Calitri

Ci sono festival che si montano e si smontano, lasciando dietro di sé un palco vuoto. E ce ne sono altri che, anno dopo anno, finiscono per confondersi con il luogo che li ospita. Lo Sponz Fest appartiene alla seconda specie. Dal 2013 Vinicio Capossela torna in Alta Irpinia, nella terra da cui proviene la sua famiglia, e ogni volta prova a guardarla da un’angolazione diversa. Non come semplice scenario, ma come materia del racconto.

La quattordicesima edizione comincia oggi e proseguirà fino a domenica a Calitri. Si chiama Sponz Im-Bosck e mette al centro il bosco, inteso non soltanto come ambiente naturale ma come spazio di convivenza, rifugio, biodiversità e memoria. Cinque giorni tra il borgo storico e l’area naturale di Montecanto, sulla collina di Gagliano, con concerti, teatro, incontri, lezioni, cammini e attività collettive.

Una festa nata dallo sposalizio

Lo Sponz Fest nacque a Calitri nel 2013 attorno alle ritualità dello sposalizio. Era allora una manifestazione di tre giorni costruita con il coinvolgimento diretto degli abitanti, delle associazioni e delle istituzioni del paese. Già nell’edizione successiva il festival cominciò però ad allargare i propri confini geografici e simbolici.

Nel 2014 il tema diventò il treno. L’edizione, intitolata Mi sono sognato il treno, si sviluppò lungo la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta, allora sospesa, trasformando una ferrovia marginale in un filo capace di tenere insieme paesi e persone. Nel 2015 arrivò Raglio di luna, costruito attorno al cammino, ai muli, ai sentieri e a un rapporto con la terra misurato sulla lentezza. Nel 2016 fu invece la volta di Chi tiene polvere spara, espressione calitrana diventata il punto di partenza per un programma che teneva insieme musica, letteratura, ambiente, gastronomia e trekking.

Fin dall’inizio lo Sponz ha quindi evitato la formula del festival musicale tradizionale. Il concerto è rimasto centrale, ma accanto ad esso sono cresciuti itinerari, performance, conversazioni, rituali inventati e recuperati, feste che continuano fino all’alba. E soprattutto è rimasta costante l’idea che un territorio possa essere attraversato senza essere consumato.

L’Irpinia come centro e non come periferia

È questo il tratto che ha resistito meglio al tempo. Calitri, i paesi della valle dell’Ofanto e le altre comunità dell’Alta Irpinia non diventano per qualche giorno una periferia che ospita un evento arrivato da fuori. È il festival a prendere la forma dei luoghi.

Nel corso delle edizioni sono stati utilizzati stazioni ferroviarie, campi, boschi, grotte, strade e piazze. Si è camminato di notte e all’alba, si sono attraversati paesi spesso segnati dallo spopolamento, si è ragionato sul rapporto tra lavoro agricolo e cultura, sulla memoria del terremoto, sull’emigrazione, sui beni comuni e sulla possibilità di vivere le aree interne senza considerarle un residuo del passato.

Nel 2022, con la decima edizione, il titolo Sponz Coultura condensava proprio questo percorso: coltivare la terra e coltivare idee diventavano parti dello stesso discorso. Il festival aveva ormai superato la dimensione della manifestazione estiva per assumere quella di un laboratorio periodico sulle comunità e sul loro futuro.

Un anno dopo, nel 2023, il decennale confermò una struttura diventata riconoscibile: grandi concerti ma anche una dimensione quasi clandestina, fatta di appuntamenti nei campi, piccoli palchi, notti condivise e un pubblico disposto a seguire il festival fuori dagli spazi convenzionali.

Il bosco come tema del presente

Nel 2026 il punto di osservazione è il bosco. Il titolo Sponz Im-Bosck nasce anche dal dialogo con Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas, opera costruita sulla voce plurale di una comunità. Il festival ne porta una rilettura teatrale già nella giornata inaugurale, affidata ai Teatranti del Sipario insieme al Teatro delle Albe di Ermanna Montanari e Marco Martinelli.

Il riferimento al bosco diventa però anche un modo per interrogare un presente segnato dal riscaldamento climatico, dagli incendi, dalla perdita di biodiversità e dall’abbandono delle aree interne. Quest’anno lo Sponz intreccia il proprio programma con realtà che lavorano sullo spopolamento dell’Appennino, sulla riforestazione e sulla rigenerazione dei territori colpiti da eventi ambientali estremi.

Le cosiddette imboscate portano il pubblico sui sentieri naturalistici. Accanto ai concerti trovano spazio laboratori, incontri, la Libera Università per Ripetenti, iniziative per i bambini e attività che si spostano dal centro storico di Calitri fino a Montecanto. Anche il campeggio all’interno dell’uliveto rafforza l’idea di una permanenza immersiva, non di un semplice passaggio da spettatori.

Da Giovanardi alla musica greca dell’alba

Il programma mantiene quella mescolanza di linguaggi diventata una delle caratteristiche dello Sponz. Nella prima serata è previsto il concerto di Mauro Ermanno Giovanardi, fondatore dei La Crus. Nei giorni successivi arriveranno, tra gli altri, Krano, Pierpaolo Capovilla, Daniela Savoldi, Gabriele Frasca, Luciana Castellina, Stefano Liberti, Carrie Rodriguez, FiloQ e numerosi altri ospiti.

Sabato il festival confluirà nel concertone di Capossela, secondo una consuetudine che negli anni ha trasformato la notte conclusiva in una sorta di festa collettiva e imprevedibile. Con Capovilla e FiloQ arriverà anche Tutti Bodyguard, rilettura di Body Guard, mentre il congedo sarà affidato ancora una volta all’alba.

Alle cinque di domenica, alla Trebbiatrice Volante, saliranno insieme Dimitris Mystakidis e Giorgos Xylouris, due figure della musica greca contemporanea legate rispettivamente alla tradizione rebetika di Salonicco e a quella cretese. Il loro concerto è stato preparato appositamente per questa edizione.

Una terra che continua a generare occasioni

Quattordici edizioni dopo, la continuità dello Sponz Fest si misura soprattutto nella capacità di tornare senza ripetersi. Capossela ha fatto della terra delle origini familiari un appuntamento annuale, ma senza trasformarla in una cartolina identitaria.

L’Irpinia dello Sponz è madre perché conserva lingua, ricordi, forme di socialità e un immaginario che attraversa buona parte del lavoro del musicista. Ma è anche occasione, perché ogni estate diventa il punto da cui allargare lo sguardo verso questioni che riguardano molto più dei singoli paesi: lo spopolamento, l’ambiente, la solidarietà, il lavoro, la guerra, la paura, il rapporto tra comunità e individuo.

È forse qui che si trova il senso più stabile del festival. Non nella somma dei nomi in cartellone, e nemmeno nella nostalgia per un mondo rurale scomparso. Piuttosto nel tentativo di chiedersi ogni anno cosa possa ancora produrre una terra considerata marginale quando qualcuno decide di tornarci, abitarla e metterla in relazione con il resto del mondo.

Lo Sponz continua così a essere un ritorno. Ma un ritorno che non guarda soltanto indietro.