È morto a 84 anni Ratko Mladic, l’ex comandante militare dei serbo-bosniaci condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica e per altri crimini commessi durante la guerra in Bosnia-Erzegovina. Si trovava nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja, dove era detenuto dopo la condanna definitiva pronunciata dalla giustizia internazionale.
Le sue condizioni di salute erano da tempo molto gravi. Negli ultimi anni aveva sofferto di diversi problemi cardiovascolari e neurologici, con ripetuti ricoveri e un progressivo deterioramento. La famiglia e i legali avevano presentato più volte richieste di scarcerazione anticipata per ragioni umanitarie, sostenendo che fosse ormai entrato nella fase terminale della vita.
Proprio nelle ore precedenti alla morte era tornata al centro dell’attenzione una nuova decisione della presidente del Meccanismo internazionale residuale per i tribunali penali, Graciela Gatti Santana, che aveva respinto l’ultima istanza presentata dalla difesa. I legali chiedevano il trasferimento di Mladic in una struttura ospedaliera o di cure palliative in Serbia, ma il tribunale aveva ritenuto che le condizioni indicate non fossero sufficienti a giustificare una misura eccezionale come la liberazione anticipata.
Dalla carriera militare alla guerra in Bosnia
Nato nel 1942 in un villaggio della Bosnia, Mladic intraprese giovanissimo la carriera militare nell’esercito jugoslavo, avanzando rapidamente nei ranghi fino a diventare uno degli ufficiali più importanti durante la dissoluzione della Jugoslavia.
Con l’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina, nel 1992, assunse il comando dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia. Sotto la sua guida le forze serbo-bosniache furono protagoniste di alcune delle pagine più drammatiche del conflitto, a cominciare dall’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni e costato la vita a migliaia di civili.
Il nome di Mladic resta però legato soprattutto a Srebrenica. Nel luglio del 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono l’enclave che le Nazioni Unite avevano dichiarato area protetta. Nei giorni successivi oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi in esecuzioni di massa. Il massacro è stato riconosciuto dalla giustizia internazionale come genocidio ed è considerato la più grave atrocità commessa in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Sedici anni di latitanza
Dopo la fine della guerra e gli accordi di Dayton, Mladic riuscì a sottrarsi alla cattura per molti anni. Ricercato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, rimase latitante per sedici anni, beneficiando per lungo tempo di reti di protezione e sostegno.
La fuga terminò nel maggio del 2011, quando venne arrestato in Serbia. Pochi giorni dopo fu trasferito all’Aja per essere processato con accuse di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi di guerra.
Il procedimento si concluse nel novembre del 2017 con la condanna all’ergastolo. I giudici lo riconobbero colpevole, tra l’altro, del genocidio di Srebrenica, delle persecuzioni contro la popolazione non serba e della campagna di terrore condotta contro i civili durante l’assedio di Sarajevo. Nel 2021 la sentenza venne confermata in appello, rendendo definitiva la pena.
La ferita ancora aperta di Srebrenica
A più di trent’anni dal massacro, Srebrenica continua a rappresentare una delle ferite più profonde lasciate dalle guerre jugoslave. Migliaia di vittime sono state identificate nel corso degli anni attraverso l’analisi del Dna, mentre i resti recuperati dalle fosse comuni continuano ancora oggi a essere ricomposti e sepolti nel memoriale di Potocari.
Il lavoro degli investigatori ha ricostruito anche il tentativo di occultare le prove attraverso lo spostamento dei corpi da una fossa comune all’altra. Un processo che ha reso particolarmente difficile l’identificazione delle vittime e che ancora oggi costringe molte famiglie ad attendere il ritrovamento dei resti dei propri congiunti.
La strage ha segnato anche la storia delle Nazioni Unite. L’enclave era formalmente sotto la protezione dei caschi blu olandesi, che non riuscirono a impedire l’ingresso delle forze serbo-bosniache. Negli anni successivi, responsabilità politiche e istituzionali per il fallimento della missione sono state oggetto di inchieste, sentenze e durissime polemiche nei Paesi Bassi e nella comunità internazionale.
Una condanna diventata simbolo della giustizia internazionale
La vicenda giudiziaria di Ratko Mladic è diventata uno dei casi più significativi della giustizia penale internazionale nata dopo le guerre balcaniche. La sua condanna ha contribuito a fissare sul piano giudiziario le responsabilità per il genocidio di Srebrenica e per la campagna di violenze contro la popolazione civile durante il conflitto bosniaco.
La sua figura, tuttavia, resta profondamente divisiva nei Balcani. Per le famiglie delle vittime e per gran parte della comunità internazionale Mladic è il comandante responsabile di alcuni dei peggiori crimini commessi in Europa nel secondo dopoguerra. In settori del nazionalismo serbo, invece, ha continuato fino agli ultimi anni a essere celebrato come un comandante militare e un simbolo della causa serba.
Con la sua morte si chiude la vicenda personale di uno dei protagonisti più controversi e sanguinosi delle guerre jugoslave, ma non quella delle conseguenze lasciate dal conflitto. A Srebrenica, Sarajevo e in molte altre città della Bosnia, il peso di quegli anni continua a vivere nella memoria delle vittime, nelle divisioni politiche e nel difficile confronto con il passato.