Napoli

Per l’Enciclopedia Treccani, un fatto è "ciò che ha consistenza vera e reale, in opposizione a ciò che non è concreto, tangibile, sicuro". Sembra una definizione elementare. Non lo è affatto. Soprattutto in un tempo nel quale opinioni, suggestioni e convinzioni personali acquistano, per il solo fatto di essere ripetute abbastanza, la dignità abusiva della prova.

Aldo Grasso, intervenendo sul Corriere della Sera nella vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, ha posto una questione che va molto oltre Report, il suo conduttore e persino il giornalismo: la credibilità. Non quella stabilita da una sentenza - Ranucci resta, allo stato dei fatti, vittima dell’attentato - ma quella che nasce dal metodo con cui si cerca e si racconta la verità. Ed è qui che giornalismo e medicina, apparentemente così lontani, finiscono sorprendentemente per assomigliarsi.

Un medico raccoglie una storia, interroga una fonte - il paziente -, osserva segni, cerca prove, confronta dati, formula ipotesi e tenta di confutarle. Solo dopo arriva a una diagnosi. O dovrebbe arrivarci. Perché il più grave errore metodologico consiste nell’innamorarsi della propria diagnosi prima ancora di averla dimostrata, selezionando poi soltanto gli elementi capaci di confermarla. È il confirmation bias, uno dei più insidiosi errori cognitivi della medicina. Ma basta sostituire alla parola "diagnosi" la parola "inchiesta" per entrare immediatamente in una redazione giornalistica.

Anche il giornalista raccoglie storie, interroga fonti, osserva documenti, incrocia testimonianze, formula ipotesi. E anche lui dovrebbe cercare con identico accanimento tanto ciò che conferma la propria tesi quanto ciò che potrebbe demolirla. Perché una tesi che precede i fatti non è più un’indagine: è una conclusione alla ricerca delle proprie prove. È questo il punto più interessante della riflessione di Grasso. Non stabilire oggi chi abbia ragione o torto nella vicenda Ranucci-Lavitola - compito che appartiene ad altri - ma ricordare che esiste un patrimonio professionale che precede persino il giudizio penale: la fiducia nel metodo.

In medicina il fatto è la malattia, o meglio l’insieme dei segni attraverso i quali essa si manifesta; il percorso diagnostico e terapeutico che cerca di venirne a capo appartiene invece all’epistème, una conoscenza che aspira a essere rigorosa perché fondata su ragione, esperienza e prove. Nessuno dovrebbe alterare questa purezza, pena l’accecamento dell’unico occhio capace di vedere davvero chi abbiamo davanti. E soprattutto nessuno dovrebbe anteporre sé stesso all’osservato.

Vale per il medico e vale per il giornalista. Il paziente non serve a dimostrare quanto sia bravo il medico; il fatto non serve a dimostrare quanto sia brillante il giornalista. Entrambi dovrebbero fare un passo indietro perché possa avanzare ciò che stanno cercando. Karl Popper ci ha insegnato qualcosa di ancora più scomodo: una teoria scientifica non è forte perché accumula conferme, ma perché accetta di esporsi alla possibilità di essere smentita.

È una lezione di metodo, ma anche di umiltà. Significa entrare nella ricerca della verità disposti a uscirne diversi da come vi siamo entrati. Il processo cognitivo che conduce a una conclusione somiglia allora alla potatura di un albero troppo fitto: bisogna tagliare rami, eliminare ciò che inganna, rinunciare perfino a qualche frutto apparentemente perfetto. E per farlo occorre la ragione, che conosce strade obbligate e mal sopporta le scorciatoie. Soprattutto quando soffiano i venti impetuosi della passione, dell’ideologia o del protagonismo. Per questo la credibilità non coincide con l’infallibilità.

Un medico può sbagliare una diagnosi e un giornalista un’inchiesta. Ciò che nessuno dei due può permettersi è manipolare il percorso che conduce alla conclusione, nascondere ciò che la contraddice o confondere un’ipotesi con una prova. La verità, in medicina come nel giornalismo, non ha bisogno di protagonisti. Ha bisogno di ricercatori. Donne e uomini capaci di amare i fatti più delle proprie convinzioni e disposti, quando i fatti lo impongono, a rinunciare persino alla soddisfazione di avere ragione. Perché il contrario della verità non è soltanto la menzogna. A volte è una verità decisa troppo presto.