Le immagini risalgono al 7 ottobre 2022, ma quattro anni dopo hanno acquistato un peso giudiziario nuovo. Cinquantatré bambini ucraini, il più piccolo di appena nove mesi e i più grandi di cinque anni, vengono portati fuori dai territori occupati del Donetsk, trasferiti in Russia e infine sistemati in strutture della regione di Mosca. Oggi quella sequenza, insieme a ordini, documenti amministrativi e registrazioni del viaggio, è entrata nell’inchiesta con cui la Procura generale dell’Ucraina punta a ricostruire responsabilità personali nella deportazione dei minori.

Per quattro funzionari dell’amministrazione d’occupazione sono state formalizzate in contumacia notifiche di sospetto per violazione delle leggi e degli usi di guerra. Sono Dmytro Hartsev, all’epoca ministro della Sanità della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, Svitlana Maiboroda, responsabile del servizio per la famiglia e l’infanzia, e i dirigenti di istituti per minori Viacheslav Vysiahin e Viktor Honcharov. Secondo gli investigatori ucraini, non si trattò di una decisione improvvisata durante un’emergenza, ma di un trasferimento preparato attraverso ordini, scambio di fascicoli personali e accordi con strutture russe.

Il viaggio verso la Russia

La ricostruzione parte da tre istituti per l’infanzia di Donetsk e Makiivka. Il 7 ottobre 2022 i bambini furono radunati e caricati su due autobus diretti a Rostov sul Don. Da lì il gruppo proseguì in aereo verso la regione di Mosca.

Un dettaglio rende il trasferimento particolarmente rilevante per l’inchiesta. L’aeromobile era un Tupolev Tu-154M, matricola RA-85843, in uso allo Special Flight Detachment “Rossiya”, la struttura di volo che fa capo all’amministrazione presidenziale russa. La destinazione era Chkalovsky, aeroporto militare nell’area di Mosca. Anche il rapporto dello Yale Humanitarian Research Lab ha ricostruito l’impiego dello stesso velivolo nel trasferimento di bambini ucraini verso la Russia nell’autunno del 2022.

Non è quindi soltanto il numero delle vittime a interessare gli investigatori. È la macchina organizzativa che emerge dietro il viaggio: decisioni amministrative nei territori occupati, trasporto terrestre, utilizzo di un aereo governativo e successiva presa in carico da parte di istituzioni pubbliche russe.

I documenti, la cittadinanza e le famiglie russe

Dopo l’arrivo, i 53 minori furono distribuiti in tre centri sociali della regione di Mosca, a Balashikha, Yegoryevsk e Ruza. Secondo l’inchiesta ucraina, le autorità russe avviarono poi le procedure previste dalla propria legislazione: registrazione dei bambini nelle banche dati federali, attribuzione della cittadinanza e inserimento dei loro profili nei circuiti destinati all’affidamento e all’adozione.

Almeno 28 di quei bambini, sostengono gli investigatori, sono stati successivamente affidati a famiglie russe. Nessuno dei 53 risulta essere tornato in Ucraina. È questo passaggio a trasformare, nell’impianto accusatorio di Kiev, il trasferimento fisico in qualcosa di più duraturo: la progressiva sostituzione dei legami giuridici, culturali e familiari con l’Ucraina.

Il livello politico dell’operazione

Nelle immagini diffuse all’epoca compare anche Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale russa per i diritti dell’infanzia e una delle figure centrali dell’intero sistema di trasferimento dei minori ucraini. Il suo nome è legato direttamente a Vladimir Putin anche sul piano giudiziario internazionale.

Il 17 marzo 2023 la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti del presidente russo e di Lvova-Belova, ritenendo esistenti ragionevoli motivi per attribuire loro responsabilità nel presunto crimine di guerra della deportazione e del trasferimento illegale di bambini dalle zone occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa. Non si tratta di una condanna, ma di un procedimento ancora aperto davanti alla Corte.

La versione di Mosca e l’accusa di Kiev

Mosca ha sempre respinto l’accusa di avere organizzato rapimenti di minori, presentando i trasferimenti come operazioni umanitarie destinate a mettere i bambini al sicuro dalle zone di guerra. Lvova-Belova ha sostenuto pubblicamente che i minori sarebbero stati trasferiti con genitori o tutori oppure accolti quando privi di assistenza, negando la separazione sistematica dalle famiglie.

La tesi degli investigatori ucraini è opposta. Nel caso dei 53 bambini, sostengono che la documentazione dimostri una catena pianificata di atti, dall’ordine di trasferimento fino alla consegna dei fascicoli personali e all’inserimento dei minori nel sistema russo. La nuova inchiesta concentra così l’attenzione non soltanto sulle responsabilità politiche più alte, già al centro dell’azione della Corte penale internazionale, ma anche sugli amministratori che avrebbero reso materialmente possibile ogni passaggio.

Un fenomeno molto più vasto

Il caso dei 53 bambini rappresenta una frazione di un dossier enormemente più ampio. Il portale ucraino Children of War, sulla base dei dati di Bring Kids Back UA, indicava al 23 agosto 2026 20.610 casi confermati di bambini deportati o trasferiti forzatamente e 2.495 rientri. La cifra reale resta difficile da stabilire, perché una parte dei territori è ancora sotto occupazione e l’identificazione dei minori può richiedere anni.

Anche l’Unione europea definisce sistematiche le deportazioni, i trasferimenti forzati, l’assimilazione e l’inserimento di minori ucraini in famiglie o istituzioni russe. Nel maggio 2026 il Consiglio ha adottato nuove sanzioni contro persone ed enti ritenuti coinvolti nel programma e ha ribadito la richiesta di restituzione immediata dei bambini.

Quattro anni dopo quel volo verso Mosca, dunque, le immagini non costituiscono più soltanto la testimonianza di ciò che accadde. Per gli investigatori sono diventate un elemento di una catena probatoria fatta di nomi, ordini, date, mezzi di trasporto e destinazioni. E per i 53 bambini resta il dato più duro: secondo la Procura ucraina, nessuno di loro è ancora rientrato nel proprio Paese.