Dieci anni separano la notte del terremoto dalla grande operazione di memoria che il Meeting di Rimini dedica al cuore ferito dell’Appennino centrale. Si intitola “L’abisso e la carezza. Visioni del cuore d’Italia ferito dal terremoto e della sua rinascita (2016-2026)” la mostra allestita nell’edizione 2026 della manifestazione, aperta dal 21 al 26 agosto e curata dal poeta e drammaturgo Davide Rondoni. Fotografie, video, testi e testimonianze costruiscono un percorso che parte dalle macerie e arriva alla ricostruzione, senza cancellare il dolore che ha segnato intere comunità.
Dall’abisso del 2016 alla ricostruzione
La sequenza sismica iniziò alle 3.36 del 24 agosto 2016. Il terremoto colpì duramente Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, per poi estendersi nei mesi successivi tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Le vittime furono 299. Il cratere comprende oggi 138 Comuni su circa ottomila chilometri quadrati, un territorio montano nel quale il sisma non distrusse soltanto case, chiese ed edifici pubblici, ma mise in discussione la permanenza stessa delle comunità nei propri luoghi.
È questo il significato del titolo scelto per la mostra. L’abisso è quello aperto dal terremoto, fatto di lutti, paesi svuotati e vite interrotte. La carezza è invece la risposta arrivata negli anni attraverso i soccorsi, il volontariato, il lavoro dei tecnici, la solidarietà, il recupero del patrimonio artistico e la ricostruzione materiale. Il progetto, promosso dal Commissario straordinario per la ricostruzione Sisma 2016, guidato da Guido Castelli, e dalla Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, vuole raccontare proprio questa doppia dimensione.
Non una celebrazione del risultato raggiunto, dunque, ma la fotografia di un processo ancora aperto. Secondo i dati della struttura commissariale aggiornati al 31 maggio 2026, le domande di contributo per la ricostruzione privata hanno superato quota 36 mila, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. Quasi 15 mila cantieri risultano conclusi e oltre ottomila sono ancora in corso. Dal 2022 sono tornati nelle proprie abitazioni 5.452 nuclei familiari, mentre quelli ancora assistiti sono scesi a 8.759.
Ricostruire significa riportare le persone nei paesi
Il punto centrale della mostra è che la ricostruzione non può essere misurata soltanto attraverso i metri quadrati recuperati o il numero dei cantieri chiusi. Riportare in piedi un edificio serve poco se attorno non torna una comunità. Per questo il percorso di Rimini mette insieme opere pubbliche, abitazioni, attività economiche, scuole e luoghi di culto, mostrando come ogni intervento contribuisca a restituire identità ai territori.
Particolarmente delicato è il capitolo dedicato al patrimonio religioso. Sono 2.456 gli edifici di culto danneggiati dal sisma. Per 1.276 sono stati programmati interventi, con investimenti superiori ai 750 milioni di euro. Chiese, abbazie e santuari nei piccoli centri dell’Appennino non rappresentano soltanto beni storico-artistici: spesso sono il luogo attorno al quale si è costruita per secoli la vita sociale di un paese.
Tra i simboli più evidenti della rinascita c’è la Basilica di San Benedetto a Norcia, ricostruita dopo il crollo provocato dalle scosse del 2016. La ricomposizione delle pietre, il recupero degli elementi decorativi e il restauro dell’edificio sono diventati uno degli esempi più riconoscibili del lungo lavoro compiuto sul patrimonio culturale dell’area colpita.
“Le pietre della rinascita”
Nel corso della presentazione al Meeting di Rimini è stato illustrato anche il volume “Le pietre della rinascita”, edito dal Poligrafico e Zecca dello Stato. Il libro raccoglie otto storie di recupero artistico e spirituale di altrettanti luoghi simbolo delle comunità terremotate.
L’introduzione porta la firma della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che definisce la ricostruzione ancora incompiuta ma rivendica l’accelerazione impressa negli ultimi anni. Per la premier il cratere del sisma rappresenta oggi uno dei più grandi cantieri d’Europa, nel quale non vengono ricostruiti soltanto edifici, ma la possibilità stessa di vivere e lavorare nell’Appennino.
Alla presentazione hanno partecipato, oltre al commissario Guido Castelli e a Davide Rondoni, il presidente dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato Pietro Di Paolantonio, la sottosegretaria all’Economia Lucia Albano e rappresentanti delle istituzioni delle Regioni coinvolte dal terremoto.
Il decennale e il ritorno ad Amatrice
La mostra cade alla vigilia del giorno simbolo del decennale. Domani Giorgia Meloni è attesa ad Amatrice alle 16.30 per la cerimonia ufficiale di commemorazione delle vittime. Sarà uno dei momenti centrali delle iniziative organizzate dieci anni dopo la scossa che devastò il Centro Italia e provocò 239 morti nella sola Amatrice.
A dieci anni di distanza, il nodo resta quello indicato dalla stessa mostra: trasformare la ricostruzione materiale in una rinascita capace di durare. Il rischio dello spopolamento, la tenuta delle attività economiche, i servizi e la possibilità per i giovani di restare sono ormai parte integrante della sfida. Ricostruire le pietre è stato ed è indispensabile. Il passaggio successivo è fare in modo che dietro quelle porte tornino stabilmente le persone.
“L’abisso e la carezza” racconta proprio questa distanza, ancora da colmare, tra il trauma e il futuro. La memoria delle macerie rimane, ma accanto ad essa oggi ci sono case restituite, chiese riaperte, cantieri e famiglie rientrate. Dieci anni dopo il sisma, il racconto dell’Appennino centrale non è più soltanto quello di ciò che è andato perduto, ma anche di ciò che lentamente è stato rimesso insieme.