Si muoveva per le strade con una Rolleiflex tenuta all’altezza del diaframma, cercando prima di tutto un rapporto con le persone. Nino Migliori non arrivava, scattava e ripartiva. Talvolta all’inizio fotografava soltanto per finta, quasi fosse un modo per superare la diffidenza. Poi tornava sul soggetto, quando tra il fotografo e chi aveva davanti si era stabilita una confidenza diversa. È dentro questo metodo, prima ancora che nell’immagine finale, una delle chiavi della fotografia italiana del dopoguerra.

Quell’Italia attraversata negli anni Cinquanta sarà al centro di “La dialettica del reale”, la mostra che il Centro Saint-Bénin di Aosta dedica a Migliori nell’anno del suo centesimo compleanno. Il fotografo bolognese compirà cento anni il 29 settembre. L’esposizione, curata da Mauro Zanchi e organizzata dall’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta, sarà aperta dal 10 ottobre 2026 al 7 marzo 2027 e riunirà 160 immagini.

L’Italia sulla soglia del boom

Migliori aveva cominciato a fotografare nel 1948, quando il Paese portava ancora addosso i segni materiali e sociali della guerra. Parte da Bologna, percorre l’Emilia, il Nord, il Delta del Po, poi scende nel Mezzogiorno. Sono viaggi che confluiscono nelle serie Gente dell’Emilia, Gente del Nord, Gente del Delta e Gente del Sud.

Non cerca soltanto la povertà o il volto più immediatamente riconoscibile del Neorealismo. Dentro quelle strade entra anche qualcosa che sta cambiando. Le vetrine, i manifesti pubblicitari, le nuove merci, le abitudini urbane che cominciano a lambire il mondo contadino. L’Italia arcaica e quella del futuro convivono nello stesso fotogramma.

È qui che il percorso curato da Zanchi prova ad andare oltre la lettura più tradizionale di Migliori come testimone del dopoguerra. Le sue fotografie documentano, ma nello stesso momento interrogano il modo in cui la realtà viene costruita dentro un’immagine. La strada diventa un laboratorio visivo.

Prima dello scatto viene l’incontro

Nel Sud, davanti alle persone che incontra nei paesi della Basilicata, Migliori costruisce lentamente una relazione. Non cerca di sorprendere il soggetto con uno scatto rubato. Fa percepire la propria presenza, aspetta, lascia che la macchina fotografica smetta di essere un corpo estraneo.

Ne nasce un realismo lontano dalla semplice cronaca. I volti, le posture, le case, i muri e gli oggetti quotidiani diventano segni di un mondo che sta per trasformarsi. La fotografia registra la miseria, ma anche la dignità, l’attesa, le tensioni tra vecchio e nuovo.

La ricerca realista non esaurisce però il lavoro di Migliori. Fin dagli esordi convive con un’altra linea, radicalmente sperimentale, fatta di interventi sui materiali, ossidazioni, pirogrammi, cellogrammi, lucigrammi e altri procedimenti capaci di mettere in discussione l’idea stessa di fotografia. È proprio questa oscillazione fra documento e sperimentazione a fare di lui una figura difficilmente riducibile a una sola corrente.

Quelle immagini che anticipano il futuro

Secondo Mauro Zanchi, nelle fotografie degli anni Cinquanta sono già presenti intuizioni che la cultura fotografica avrebbe analizzato molto più tardi. Una delle più evidenti è il rapporto tra un’immagine e un’altra immagine contenuta al suo interno.

Il curatore richiama, per esempio, Una sera d’estate, del 1953. Una facciata, una finestra illuminata, una famiglia che cena all’interno. Quella finestra diventa quasi una seconda fotografia incastonata nella prima. Trent’anni dopo Luigi Ghirri, in una celebre immagine realizzata a Parma, lavorerà su un meccanismo simile, fotografando una costruzione sulla quale un manifesto pubblicitario crea l’illusione di un interno domestico.

Non è una questione di influenza diretta, ma di sensibilità. Migliori comprende molto presto che la fotografia non è soltanto ciò che mostra. È anche cornice, riflesso, superficie, illusione.

Il dialogo con la pittura

Nelle sue immagini realiste affiorano anche suggestioni che vengono dal confronto con l’arte. Migliori aveva conosciuto Giorgio Morandi, frequentato gli artisti informali bolognesi e guardato con interesse alle esperienze internazionali.

In una fotografia come La padrona dell’osteria, una donna compare sulla soglia mentre una superficie di vetro restituisce il riflesso sfocato di un edificio. La realtà rimane riconoscibile, ma dentro l’immagine entra una presenza quasi pittorica. Il documento smette così di essere neutrale e diventa costruzione, ambiguità, interpretazione.

È uno degli elementi sui quali insiste il progetto di Aosta: tornare agli anni Cinquanta con gli strumenti critici di oggi per scoprire quanto di ciò che sarebbe diventato centrale nella fotografia contemporanea fosse già presente, magari in forma embrionale, nello sguardo di Migliori.

Un secolo senza smettere di sperimentare

La mostra arriva a pochi giorni dal centesimo compleanno del fotografo. Un traguardo che acquista un significato particolare perché la ricerca di Nino Migliori non è rimasta confinata alla stagione neorealista. Dal 1948 ha continuato a sperimentare, spostando continuamente il confine tra fotografia, materia, memoria e segno.

“La dialettica del reale” torna però a quel decennio decisivo nel quale tutto sembra già essere in movimento. Nelle piazze e nei piccoli paesi, nelle famiglie, nelle insegne dei negozi e nelle pubblicità che cominciano a occupare i muri c’è un Paese che sta lasciando il dopoguerra e ancora non sa di essere vicino al boom economico.

Migliori lo fotografa mentre cambia. E, settant’anni dopo, quelle immagini non raccontano soltanto ciò che l’Italia era. Mostrano anche il momento preciso in cui stava diventando qualcos’altro.