Nel giorno dopo la catastrofe, nella valle himalayana restano soprattutto fango, macerie e silenzio. Dove fino a poche ore prima correvano strade e sorgevano case, ora ci sono distese grigie di detriti, edifici sventrati e mezzi trascinati dalla piena. Al confine tra Nepal e Tibet, le squadre di soccorso continuano a scavare mentre il bilancio cambia di ora in ora. Secondo gli ultimi dati raccolti da Reuters, i morti sono almeno 165 e i dispersi sfiorano quota 1.500. Associated Press indica un bilancio leggermente più alto, con almeno 168 vittime e oltre 1.300 persone ancora senza notizie. Le differenze riflettono una situazione ancora estremamente fluida.

Una valle cancellata dal fango

La massa di acqua, ghiaccio, rocce e terra si è riversata lungo il corso del Lhende Khola, raggiungendo il Bhote Koshi e poi il Trishuli. Le aree di Rasuwa, Nuwakot e Dhading sono tra quelle che hanno subito i danni più pesanti sul versante nepalese. Strade, ponti, abitazioni e impianti energetici sono stati travolti. Sul lato tibetano la colata ha investito anche la zona di Gyirong, uno dei principali punti di passaggio terrestre tra il Nepal e la Cina.

L'origine della catastrofe è stata individuata nel collasso di una parte di un ghiacciaio in alta quota. Le prime rilevazioni avevano fatto pensare anche a un terremoto, ma lo U.S. Geological Survey ha successivamente spiegato che il segnale sismico registrato sarebbe stato prodotto proprio dal gigantesco cedimento di ghiaccio e roccia e dal successivo movimento dei detriti. La massa precipitata nella valle ha trasformato il fiume in un'onda violentissima, capace di avanzare a grande velocità e inghiottire interi insediamenti.

Il racconto di chi è rimasto vivo

Tra le testimonianze emerse dalle zone colpite c'è quella di Keshav Prasad Baral, 68 anni. La piena ha raggiunto anche il piano superiore della sua abitazione e l'uomo è riuscito a trovare riparo sul tetto. «Mia moglie era già sepolta nella frana», ha raccontato. Baral è rimasto bloccato per quattro o cinque ore prima di essere raggiunto da un elicottero.

Nelle ricostruzioni più recenti diffuse da Reuters, la moglie dell'uomo risulta ancora dispersa. Baral ha raccontato di aver tentato di portarla con sé verso la terrazza prima che la massa di fango la travolgesse. È una delle tante storie che stanno emergendo dagli ospedali e dai centri di raccolta, dove feriti e sopravvissuti cercano notizie dei familiari.

Centinaia di turisti senza notizie

Il disastro ha investito una regione attraversata in questo periodo da numerosi turisti e pellegrini diretti verso Kailash Manasarovar, in Tibet, luogo sacro per induisti e buddhisti. Il primo bilancio diffuso dall'ufficio del primo ministro nepalese indicava 484 turisti e pellegrini irrintracciabili, 391 stranieri e 93 nepalesi. Le rilevazioni successive hanno però aggravato il quadro: funzionari del turismo hanno riferito a Reuters di 579 turisti dispersi, oltre 400 dei quali stranieri.

Tra le persone di cui non si hanno notizie figurano cittadini di India, Stati Uniti, Australia, Regno Unito, Canada, Malaysia, Corea del Sud e di numerosi altri Paesi. Solo l'Australia sta cercando di rintracciare 34 propri cittadini. La presenza di gruppi organizzati lungo la rotta verso il monte Kailash rende particolarmente complessa la verifica delle liste, anche perché in molte località le comunicazioni sono ancora interrotte.

La corsa contro il tempo

Migliaia di militari, poliziotti e soccorritori stanno lavorando nelle zone devastate, mentre gli elicotteri vengono impiegati per raggiungere le comunità rimaste isolate. Almeno 125 persone, tra cui una ventina di stranieri, sono state tratte in salvo nelle operazioni condotte nelle ultime ore. Il fango profondo, le strade cancellate e l'instabilità dei versanti rallentano però ogni intervento.

Gli aiuti internazionali stanno cominciando ad arrivare. India, Nazioni Unite e diversi governi stranieri hanno offerto sostegno alle autorità nepalesi, mentre squadre e materiali di emergenza vengono concentrati nelle aree più colpite. A monte resta inoltre sotto osservazione una massa d'acqua trattenuta dai detriti nella zona di Gyirong, per il timore di nuove piene improvvise.

Per le comunità della valle, intanto, il giorno dopo non è ancora quello della ricostruzione. È il giorno delle ricerche, dei nomi letti uno dopo l'altro negli ospedali, delle famiglie in attesa e delle ruspe che continuano a spostare tonnellate di fango. Con così tante persone ancora disperse, le autorità temono che il bilancio finale possa essere molto più grave.