Un processo per tre omicidi, ma anche un caso che negli Stati Uniti sta diventando terreno di confronto sulla salute mentale delle madri dopo il parto. Davanti alla giuria della Plymouth Superior Court, in Massachusetts, si avvia verso la conclusione il procedimento contro Lindsay Clancy, l’ex infermiera accusata di avere ucciso nel gennaio 2023 i suoi tre figli, Cora, cinque anni, Dawson, tre, e Callan, otto mesi.
Su un punto accusa e difesa non discutono: fu Clancy a uccidere i bambini. Il nodo che i giurati dovranno sciogliere riguarda invece la sua responsabilità penale. L’avvocato Kevin Reddington sostiene che la donna fosse in una condizione di grave psicosi post-partum e non fosse quindi in grado di comprendere pienamente la natura e l’illiceità delle proprie azioni. La procura sostiene il contrario e presenta il delitto come il risultato di comportamenti lucidi e deliberati.
Il processo entra nella fase decisiva
La difesa ha concluso la presentazione dei propri testimoni venerdì 21 agosto. In aula sono intervenuti specialisti, familiari e persone che avevano avuto rapporti con Clancy nei mesi precedenti alla tragedia. Tra loro il neuropsichiatra forense Phillip Resnick, che ha sostenuto che la donna soffrisse di psicosi post-partum e di disturbo bipolare e che fosse condizionata da allucinazioni imperative.
La procura ha contestato questa ricostruzione attraverso i propri esperti. Il dottor Avram Mack, chiamato come testimone di confutazione, ha riconosciuto un quadro depressivo ma ha escluso, sulla base della propria valutazione, che vi fossero elementi sufficienti per concludere che la donna fosse psicotica o incapace di controllare le proprie azioni al momento degli omicidi. Le arringhe finali sono attese all’inizio della settimana, prima che la giuria si ritiri per decidere.
Se venisse riconosciuta colpevole di omicidio di primo grado, Clancy rischierebbe l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Un verdetto di non responsabilità penale per infermità mentale non significherebbe invece il ritorno in libertà: comporterebbe il ricovero in una struttura psichiatrica statale.
Le richieste di aiuto prima della tragedia
Il cuore della strategia difensiva è nella storia clinica della donna. Nei mesi precedenti al 24 gennaio 2023, Lindsay Clancy aveva avuto contatti con diversi professionisti della salute mentale, era stata ricoverata e aveva assunto numerosi farmaci prescritti per depressione, ansia e insonnia.
Durante il processo la madre e la sorella hanno descritto un progressivo deterioramento delle sue condizioni, con paura, insonnia, pensieri suicidari e timori di poter fare del male ai figli. I familiari hanno raccontato di una donna molto diversa da quella che avevano conosciuto prima della nascita del terzo bambino.
L’accusa ha però fatto emergere un altro quadro. Alcuni medici che avevano seguito Clancy hanno riferito di non avere osservato sintomi psicotici durante le visite. I pubblici ministeri hanno inoltre richiamato comportamenti e attività compiuti dalla donna il giorno degli omicidi, sostenendo che dimostrerebbero capacità di organizzazione e consapevolezza.
È proprio su questa frattura che si gioca il verdetto: malattia mentale grave fino alla perdita della responsabilità penale, oppure depressione e sofferenza psichica compatibili con la capacità di comprendere ciò che stava accadendo.
Le donne in rosa davanti al tribunale
Intorno al processo è nato anche un fenomeno pubblico. Il 20 agosto centinaia di persone, soprattutto donne vestite di rosa, si sono radunate davanti al tribunale di Plymouth. Alcune indossavano magliette con messaggi di sostegno a Clancy e chiedevano maggiore attenzione verso i disturbi psichiatrici legati alla gravidanza e al periodo successivo al parto.
La mobilitazione non modifica naturalmente il tema della responsabilità per la morte dei tre bambini, che resta nelle mani della giuria. Ma ha trasformato il procedimento in un caso nazionale sulla capacità del sistema sanitario di riconoscere tempestivamente le forme più gravi di sofferenza mentale materna.
La psicosi post-partum è molto più rara della depressione post-partum. Le stime citate dagli specialisti indicano circa uno o due casi ogni mille parti. Può comprendere deliri, allucinazioni, paranoia, grave disorganizzazione del pensiero e repentini cambiamenti dell’umore e viene considerata un’emergenza psichiatrica che necessita di un intervento rapido.
Le cause civili contro i medici
Al processo penale si affianca un altro fronte. Nel gennaio scorso Patrick Clancy, ex marito di Lindsay e padre dei bambini, ha presentato una causa civile contro alcuni professionisti e strutture sanitarie che avevano seguito la donna, sostenendo che errori e negligenze nel trattamento avrebbero contribuito alla tragedia.
Anche Lindsay Clancy ha avviato separatamente un’azione per malpractice medica, sostenendo di essere stata sottoposta a una gestione farmacologica inadeguata e di non avere ricevuto una diagnosi corretta. Si tratta di accuse ancora da valutare in sede civile e che non equivalgono a responsabilità già accertate.
Il precedente di Andrea Yates
Il caso riporta inevitabilmente alla memoria quello di Andrea Yates, la madre texana che nel 2001 uccise i suoi cinque figli. Condannata inizialmente all’ergastolo, vide annullata la prima sentenza e nel nuovo processo del 2006 fu dichiarata non colpevole per infermità mentale e ricoverata in una struttura psichiatrica.
Il collegamento non è soltanto mediatico. Phillip Resnick, oggi testimone della difesa Clancy, partecipò anche al procedimento Yates. Quel precedente viene richiamato nel dibattito americano perché mostrò quanto possa essere difficile, in casi estremi, stabilire il confine giuridico tra malattia, volontà e responsabilità.
La decisione sulla sorte di Lindsay Clancy spetta ora ai giurati. Qualunque sia il verdetto, il processo ha già portato fuori dall’aula una questione più ampia: quanto rapidamente un sistema sanitario riesca a riconoscere una crisi psichiatrica dopo il parto e quanto sia difficile distinguere, davanti a una tragedia irreversibile, la spiegazione clinica dalla responsabilità prevista dalla legge.