Due fratelli iraniani, Hamid Najafi e Saeed Najafi, sono stati giustiziati dopo essere stati condannati per una serie di rapine a mano armata. A dare notizia dell'esecuzione è stata la magistratura della Repubblica islamica, secondo quanto riportato dall'agenzia ufficiale Irna.
Le autorità iraniane indicano i due uomini come membri di primo piano di una banda responsabile di decine di colpi compiuti in diverse città del Paese. Tra i centri citati figurano Teheran, Karaj, Mashhad e Qom.
Secondo la ricostruzione diffusa dalla magistratura, durante la loro attività criminale i due avrebbero anche aperto il fuoco contro le forze dell'ordine e minacciato persone che avevano denunciato le rapine.
Le accuse e la condanna a morte
I fratelli erano stati condannati per moharebeh, espressione del diritto iraniano traducibile come «guerra contro Dio», e per «corruzione sulla terra». Si tratta di fattispecie previste dall'ordinamento della Repubblica islamica che, in determinate circostanze, possono comportare la pena capitale.
Organizzazioni indipendenti per i diritti umani avevano già riferito dell'esecuzione dei due fratelli, collocandola nel carcere di Ghezel Hesar, a Karaj. Secondo queste fonti, i due erano stati arrestati circa due anni fa e successivamente processati da un tribunale rivoluzionario.
Le informazioni disponibili sulla data presentano tuttavia una discrepanza. Le fonti indipendenti indicano che l'esecuzione sarebbe avvenuta all'alba di martedì 25 agosto, mentre la comunicazione attribuita alla magistratura iraniana e rilanciata oggi parla della messa a morte avvenuta «questa mattina».
La pena capitale in Iran
Il caso riporta l'attenzione sull'ampio ricorso alla pena di morte in Iran. Le esecuzioni non riguardano soltanto omicidi, ma anche reati legati al traffico di stupefacenti, rapine armate e fattispecie come il moharebeh.
Proprio questa accusa è stata più volte al centro delle critiche delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, soprattutto nei procedimenti nei quali viene applicata in relazione a reati politici, proteste o contestazioni contro le autorità.
Nel caso dei fratelli Najafi, invece, la magistratura iraniana collega le condanne a una lunga serie di rapine armate e agli episodi di violenza attribuiti alla banda.
Il nodo delle garanzie giudiziarie
Le organizzazioni che monitorano l'applicazione della pena capitale in Iran denunciano da anni problemi relativi alle garanzie processuali e alla trasparenza dei procedimenti. Le autorità iraniane sostengono invece che le condanne vengano applicate secondo il codice penale e dopo il previsto iter giudiziario.
L'esecuzione di Hamid e Saeed Najafi si inserisce così nel più ampio e controverso quadro della pena capitale nella Repubblica islamica, uno dei temi sui quali resta più forte la distanza tra Teheran e le organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei diritti umani.