Dopo mesi di pressione militare e finanziaria, gli Stati Uniti provano ad alzare ancora il costo dell'isolamento per l'Iran. La nuova fase si chiama Operation Economic Outcast ed è stata annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent con un obiettivo che sposta il baricentro della strategia americana: non colpire soltanto Teheran, già sottoposta a un vastissimo sistema di sanzioni, ma mettere sotto pressione chi continua a fare affari con la Repubblica islamica.

La prima tornata di misure ha interessato quasi sessanta tra individui, società e navi legati, secondo Washington, alle attività petrolifere, nucleari, missilistiche e informatiche iraniane. Il messaggio rivolto agli altri Paesi è però ancora più importante delle nuove designazioni: continuare ad aiutare l'Iran a commerciare e a muovere capitali può comportare l'esclusione dal sistema finanziario americano. Bessent ha annunciato ulteriori interventi nelle prossime settimane.

Il passo che Washington non ha ancora compiuto

La vera novità, per ora, sta soprattutto nella minaccia. L'amministrazione Trump non ha infatti applicato immediatamente le misure più dure contro i maggiori partner economici iraniani. Cina, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Iraq restano al centro dell'attenzione americana, ma Washington ha evitato di costringere fin da subito le loro principali istituzioni finanziarie a scegliere tra i rapporti con l'Iran e l'accesso al dollaro.

È una prudenza significativa. Le sanzioni secondarie diventano realmente devastanti quando non si limitano a bloccare una società iraniana, ma minacciano direttamente banche, compagnie e governi di Paesi terzi. Il loro effetto deriva dalla centralità della finanza americana: per molte imprese internazionali perdere l'accesso al mercato statunitense sarebbe molto più costoso che rinunciare agli affari con Teheran.

Bessent ha lasciato intendere che quella possibilità resta sul tavolo. Allo stesso tempo ha riconosciuto di avere evitato, almeno in questa fase, misure contro le grandi banche cinesi che avrebbero potuto provocare ripercussioni molto più ampie sul sistema finanziario internazionale.

La Cina resta il bersaglio decisivo

È proprio Pechino il punto nel quale la strategia americana sarà messa alla prova. La Cina è da anni il principale acquirente del petrolio iraniano e costituisce uno degli sbocchi essenziali attraverso cui la Repubblica islamica riesce ancora a procurarsi valuta.

I flussi si sono già ridotti. Le spedizioni iraniane verso la Cina sono scese a circa 534 mila barili al giorno in agosto, dagli 823 mila di luglio, dopo avere raggiunto 1,58 milioni di barili al giorno all'inizio dell'anno. Il commercio, tuttavia, non si è fermato. A mantenerlo vivo sono soprattutto raffinerie indipendenti cinesi e reti di intermediari che utilizzano triangolazioni, cambi di documentazione e pagamenti fuori dai circuiti tradizionali.

Washington ha già colpito singole società cinesi coinvolte negli acquisti di greggio iraniano. Un conto, però, è sanzionare operatori relativamente periferici. Altro sarebbe intervenire contro grandi banche o gruppi strategici di Pechino. In quel caso la campagna contro Teheran rischierebbe di diventare una nuova crisi economica tra Stati Uniti e Cina.

Ed è questo l'interrogativo lasciato aperto dall'annuncio di Bessent: fino a dove è davvero disposto a spingersi Donald Trump per soffocare le entrate iraniane?

Un Paese già schiacciato dalla crisi

La nuova pressione arriva su un'economia che ha ormai pochissimi margini. Anni di sanzioni, isolamento finanziario, svalutazione, guerra e difficoltà nelle esportazioni energetiche hanno prodotto una crisi che incide direttamente sulla vita quotidiana degli iraniani.

Fabbriche costrette a rallentare o a fermarsi per la difficoltà di ottenere materie prime, farmacie che razionano alcune medicine, salari che perdono valore nel giro di poche settimane e famiglie costrette a comprare a credito sono diventati elementi ricorrenti del paesaggio economico iraniano.

Alla crisi valutaria si sono aggiunte le difficoltà energetiche. Il Paese, pur essendo uno dei maggiori produttori mondiali di greggio, soffre carenze di carburante anche per i danni subiti dalla capacità di raffinazione e per le restrizioni alle importazioni. A Teheran sono comparse code ai distributori e forme di razionamento, mentre l'inflazione continua a erodere rapidamente il potere d'acquisto.

La scommessa americana parte dunque da un dato difficilmente contestabile: l'economia dell'Iran è estremamente vulnerabile. Più incerto è ciò che accadrà quando quella vulnerabilità verrà spinta ancora più vicino al limite.

Le sanzioni hanno già piegato l'Iran, ma non sempre il regime

Da oltre quarant'anni la Repubblica islamica convive con differenti forme di pressione economica occidentale. L'effetto sulla crescita, sugli investimenti e sul benessere della popolazione è stato enorme. Molto meno lineare è stato l'effetto sulle decisioni politiche della leadership.

Nel 2015 la combinazione fra sanzioni e isolamento contribuì a portare Teheran al tavolo dell'accordo sul nucleare. Ma in molte altre fasi la stessa pressione ha provocato impoverimento e proteste senza determinare un cambiamento sostanziale nelle priorità strategiche del sistema.

La ragione va cercata anche nella natura della Repubblica islamica. Fin dalla rivoluzione del 1979, l'ideologia religiosa e la sopravvivenza del regime hanno avuto un peso superiore alla crescita economica. È una gerarchia di priorità che consente alla leadership di accettare costi per la popolazione che sarebbero politicamente difficili da sostenere per molti altri governi.

Oggi quella capacità di resistenza è però nuovamente sotto esame. Le proteste esplose nei mesi scorsi hanno avuto una forte componente economica e, all'interno dello stesso apparato iraniano, esiste una corrente favorevole a un'intesa capace di allentare la pressione occidentale.

Teheran minaccia di rispondere

L'altra parte del potere continua invece a sostenere che sia possibile resistere fino a quando saranno gli Stati Uniti a considerare troppo alto il prezzo dello scontro.

La risposta all'Operation Economic Outcast si inserisce in questa linea. Il ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha assicurato che Teheran è pronta ad affrontare la nuova offensiva e ha evocato possibili contromisure. Dal fronte militare sono arrivati avvertimenti ancora più espliciti contro gli interessi americani nel caso in cui la pressione contro l'Iran aumenti ulteriormente.

È qui che la strategia di Trump incontra il suo rischio maggiore. Una nuova stretta economica potrebbe convincere una parte della leadership iraniana che l'unica via d'uscita sia il negoziato. Ma potrebbe produrre l'effetto opposto e spingere l'ala più dura verso una nuova escalation militare contro gli Stati Uniti o contro i loro alleati nella regione.

La partita resta quindi sospesa tra due forme di pressione. Washington cerca di trasformare la fragilità dell'economia iraniana in leva negoziale. Teheran tenta di dimostrare di poter rendere altrettanto costosa, sul piano politico, militare ed energetico, la strategia americana.

Per capire se l'Operation Economic Outcast sarà davvero una svolta bisognerà guardare soprattutto a Pechino. Finché Washington eviterà di colpire il cuore finanziario degli scambi tra Cina e Iran, la nuova offensiva resterà potente sul piano dell'avvertimento ma più limitata su quello operativo.