Il Mediterraneo torna a mostrare nello stesso momento le sue due facce più dure. A sud, davanti alle coste della Tunisia, il mare restituisce cadaveri di persone delle quali ancora non si conoscono identità, provenienza e storia. Più a ovest, a Ceuta, la pressione migratoria si è trasformata in una crisi istituzionale che attraversa il governo spagnolo e apre interrogativi su ciò che i servizi di intelligence sapevano prima dell'arrivo di massa di fine luglio.

Sono due episodi distinti, senza un collegamento diretto accertato. Ma appartengono allo stesso scenario mediterraneo, quello delle partenze dal Nord Africa e delle frontiere europee sottoposte a una pressione che cambia forma a seconda della rotta. Da una parte il Mediterraneo centrale, con le traversate verso l'Italia e il rischio permanente dei naufragi. Dall'altra la frontiera terrestre e marittima tra Marocco e Spagna, dove la città autonoma di Ceuta è diventata ancora una volta uno dei punti più sensibili d'Europa.

Corpi alla deriva al largo di Zarzis

Nella giornata di martedì 25 agosto il Centro operativo nazionale della Guardia Costiera italiana ha ricevuto da una nave di un'organizzazione non governativa la segnalazione di tre cadaveri in avanzato stato di decomposizione avvistati a circa 36 miglia nautiche da Zarzis, nel sud-est della Tunisia.

L'area si trova in un tratto di mare nel quale si intersecano le zone di responsabilità per la ricerca e il soccorso di Tunisia e Libia. Nella stessa giornata anche un velivolo utilizzato da un'organizzazione non governativa ha indicato la presenza di un altro corpo, anch'esso in avanzato stato di decomposizione.

Non è stato possibile stabilire se il quarto avvistamento riguardi una vittima diversa dalle tre segnalate inizialmente. Le comunicazioni sono state inoltrate ai centri di coordinamento del soccorso marittimo tunisino, libico e maltese e successivamente rilanciate dalla Guardia Costiera italiana alle autorità competenti per quell'area.

Il ritrovamento arriva in giorni già segnati da altre tragedie lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Nei giorni precedenti, sempre davanti a Zarzis, le autorità tunisine avevano recuperato undici vittime di un naufragio che aveva coinvolto quindici migranti tunisini. Un solo occupante dell'imbarcazione era sopravvissuto e altri tre risultavano dispersi.

Pochi giorni prima, al largo della Libia, la nave Life Support di Emergency aveva soccorso decine di persone trovando a bordo anche sette cadaveri. I superstiti e le salme erano poi stati trasportati a Bari.

Zarzis, il crocevia della rotta centrale

Zarzis non è un punto qualsiasi della costa tunisina. La città si trova nella parte sudorientale del Paese, relativamente vicina alla frontiera libica, e da anni è uno dei luoghi simbolo delle traversate verso l'Europa.

Qui il rapporto con le migrazioni passa attraverso i pescatori che incontrano le imbarcazioni in difficoltà, attraverso i soccorsi e anche attraverso la gestione dei corpi recuperati dal mare. È una frontiera nella quale la cronaca dei vivi si intreccia continuamente con quella dei dispersi.

Le salme avvistate in queste ore raccontano proprio la parte meno visibile dei naufragi. Non sempre un'imbarcazione affondata viene individuata, non sempre esistono testimoni in grado di ricostruire una partenza, non sempre è possibile collegare un corpo ritrovato in mare a una specifica traversata.

È così che il numero delle vittime reali può allontanarsi da quello registrato nelle statistiche ufficiali.

A Ceuta la crisi diventa politica

Dall'altra parte del Mediterraneo occidentale, la questione migratoria ha assunto invece la forma di una resa dei conti dentro il governo di Pedro Sánchez.

Il nodo riguarda quanto accaduto il 30 e 31 luglio a Ceuta, quando decine di migliaia di persone hanno raggiunto la città autonoma spagnola dal vicino Marocco, in gran parte attraverso il mare e le zone di confine. Le dimensioni dell'afflusso hanno messo sotto pressione le strutture di accoglienza e costretto Madrid a rafforzare il dispositivo di sicurezza anche con l'impiego dei militari.

A quasi un mese di distanza, la domanda è diventata politica: il governo era stato avvertito?

La ministra della Difesa Margarita Robles ha difeso l'operato del Centro Nacional de Inteligencia, sostenendo che gli agenti presenti a Ceuta avevano raccolto informazioni nei giorni precedenti e le avevano condivise con le strutture di sicurezza competenti. Il ministro dell'Interno Fernando Grande-Marlaska sostiene invece che non esistesse alcun rapporto capace di prevedere un afflusso delle dimensioni poi effettivamente registrate.

La divergenza non riguarda soltanto una questione formale. Stabilire se sia esistito un avviso e soprattutto quale fosse il suo contenuto significa ricostruire se la macchina dello Stato avrebbe potuto prepararsi in anticipo a una crisi senza precedenti.

Il nodo degli avvertimenti dell'intelligence

La ricostruzione emersa nelle ultime ore rende il quadro più complesso. Il Cni avrebbe rilevato un aumento delle entrate e monitorato convocazioni circolate sui social per tentare attraversamenti verso Ceuta. Non risulta invece che i servizi avessero previsto l'arrivo di decine di migliaia di persone in un arco temporale così breve.

È proprio su questa differenza che si concentra lo scontro. Robles difende il lavoro dell'intelligence e sostiene che informazioni fossero state trasmesse. Marlaska distingue invece tra segnali generici di pressione crescente e un vero allarme capace di anticipare un evento di quelle proporzioni.

La Delegazione del governo a Ceuta ha appoggiato la linea del ministro dell'Interno, sostenendo di non avere ricevuto comunicazioni che permettessero di prevedere ciò che sarebbe avvenuto il 30 luglio. Anche il ministro Ángel Víctor Torres, incaricato della gestione unitaria dell'emergenza, ha affermato che erano stati registrati aumenti degli ingressi, ma non segnali di un'ondata di dimensioni eccezionali.

Lo scontro ha prodotto malumori all'interno dell'esecutivo spagnolo, perché due ministri dello stesso governo hanno offerto pubblicamente ricostruzioni differenti su una delle crisi più delicate affrontate dalla Spagna negli ultimi anni.

Due frontiere, una stessa pressione

Tra i cadaveri avvistati davanti alla Tunisia e il confronto politico di Ceuta c'è una distanza geografica enorme e non esiste, allo stato delle informazioni disponibili, alcun legame operativo tra i due episodi.

Ciò che li unisce è il quadro.

Nel Mediterraneo centrale la pressione migratoria si manifesta attraverso imbarcazioni fragili, soccorsi, naufragi e corpi che il mare restituisce anche giorni dopo una tragedia. Sul confine tra Marocco e Spagna può assumere invece la forma di decine di migliaia di persone che raggiungono in poche ore una frontiera europea, mettendo in crisi sistemi di sorveglianza, accoglienza e intelligence.

In entrambi i casi resta la difficoltà di governare fenomeni che possono cambiare dimensione in tempi molto brevi. Nel tratto di mare davanti a Zarzis, la priorità è ora recuperare e identificare le vittime e verificare se appartengano a uno stesso naufragio. A Ceuta, invece, Madrid deve ancora ricostruire la catena delle informazioni precedenti al 30 luglio e capire se quegli avvertimenti fossero sufficienti per immaginare una risposta diversa.

Il Mediterraneo torna così a essere non una sola frontiera, ma molte frontiere sovrapposte: quella del soccorso, quella politica, quella della sicurezza e, prima ancora, quella umana.