Nuova fiammata nella guerra tra Stati Uniti e Iran, con lo Stretto di Hormuz tornato al centro dello scontro militare e della sicurezza energetica mondiale. Le forze americane hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, nel tratto strategico che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. È il primo attacco statunitense noto contro il territorio iraniano dalla fine di luglio.
Secondo la ricostruzione americana, uomini dei Guardiani della Rivoluzione stavano preparando razzi destinati a disperdere mine navali nelle acque dello stretto. Washington presenta quindi l’operazione come un intervento limitato per impedire una nuova minaccia alla navigazione commerciale. Teheran fornisce una lettura opposta: parla di un atto di aggressione e sostiene che il raid abbia provocato morti e feriti tra militari e civili.
La risposta iraniana sulla Giordania
La rappresaglia non si è fatta attendere. L’Iran ha lanciato missili balistici contro installazioni utilizzate dalle forze americane in Giordania. Secondo le dichiarazioni iraniane, l’operazione ha riguardato le basi di King Hussein e Al Azraq. Le difese giordane hanno intercettato gran parte dei vettori e, nelle prime ore successive agli attacchi, non sono stati segnalati danni rilevanti né vittime.
Il nuovo scambio di colpi conferma quanto sia fragile la fase aperta dopo settimane di relativa riduzione delle operazioni dirette. L’isola di Larak, di fronte alle coste dell’Oman e vicina alle principali rotte delle petroliere, ha un peso strategico che supera la dimensione dell’obiettivo militare. Ogni attacco nell’area riporta immediatamente in primo piano il rischio di nuove mine, incidenti tra unità militari e navi mercantili e ulteriori restrizioni al traffico energetico.
Il caso degli Emirati e la smentita di Abu Dhabi
Più controversa la situazione negli Emirati Arabi Uniti. Le autorità iraniane hanno rivendicato un attacco contro la base aerea di Al Minhad, una delle principali installazioni militari emiratine e punto di cooperazione con le forze occidentali. Il ministero della Difesa di Abu Dhabi, però, ha smentito che la base sia stata colpita e ha definito false le notizie su un attacco missilistico contro l’installazione.
Gli Emirati hanno invece confermato di avere intercettato un drone iraniano sopra le proprie acque territoriali. È un dettaglio decisivo per distinguere le informazioni accertate dalle rivendicazioni delle parti: al momento non ci sono conferme indipendenti di un impatto contro Al Minhad, mentre l’intercettazione del velivolo senza pilota è stata riconosciuta ufficialmente dalle autorità emiratine.
Hormuz torna il punto più pericoloso della crisi
Lo Stretto di Hormuz resta il vero centro strategico della guerra. Prima del conflitto, dal passaggio transitava circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Le ostilità iniziate il 28 febbraio hanno drasticamente ridotto il traffico e trasformato la libertà di navigazione in uno dei principali terreni di confronto tra Washington e Teheran.
Gli Stati Uniti sostengono di avere eliminato o neutralizzato una parte importante delle mine e di poter garantire il transito delle navi commerciali. L’Iran continua invece a rivendicare un potere di interdizione sulle acque e considera la presenza militare americana una minaccia diretta. Il raid di Larak mostra quanto rapidamente questo equilibrio possa saltare: basta il sospetto di nuovi ordigni o il movimento di un lanciatore perché la risposta diventi militare.
La tensione ha avuto effetti immediati anche sui mercati, con il petrolio tornato a salire mentre gli operatori valutano il rischio di nuove interruzioni dei flussi dal Golfo. Il nodo non riguarda soltanto la guerra tra Iran e Stati Uniti, ma la sicurezza delle monarchie arabe, delle rotte commerciali e dell’intero sistema energetico internazionale.
Una tregua sempre più lontana
Sul piano diplomatico, l’ultima escalation rende ancora più difficile il ritorno a un negoziato stabile. I tentativi di costruire un’intesa sulla gestione di Hormuz, anche attraverso la mediazione dell’Oman, restano sospesi alla capacità delle parti di evitare una nuova spirale di rappresaglie. Soltanto poche settimane fa un accordo sullo stretto sembrava uno dei passaggi possibili verso una più ampia de-escalation.
Ora il quadro è nuovamente quello di una deterrenza armata. Gli Stati Uniti mostrano di essere pronti a colpire quando ritengono minacciata la navigazione, mentre l’Iran risponde allargando il campo della rappresaglia alle installazioni americane nei Paesi vicini. La Giordania è già stata coinvolta direttamente; gli Emirati rafforzano la propria difesa e contestano le rivendicazioni iraniane. Il rischio è che un singolo episodio nello stretto finisca ancora una volta per trascinare nella crisi l’intera regione.