Confesso che avevo molti dubbi. Non sull’importanza di Imprese Stellari, né sulla qualità delle aziende premiate, ma su me stesso. Mi chiedevo se sarei riuscito a raccontare cinque storie imprenditoriali così diverse senza trasformarle in altrettante schede aziendali; se avrei saputo rivolgere domande non formali a uomini e donne abituati più a fare che a raccontarsi; se sarei stato all’altezza di una piazza magnifica e severa come Santa Sofia. Poi è cominciata la serata e ho smesso di pensarci. Ho giocato. È il modo in cui mi piace affrontare molte cose della vita: prepararle con serietà e viverle con leggerezza.
La platea era stracolma, il caldo quasi insopportabile. A un certo punto ho invitato tutti a togliersi la cravatta. L’ha conservata soltanto Maurizio Marinella, e si capisce perché: per lui non è un accessorio, ma quasi un destino di famiglia. Alla fine ho tolto anch’io la giacca e ho continuato a presentare in maniche di camicia. Quell’immagine, più di ogni altra, racconta ciò che è stata la quarta edizione di Imprese Stellari. Non una vetrina, ma un luogo. Non una cerimonia ingessata, ma uno spazio nel quale i custodi di storie talvolta secolari si sono sentiti accolti, ascoltati e valorizzati. Le parole dei vincitori sono state tutto meno che formali. Dietro i fatturati, gli stabilimenti, i mercati internazionali e i progetti tecnologici sono affiorati le famiglie, i collaboratori, i sacrifici, gli errori, la responsabilità verso chi verrà dopo. Non soltanto capitani d’industria, dunque, ma esempi di impegno, visione e rettitudine.
E. Marinella, Fattorie Garofalo, la Scuola Internazionale del Sannio, T.M.C. e Proger hanno mostrato cinque modi diversi di attraversare il Mediterraneo: con l’eleganza e la fiducia del Made in Italy; con una filiera agroalimentare innovativa e rispettosa del territorio; con la formazione e lo scambio tra culture; con il trasferimento di tecnologia e competenze ad Annaba, in Algeria; con le infrastrutture e la cooperazione costruite a Kom Ombo, in Egitto.
Non stelle immobili, alte e distanti, ma corpi celesti visibili, conoscibili e capaci di orientare. Dopo tre edizioni trascorse nel rassicurante circolo beneventano, abbiamo avvertito il bisogno e, forse, il dovere di uscire. Aprire le candidature all’intero Paese e portare il Premio dentro Benevento Città Spettacolo non è stata un’operazione di facciata. È stata una scelta culturale. Significava restituire l’impresa alla comunità e la comunità all’impresa; riconoscere che economia, cultura e bellezza non sono mondi separati. Significava soprattutto rispettare il tema del Mediterraneo scelto da Maurizio de Giovanni, tornando a guardare Benevento non come una periferia ripiegata su se stessa, ma come un antico crocevia di uomini, idee, merci e destini.
Da quella piazza sono tornato con tre pensieri. Viviamo per ricevere insegnamenti, più che per darne. Un premio non dovrebbe essere un’onorificenza, ma un onore. E il riconoscimento più autentico nasce sempre dalla riconoscenza. È questo, forse, ciò che ho imparato intervistando i vincitori: premiare qualcuno significa ringraziarlo per la strada che ha aperto anche agli altri. Ecco perché non vorrei più stelle che “stanno a guardare”, con superbia e distacco, la società che le circonda. Vorrei donne e uomini capaci di brillare per tutti noi e per tutti voi, facendo della società moderna un firmamento di sogni e di opportunità.
Ero arrivato a Santa Sofia pieno di dubbi. Ne sono uscito senza giacca, stanco, felice e forse migliore. Non con più certezze, ma con incertezze nuove, più diffondenti delle precedenti, proprio come la luce delle stelle. Quelle che nascono anche quando scopri di essere capace di fare qualcosa che non credevi ti appartenesse. Quella prova l'ho affrontata, l’ho giocata e, almeno per una sera, credo anche di averla vinta. Ma non da solo. Con la commissione del Premio, lo staff e i vertici di Confindustria, lo sponsor e le tante persone che hanno scelto di essere in piazza giovedì sera. Insieme, insomma. Come si conviene quando non rappresenti soltanto te stesso, ma la comunità di cui fai parte. E quando desideri che quel piccolo o grande mondo, attraverso i tuoi occhi, sia visto e amato ben oltre i suoi confini.