spagna, presentandoli come una misura di sicurezza e non come una scelta politica contro Madrid.

La partita vera si gioca sui numeri

Per capire l'impatto reale della nuova fase bisognerà però attendere i trasferimenti effettivamente eseguiti. Gli annunci di cinque Paesi non equivalgono automaticamente a decine di migliaia di persone in arrivo in Italia. Tra una richiesta di presa in carico e il trasferimento concreto possono intervenire ricorsi, scadenze, legami familiari, nuove decisioni sulle domande di asilo o altre condizioni previste dal diritto europeo.

Il dato politico resta però significativo. Dopo quasi quattro anni nei quali la sospensione italiana aveva ridotto al minimo i rientri, il nuovo Patto sta rimettendo in movimento un sistema che interessa soprattutto gli Stati di primo ingresso. Per Roma il rischio è che il principio di responsabilità torni a funzionare più rapidamente dei meccanismi di solidarietà che dovrebbero compensarlo. Ed è proprio su questo equilibrio, più che sul numero dei primi trasferimenti, che nelle prossime settimane si misurerà la tenuta della nuova politica migratoria europea.