Quanto sta accadendo in Cisgiordania è «inaccettabile». Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Bologna, sceglie parole nette a margine del Meeting di Rimini, all’indomani della visita di Papa Leone XIV. Il suo richiamo è rivolto alla tutela della convivenza e dei diritti, in una fase di nuova tensione nei territori palestinesi occupati. «Non è pensabile che vengano calpestati e umiliati i diritti di tutti, in particolare degli arabi», afferma.

Il richiamo sui diritti in Cisgiordania

Per Zuppi, la priorità resta evitare che la violenza cancelli ogni possibilità di convivenza. La Cei intende proseguire nell’assistenza alla popolazione e valutare nuovi interventi insieme al Patriarcato latino di Gerusalemme, tenendo conto delle condizioni sul terreno. Il cardinale non entra nel merito delle singole operazioni militari, ma lega la posizione della Chiesa a un principio più generale: i diritti non possono essere subordinati alla forza.

Le sue parole arrivano mentre dalla Cisgiordania continuano ad arrivare notizie di scontri e violenze. Negli ultimi giorni la situazione nel villaggio palestinese di Qusra, a sud di Nablus, ha attirato anche la condanna statunitense dopo l’accerchiamento di alcune abitazioni palestinesi da parte di coloni israeliani. Il 21 agosto un ragazzo palestinese di 17 anni è stato ucciso da coloni vicino a Hebron, mentre il 23 agosto un quattordicenne palestinese è morto durante un raid israeliano nell’area di Nablus. Nelle stesse ore è stato riferito anche il ferimento di un israeliano in un accoltellamento.

Il quadro resta oggetto di letture contrapposte. Le autorità israeliane richiamano esigenze di sicurezza e contestano la qualificazione internazionale degli insediamenti, mentre gran parte della comunità internazionale considera illegali le colonie nei territori occupati. Parallelamente sono aumentate le denunce per le aggressioni compiute da gruppi di coloni contro comunità palestinesi.

L’eredità delle parole di Leone XIV

L’intervento di Zuppi si lega direttamente al messaggio portato appena ventiquattr’ore prima da Papa Leone XIV alla Fiera di Rimini, dove circa 60 mila persone hanno partecipato alla giornata dedicata al Pontefice. Il Papa aveva invitato a contrastare la logica della contrapposizione, del riarmo e dei blocchi chiusi, richiamando la responsabilità dei cristiani davanti alle fratture del mondo contemporaneo.

Nell’omelia della domenica il presidente della Cei riprende quell’impostazione. Il rischio, osserva, è cercare sicurezza rinchiudendosi in una «enclave», trasformando la propria comunità in uno spazio impermeabile agli altri. Il Meeting, nella sua lettura, dovrebbe rappresentare l’opposto: un luogo dal quale uscire per incontrare la realtà, non una protezione dalla realtà stessa.

Da qui l’invito a «combattere l’inimicizia con l’amicizia», dentro una stagione che Zuppi descrive segnata dalla «babele dell’io» e da una cultura della potenza capace di alimentare nuove guerre. La risposta cristiana, insiste, non può essere quella della chiusura, ma quella di una fraternità capace di diventare concreta.

Migranti, «prima dei confini vengono le persone»

È sul tema dell’immigrazione che Zuppi porta il ragionamento direttamente sul terreno politico. Il presidente della Cei denuncia quella che definisce una «stupida e volgare polarizzazione»: da un lato chi descrive ogni salvataggio come un’apertura indiscriminata delle frontiere, dall’altro una discussione pubblica che rischia di perdere di vista la tutela della vita umana.

«Salvare tutti non significa che entrino tutti», chiarisce il cardinale. Il primo obbligo, nella sua impostazione, riguarda chi si trova in pericolo. Solo dopo vengono le decisioni sull’accoglienza, sulla permanenza, sulla regolarizzazione o sui rimpatri. «Prima dei confini vengono le persone», ribadisce, chiedendo che legalità e politiche migratorie non siano contrapposte al dovere di soccorso.

Il riferimento è anche alle morti lungo le rotte del Mediterraneo. Nei giorni scorsi la nave Life Support di Emergency ha soccorso decine di persone nella zona Sar libica e recuperato sette vittime. Il 20 agosto sono sbarcate a Bari 48 persone, tra cui 32 minori non accompagnati, insieme alle salme. Due naufraghi in condizioni critiche erano già stati evacuati.

Per Zuppi, tuttavia, la questione non può essere risolta dai singoli Stati. Occorre «un’Europa solidale e unita» e un sistema capace di tenere insieme salvataggio, canali regolari, gestione dei flussi e contrasto alle reti illegali. Il cardinale lega il tema anche alla prospettiva demografica: il futuro dell’Europa, sostiene, non dipende soltanto dall’aumento delle nascite, ma anche dalla capacità di organizzare l’accoglienza senza trasformarla in uno scontro ideologico permanente.

La missione di pace torna a guardare Mosca

Dal Meeting di Rimini arriva infine una conferma sul dossier che negli ultimi anni ha visto Zuppi impegnato personalmente nella diplomazia vaticana: la guerra tra Russia e Ucraina. Il cardinale conta di tornare a Mosca «entro settembre», proseguendo il percorso avviato per conto della Santa Sede.

Prima di lui sarà nella capitale russa monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. La missione è fissata dal 24 al 28 agosto e prevede colloqui con le autorità russe, rappresentanti del Patriarcato di Mosca e la comunità cattolica locale. Si tratta di un passaggio diplomatico che precede il possibile nuovo viaggio del presidente della Cei.

«La missione è molto importante», ha detto Zuppi, spiegando di accompagnarla con la preghiera e confermando la propria intenzione di recarsi successivamente in Russia. Il Vaticano prova così a mantenere aperto uno spazio di dialogo mentre i tentativi internazionali di costruire una tregua restano fragili e i combattimenti continuano.

Cisgiordania, Mediterraneo e Ucraina diventano così, nelle parole del presidente dei vescovi italiani, tre fronti diversi dello stesso richiamo: contrastare una politica fondata soltanto sulla forza e ricostruire strumenti di convivenza prima che le divisioni diventino irreversibili.